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13/06/2017

La semplice leggerezza di un paesaggio boemo (Antonín Dvořák, Serenata per archi Op. 22)




Antonín Dvořák
Serenata per archi Op. 22
Netherlands Chamber Orchestra, Concertgebouw di Amsterdam


Finisce che ci dimentichiamo sempre di questo squisito compositore, Antonín Dvořák, gloria della musica boema, diventato celebre nella Praga della seconda metà dell’Ottocento ma capace di guardare oltre i confini nazionali, a sonorità e suggestioni lontane dalle proprie radici, come appunto riuscì a fare nella Sinfonia più famosa, la No. 5, “Dal nuovo mondo”, scritta nel periodo di vita negli Stati Uniti, quando il gusto della sua arte incontrò i canti dei neri e gli stilemi dei nativi americani. Anche noi, in ormai tanti anni di proposte di ascolto, ce ne siamo ricordati appena due volte: per le deliziose Danze slave e per il Trio Op. 65, scritto per la morte della madre, nel quale tuttavia le trame cameristiche svolte con luminosa partecipazione da pianoforte, violino e violoncello sciolgono la tristezza in gioia, il dolore in un canto liberatorio.
Ma questa volta di Dvořák vogliamo raccontarvi il lato più popolare, più boemo, quella sua musica che scorre placida, serena, e rasserenante, come la Moldava sotto il Ponte San Carlo a Praga, se date le spalle al Castello e osservate il fiume attraversare la meravigliosa città che vide anche il trionfo del Don Giovanni di Mozart. Il compositore praghese lega il suo nome alle composizioni sinfoniche e a tanta musica cameristica apertamente influenzata dal lirismo brahmsiano (e proprio Brahms lo raccomandò per una borsa di studio che gli permise di dedicarsi per quattro anni esclusivamente allo studio della composizione). Ma, in realtà, come nelle partiture dei suoi celebri contemporanei, Bedřich Smetana e Leóš Janáček, il primo più vecchio e il secondo più giovane di lui di circa quindici anni, domina nelle pagine più spontanee di Dvořák l’elemento popolare nazionale, i canti di strada e di campagna, le melodie semplici dei contadini, gli stilemi cechi più autentici. E questo emerge, per esempio, da questa meraviglia composta per orchestra d’archi, quindi per un organico a metà strada tra l’ampiezza dell’orchestra sinfonica e l’intimità della misura cameristica, cioè la Serenata Op. 22, scritta proprio a Praga in poco più di dieci giorni, dal 3 al 14 maggio 1875.
E’ tra i lavori più noti ed eseguiti del compositore. Tra i più eseguiti perché libera – dal primo movimento, Moderato, al Finale, Allegro vivace – un’ampia gamma di felici soluzioni strumentali anche per i musicisti e professori d’orchestra, come si vede bene dalla generosa partecipazione della Netherlands Chamber Orchestra del Concertgebouw di Amsterdam, che suona senza direttore ma con il primo violino in qualità di “Konzertmeister”. E tra i più noti perché, se ancora non l’avete mai ascoltata, vi cattura con la freschezza dell’invenzione melodica tipica dell’inventiva boema. Costruita su un equilibrio classicissimo, «è una pagina che non presenta difficoltà alcuna di comprensione», per usare le parole del compositore Giacomo Manzoni, intendendo con questo la capacità (non comune) di essere semplici, di arrivare al cuore con immediatezza, cioè il miglior balsamo che la musica possa offrire.
Questa Serenata è così: ispirata a quel senso della natura tipico della musica ceca, fluida e gradevole all’ascolto. Come abbiamo già detto, la costruzione della forma è quella della serenata classica, d’origine settecentesca, una composizione pluripartita nell’articolazione, con elementi derivati dalla Suite e dalla Sonata, ma di carattere più leggero e libero della Sinfonia, suddivisa in cinque movimenti brevi, «legati tra loro da una comune atmosfera di leggerezza e di eleganza espressiva».
Salvata da un oblio nel quale erano cadute parecchie composizioni orchestrali di Dvořák, la Serenata Op. 22 è appena stata ripubblicata in edizione “Urtext”, cioè basata sulla partitura autografa del compositore. Un lavoro di ricostruzione ha permesso di correggere gli errori della prima stesura originaria per archi, data alle stampe nel 1879, tre anni dopo la prima esecuzione a Praga, e di inserire interi passaggi espunti negli ultimi 150 anni. E per chi ama le curiosità si è scoperto anche che «Dvořák donò il manoscritto all’amico Karel Kozánek; il figlio di Antonín lo acquistò dal figlio di Karel per 6000 corone cecoslovacche; il nipote di Dvořák, alla fine, lo vendette al Museo Nazionale di Praga per 25000 corone». E giustamente il compositore e organista Antonio Galanti si domanda: «Tutela o speculazione?».
Il primo dei cinque movimenti, il Moderato, si apre con un tema ormai diventato celebre, costruito sul dialogo tra violini e violoncelli, con una cantabilità che fa ampiamente ricorso ai temi folclorici boemi. «La sensazione che regala questo irresistibile Moderato», spiegava qualche anno fa la studiosa Laura Pietrantoni in un programma di sala dell’Orchestra di Santa Cecilia, «è quella di una visione dall’alto di un paesaggio incantevole, all’interno del quale per un attimo (la sezione ritmica centrale) l’occhio cerca di mettere a fuoco i piccoli momenti della vita quotidiana; ma è solo un istante e il volo prosegue».
Il secondo movimento è in realtà un “Tempo di Valse”, dunque un valzer leggerissimo, quasi evanescente, che forse è il frutto delle prime esperienze musicali del compositore – è pur sempre un’Opera 22, scritta a 34 anni – quando Antonín Dvořák si guadagnava da vivere suonando nell’orchestra da ballo "Komzàk". Una vena melodica carica di nostalgia che precede il successivo Scherzo, di impianto brillante, improntato a un ritmo di danza, con i vari inserimenti strumentali e timbrici che alludono all’atmosfera spensierata di una festa paesana, bucolica.
Ma non è finita. Chi pensasse a questo punto che la forza inventiva di Dvořák abbia raggiunto il suo apice deve ricredersi, e dare ragione al grande Johannes Brahms che aveva scommesso la propria credibilità su questo giovane compositore. Va in scena il quarto movimento, Larghetto, commovente, dove dilaga ancora una generosa esuberanza melodica, che cattura definitivamente l’attenzione dell’ascoltatore portandolo nel cuore dell’intera Serenata, donando davvero un’iniezione di fiducia nella vita, di letizia, di quiete interiore, grazie a fraseggi malinconici, sonorità delicate che accarezzano anche l’animo più afflitto e sofferente.
Chiude, nel Finale, l’Allegro vivace, la festa ceco-slovacca per eccellenza, il culmine del suo folclore strumentale e appassionato, un florilegio di colori e sapori della terra boema. Tra i primi a complimentarsi per questo lavoro, proprio il suo mentore, quel Brahms che nella felice spontaneità delle bellezze orchestrali trovava pace anche per le proprie inquietudini e oscure debolezze.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Antonín Dvořák
Serenades Op. 22 & 44
Orpheus Chamber Orchestra (Deutsche Grammophon, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

2) Dvořák - Tchaikovsky
Legendary Performances - Serenades for strings
Academy of St. Martin in the Fields; Neville Marriner, direttore (Decca, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

3) Antonín Dvořák
Trio Op. 65 & Trio Op. 90 (Dumky)
Beaux Arts Trio (Philips, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

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Parole chiave:
Fiducia - Melodia - Musica - Serenità

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