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23/07/2013

La potenza della musica oltre ogni parola (Carlo Gesualdo da Venosa, Madrigali)




Carlo Gesualdo da Venosa
Madrigali a 5 voci
Ahi... disperata vita; Veggio, sì, dal mio sole; Sparge la morte
Ensemble “Basiliensis”: Kate Macoboy (soprano), Yulia Mikkonen (alto), Paul Bentley (tenor), Adrian Horsewood (baritone), Anton Tutnov (bass)


«Ahi... disperata vita!». Due battute da quattro quarti e tutta la sofferenza del mondo sembra volatilizzarsi nella tenerezza di un madrigale a 5 voci. Tenero ma insieme energico, deciso, a volte aspro e dissonante. Oppure ascoltate quest’altro gioiello, «Io pur respiro in così gran dolore... E tu pur vivi, o dispietato core!». Una vocalità caratterizzata a tratti da un’asprezza colorata da passaggi (e paesaggi) musicali intensamente cromatici (cioè basati su una scala composta da tutti e dodici i semitoni del sistema temperato, dove il semitono è l’intervallo minimo tra due note), che a tratti sembra fiorire dalle sonorità contemporanee, della musica “nuova”, e invece si è fatta strada sin dal Medioevo, arrivando intatta a noi attraverso i secoli, e trovando nel Rinascimento un raffinato interprete grazie all’arte del compositore Carlo Gesualdo da Venosa.
Ascoltando forse per la prima volta il Madrigale “Ahi... disperata vita” – seguito da altri due, “Veggio, sì, dal mio sole” e “Sparge la morte” (quest’ultimo di una bellezza accecante) – non vi sembrerà quasi vero che canti a 5 voci concepiti sul finire del Cinquecento, al sorgere dell’epoca barocca, possano risultare alle vostre orecchie così forti, così “moderni”, intendendo con la banalità di questo aggettivo la distanza siderale dalla rassicurante vocalità di tanta musica antica. Ma nella splendente purezza di un coro “a cappella”, che nasce dal silenzio del cuore e dal travaglio interiore, emerge con chiarezza un’energia impensabile, una linfa rigenerante che ci mette con le spalle al muro, ci lascia attoniti, ci spoglia di tutte le nostre preoccupazioni, ci lascia “nudi” con noi stessi, purifica le nostre ansie, le conflittualità, appiana i contrasti, spegne le eccitazioni, domina le inquietudini, allenta le pressioni negative, dà conforto agli spasimi del dolore e del mal di vivere. Davanti a un madrigale come “Ahi... disperata vita”, tratto dal Libro III di Gesualdo, la musica ci lascia come disadorni, svuotati dalle cose inutili della vita che non sia il respiro per sopravvivere, “essenziali”, immobili, gli occhi chiusi, i muscoli contratti, quasi increduli che tanta bellezza ci faccia dimenticare ogni tensione.
Carlo Gesualdo, principe di Venosa, compositore spesso dimenticato, eppure tra i più grandi di ogni tempo. Protagonista, ai nostri giorni, di un contrasto che fa quasi sorridere: l’artista ardito ultimo dei rinascimentali, il genio musicale affascinato dalle più estreme evoluzioni (e rivoluzioni, per l’epoca) cromatiche, l’artista dalle più stupefacenti provocazioni polifoniche nel perimetro del contrappunto antico, capace di far dire alla sua musica quello che non possono dire semplicemente le parole, oggi, nel 2013, terzo millennio, ha almeno 4-5 profili Facebook con oltre 6.000 fan che hanno cliccato “Mi piace”. E Gesualdo “racconta” da uno di questi suoi spazi digitali: «Vivo con l’incubo di una colpa terribile e l’unico modo che conosco per liberarmi di questo dolore è scrivere musica».
