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01/10/2013

La serenità scolpita nella musica (Johann Sebastian Bach, dall'Arte della Fuga)




Johann Sebastian Bach
Suite per orchestra No. 3, BWV 1068
The Amsterdam Baroque Orchestra; Ton Koopman, direttore


E’ già una gioia scriverne, presentare questa pagina bachiana. Ma ascoltarla è davvero un’esperienza d’intensa felicità musicale. La terza Ouverture orchestrale di Johann Sebastian Bach, BWV 1068, è insieme travolgente e rasserenante, un’oasi di serenità (soprattutto il secondo movimento, l’Air), un caleidoscopio di suoni, una lezione di ritmo e danza. Si tratta infatti di una Suite, seppure nella forma della strumentazione orchestrale, articolata nella tipica sequenza delle “danze” di origine francese: Gavotte, Bourrée, e Gigue, dalla quale Bach ha estromesso in questo caso soltanto l’Allemande, danza di chiara origine tedesca. Tuttavia, il carattere della suite di danze – destinata a una funzione ricreativa, e le cui origini risalivano al Rinascimento – specie nel primo movimento (l’Ouverture) e nel secondo (l’Air) scompare quasi interamente per far posto a un’elaborazione musicale che non conosce schemi né convenzioni: queste Suite orchestrali, come ha scritto il musicologo Arrigo Quattrocchi, «aderiscono perfettamente alla loro funzione e all’estetica del tempo, anche se il modello francese (tipo Jean Baptiste Lully, per fare un esempio, N.d.R.), assunto dal compositore come cifra stilistica, viene applicato con una libertà di rielaborazione, una fertilità inventiva e una consapevolezza tecnica che distinguono le quattro composizioni dal conformismo della sterminata produzione contemporanea, e conferiscono a ciascuna di esse un profilo specifico».
L’attacco della Suite, in re maggiore – risalente al termine del soggiorno di Köthen, anche se fu certamente rielaborata intorno al 1730 per il Collegium Musicum di Lipsia – è lento, largo, maestoso, sorretto dalla trama fitta degli archi, puntellato dal timbro squillante delle trombe, speziato dal sapore intenso dei contrabbassi e del basso continuo, e annunciato al pubblico di corte dalla solennità dei timpani. L’intero primo movimento è costruito intorno a un organico piuttosto ampio: tre trombe, timpani, due oboi, cembalo, oltre alla massa degli archi, violini primi e secondi, viole e continuo dei contrabbassi.
All’improvviso (in questa versione, al minuto 03:34), ecco l’entrata in scena dei violini primi, in un incandescente cambio di ritmo, con Koopman che qui sceglie un tempo al metronomo molto più veloce di altri suoi colleghi, per esempio Savall con Les Concerts des Nations. E la musica si fa improvvisamente irresistibile, cantabile e al tempo stesso travolgente anche nell’idea di movimento che imprime nella mente e nel corpo di chi ascolta, una variazione ritmica e agogica ispirata proprio allo stile ballettistico delle suite di danza. Dopo questo cambio repentino, il resto del movimento – 4 minuti e 5 secondi – è di sconvolgente irruenza musicale, varietà melodica, cantabilità generosa, gioia purissima, capace di farvi letteralmente dimenticare chi siete, come siete e dove siete. E con un finale di movimento, anche qui in modo più marcato di altre versioni, dove si vede Koopman sospingere con le braccia l’architettura armonica verso l’alto, portando la musica lassù dove Bach sempre guarda a ogni nota che compone.
Ma la sensazione che più è misurabile e forte in questa Suite orchestrale, forse la più famosa e conosciuta per via del primo movimento e soprattutto del secondo, l’Air, detta anche “della quarta corda”, una delle creazioni bachiane più celebri (ricordiamo, solo per fare un esempio, l’uso di questa melodia nella sigla della trasmissione Quark di Piero Angela), è la sensazione di presenza marmorea della musica, la sua presenza "fisica", potremmo dire la sua tridimensionalità. Uno dei vecchi professori d’orchestra della Filarmonica di Leningrado, Yasha Milkis, che nel 1957 accompagnò Glenn Gould nella trionfale tournée in Unione Sovietica, spiega in un video disponibile su YouTube (Glenn Gould: The russian Journey) che l’emozione massima di ascoltare il Bach di Gould (e non solo il Bach), rispetto ad altri grandi nomi del concertismo internazionale era proprio questo: la sua fisicità, l’impressione di vedere materializzarsi davanti agli occhi una scultura, tanto era la pregnanza pianistica e musicale, tale da generare un’esperienza sensoriale che si “tocca con mano”.
Ecco, in questa Suite, per tutta la sua estensione, la sensazione è la stessa: plasticità, concretezza, il materiale musicale che si diventa materia, emozioni, gioia, dolore. E non c’è respiro, Bach non dà tregua: tutto cantabile, tutto meraviglioso, un movimento dopo l’altro senza il tempo di “riprendersi” dalla bellezza del precedente, che già inizia il successivo e non sai trovare una ragione per una tale ricchezza di temi, invenzioni, improvvisazioni melodiche.
La terza Suite orchestrale – ma il discorso vale anche per le altre tre, che con i Concerti Brandeburghesi costituiscono, nell’ambito della musica profana d’intrattenimento, il risultato forse più alto tra quelli conseguiti da Bach durante il soggiorno a Köthen, fra il 1717 e il 1723, la cittadina sassone dove Bach ricopriva la carica di Kapellmeister – sembra la dimostrazione vivente di quanto ha scritto di recente il pianista iraniano Ramin Bahrami, nato a Teheran nel 1976 ed emigrato in Europa a 11 anni: «Bach è polifonia, danza, bellezza, dialogo vero fra genti diverse, ritmo, divertimento, equilibrio. Il rigore e il piacere. Ci fa apprezzare la varietà della vita, la passione, l’amicizia, la gioia, l’incontro».
Esclusivamente agli archi è affidata l’Air, il secondo movimento di questa Terza Suite, pagina divenuta celeberrima attraverso i più svariati arrangiamenti, che nella veste originaria (quella della Suite, appunto) suona come una tersa e limpida melodia cantabile. Si entra poi nell’ambito delle danze vere e proprie, con le brillanti Gavottes I e II. A una elegante Bourrée, succede poi una Gigue che conclude in serenità questa partitura.
La serenità, dunque. Percepibile, quasi scolpita nella musica. E’ ancora l’iraniano Bahrami a raccontare come Bach gli salvò la vita nella sua fuga dall’Iran: «Impossibile non subire uno scossone psicologico quando le case attorno a te tremano e si sbriciolano per la guerra. Io avevo una specie di potere divinatorio, avvertivo l’allarme ancor prima che venisse dato. Quando potevo, in quegli anni, m’arrampicavo su un tavolino e cominciavo a dirigere per finta. E ascoltare un LP di Glenn Gould che eseguiva la Toccata della Partita No. 6 di Bach fu come mettere un improvviso tampone sopra a tutte le mie ansie».
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Johann Sebastian Bach
Les quatre Ouvertures
Les Concert des Nations; Jordi Savall, direttore (Alia Vox, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

2) Johann Sebastian Bach
6 Brandeburg Concertos; 4 Orchestral Suites
The English Concert; Trevor Pinnock, direttore (Archiv, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

3) Johann Sebastian Bach
Partitas, Volume 1 & 2 (Glenn Gould Anniversary Edition)
Glenn Gould, pianoforte (Sony BMG, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

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Parole chiave:
Musica antica - Serenità

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