Dietro questo principe compositore, infatti, si nasconde una storia personale incredibile, condita da tragici e misteriosi eventi. Carlo Gesualdo è celebre non solo per le qualità di innovatore musicale, ma anche per l’omicidio premeditato della moglie e del suo amante. A vent’anni sposò la cugina Maria D’Avalos, più vecchia di lui, che gli dette un figlio: totalmente assorbito dalla sua musica e dalla passione per la caccia, tuttavia, forse trascurò eccessivamente la consorte, che intrecciò un’audace relazione con il duca d’Andria Fabrizio Carafa, a sua volta sposato e padre di quattro figli. Ferito nell’onore, Gesualdo consumò la vendetta: il 16 ottobre 1590 finse di partire per una battuta di caccia di due giorni, salvo rientrare nella notte e cogliere i due amanti in flagrante adulterio, uccidendoli entrambi con l’aiuto dei servitori. Per sfuggire alla vendetta dei Carafa, e dei parenti della donna, fuggì da Napoli rifugiandosi nel castello di Gesualdo, dove visse per 17 anni trasformando la fortezza in una fastosa corte canora che ospitò i musicisti più famosi dell’epoca e poeti come Torquato Tasso.
Ora alcuni musicologi interpretano la musica di Gesualdo in termini eccessivamente autobiografici, con particolare riferimento all’assassinio della moglie, visto l’abbondante uso di lamentazioni nei suoi testi, di specifici riferimenti a una sofferenza interiore, come se il compositore di Venosa fosse rimasto per tutta la vita prigioniero d’un soffocante senso di colpa. Certamente contò anche questo: rimase uno spirito introverso, tormentato, malinconico; la vita non gli diede molte gioie, lo colpì con sofferenze fisiche e psichiche, delusioni, perdite. Ma ciò che probabilmente spiega meglio la vocalità ardita di Gesualdo è la capacità di riversare nelle sue composizioni le emozioni più intense e drammatiche, non solo nella musica profana ma anche in quella sacra: per esempio, basta ascoltare i Responsori per il Sabato Santo, che il primo agosto saranno interpretati nella storica basilica di San Simpliciano, a Milano, dai Tallis Scholars di Peter Phillips, uno dei momenti più alti dell’esperienza musicale di Gesualdo.
Ma tutta questa musicalità di sconvolgente arditezza armonica, per un rinascimentale, questo stile inimitabile che traspare dai suoi sei Libri di madrigali, ricchi di cromatismi prolungati, durezze vocali, frizioni dissonanti, pause improvvise, trapassi bruschi nel mutare delle parole, intervalli tra le note ardui da intonare anche per i cantanti più esperti, muove da testi assai semplici, poveri nella loro qualità letteraria. Banali, potremmo dire, proprio come nel primo madrigale oggetto del nostro ascolto su YouTube, «Ahi... disperata vita». Per Gesualdo le parole erano soltanto il materiale grezzo, il supporto indispensabile per la sua ispirazione. E questa ispirazione è stimolata continuamente da alcune parole-chiave, sempre le stesse: la donna crudele, l’amore ardente, la vita miserabile, il destino infelice, la morte opposta alla vita, la sofferenza, la gioia, però dolorosa. Insomma, la musica come intensificazione di ogni parola detta e scritta. Abbandonatevi al madrigale “Sparge la morte”: le parole non contano più nulla, l’intreccio delle voci è una sorta di catarsi che ci spinge oltre ogni prova fisica e condizione umana. Sono solo brividi.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Carlo Gesualdo da Venosa
Madrigaux
Les Arts Florissants; William Christie, direttore (Harmonia Mundi)

2) Carlo Gesualdo da Venosa
O dolorosa gioia - Madrigali
Concerto Italiano e Rinaldo Alessandrini (Naïve, disponibile anche su iTunes)

3) Renaissance Giants
Byrd, Josquin, Palestrina, Tallis, Taverner & Victoria
The Tallis Scholars; Peter Phillips, direttore (Gimell, disponibile anche su iTunes)

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Parole chiave:
Dolore - Morte - Musica antica

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ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico

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