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01/11/2016

La pazzia nella musica, tormento ed estasi (Arcangelo Corelli, Sonata per violino op. V No. 12, "La Follia")




Arcangelo Corelli
Sonata per violino op. V No. 12, “La Follia”
Adagio - Allegro - Adagio - Vivace - Allegro - Andante - Adagio - Allegro - Adagio
Hiro Kurosaki, violino; Alberto Martínez Molina, clavicembalo; Ruth Verona, violoncello


Uno splendido video ci porta alla scoperta della “Follia” del compositore Arcangelo Corelli. Ce la fa assaporare partendo dalla partitura, poi attraverso le trame del violino e del basso continuo, prima timide e via via sempre più intricate, in un caleidoscopio di virtuosismi strumentali e suggestioni timbriche. E ci permette di tornare a riflettere sulla pazzia in musica, come segno di malattia e di guarigione, tormento ed estasi, disagio estremo che diventa terreno fertile per i compositori, angoscia che si scioglie in melodie eterne. Arcangelo Corelli, tra i più grandi geni musicali del Barocco, morto a Roma nel 1713, fu segnato profondamente dalla “follia”, da una forma acuta di depressione. Che tuttavia non gli impedì di diventare un innovatore del linguaggio musicale: come abbiamo già avuto modo qui di segnalare, le sue Sonate a tre (op. 1-4), le Sonate per violino, di cui era egli stesso un virtuoso (op. 5) e i Concerti Grossi (op. 6) diventano un punto di riferimento per i compositori dell’epoca, perché Corelli, prima ancora di Bach, è il primo a immaginare il suo strumento da prim’attore, anticipando un’evoluzione sempre più protagonistica del violino, che nell’Ottocento sfocia nei capolavori del concerto solistico con orchestra.
E si vede bene nel filmato che vi proponiamo, realizzato con un’attenzione professionale alle concatenazioni armoniche tra violino, violoncello e clavicembalo, e che restituisce la vivissima trama del fitto dialogo fra gli strumenti, dove il violino domina la scena corelliana. Siamo qui con la più celebre delle sue Sonate per violino, l’Op. 5, composta da 12 numeri, di cui quello che vi presentiamo è l’ultimo, universalmente noto come “La Follia”. «Ma esiste una componente genetica sottostante al rapporto tra musica e follia? O suonare e comporre sono soltanto un lenitivo per personalità predisposte alla sofferenza?”». Se lo domanda uno degli ultimi numeri di “State of Mind”, giornale di scienze psicologiche. Secondo lo psichiatra e psicoterapeuta Giancarlo Dimaggio, «la musica eccita, placa, risveglia... ravviva, intristisce, diverte, fa tutte queste cose. Ma non è una medicina. I musicisti non la assumono per guarire e, se lo fanno, non funziona. Allora i musicisti sono matti di una follia che resiste alla melodia? Matti in un modo speciale, di una malattia che ne alimenta la creatività e li tormenta?».
Ovviamente, il giornale ricorda la vicenda triste di Robert Schumann, che tentò il suicidio gettandosi nel Reno, e che per tutta la vita fu malato di depressione. In questo spazio delle “Strategie per stare meglio” abbiamo già ricordato questa sua sofferenza parlando, per esempio, del Concerto per violoncello e orchestra. Ma Schumann non è il solo ad aver segnato la storia della musica con la propria “follia”: abbiamo proposto da poco una pagina di Sergej Rachmaninov, capace di superare un periodo di pesante esaurimento con lavori di squisita fattura, e anche lui, guarda caso, ha scritto delle Variazioni per pianoforte solo su un tema di Corelli, la “Follia”, bellissime, capaci di mantenere l’ossatura essenziale del discorso barocco, ma con un’armonizzazione da primo Novecento, splendide nell’interpretazione della pianista canadese Helène Grimaud. E che dire di Čajkovskij e della sua “Patetica”, che abbiamo ascoltato qui nel novembre di 6 anni fa, nel 2010, una Sinfonia nata dal dolore per una vita di profonde tensioni esistenziali culminate anche in un matrimonio finito dopo poche settimane, e la società in cui questo avveniva non era certo la nostra, ma quella dell’Ottocento russo e zarista.
Eppure la “follia” nella storia dell’arte, in particolare dei suoni, è stata non soltanto disagio, depressione, incomprensione, degenerazione psicologica che sfocia nella sofferenza e somatizza in malattie più o meno acute; oppure il contrario, patologie talmente devastanti da degenerare in angoscia, apatia, allucinazioni uditive o visive, trasferite sul pentagramma perché vissute dal compositore in prima persona o descritte “a programma” per raccontare la malattia con le note. No, è stata anche festa, allegria, danza. La “Follia”, infatti, è un antico tema musicale di origine portoghese, che risale al tardo Medioevo. Anticamente il termine “folia” significava “folle divertimento”, “baldoria”, ed esprimeva la gioia di una festa popolare con danze, musica e allegria. Molti autori, ispirandosi a questo tema, hanno utilizzato lo schema musicale della “Folia” già noto in tutta la penisola iberica nei primi decenni del XVI secolo: una linea di basso ostinato sulla quale potevano essere costruiti vari contrappunti, mentre l’esecutore era libero d’improvvisare una serie di variazioni, le cosiddette “diferencias”. Poi via via la “Follia” ha conquistato l’Europa, entrando nel repertorio e nel gusto delle corti, e un po’ trasformandosi, forse sullo sfondo dei vissuti personali dei vari compositori, assumendo anche un carattere severo, maestoso. Una tecnica compositiva affine ad altre danze popolari passate alla storia con processi di sublimazione musicale, come la “passacaglia” o la “ciaccona”.
Dal 1500 al 1700 inoltrato, oltre 150 compositori hanno utilizzato il tema della “Follia”, affinandone le potenzialità espressive e usandole come materiale di base per le variazioni, diventate sempre più virtuosistiche con lo sviluppo della musica strumentale e con l’evoluzione tecnologica che ha investito soprattutto il violino: Jean-Baptiste Lully in Francia; Johann Sebastian e Carl Philipp Emanuel Bach in Germania. Ma è l’Italia che ha dato più vitalità, freschezza e densità strumentale al tema originario: rimangono nella storia le “Follie” di compositori come Frescobaldi, Alessandro Scarlatti, Vivaldi.
E ovviamente Arcangelo Corelli. La “Follia” più celebre è la sua, ammirata, trascritta, adattata, sicuramente anche copiata, servita come base per lavori simili di Marin Marais o l’altrettanto celebre “Follia” vivaldiana. Corelli, come potete limpidamente ascoltare qui nell’interpretazione del violinista austriaco di origini giapponesi Hiro Kurosaki, costruisce una serie di variazioni su uno stesso basso, sviluppa un’ampia gamma di idee musicali e suggestioni timbriche che esaltano l’antico tema iberico. Francesco Geminiani, allievo di Corelli, autore di una celebre rivisitazione della “Follia” in forma di Concerto Grosso, scriveva in quegli anni: «Non pretendo d’esserne l’inventore: altri compositori, della più alta classe, si sono avventurati nello stesso tipo di viaggio; e nessuno con maggior successo che il celebrato Corelli, come si può vedere nell’opera quinta, sull’Aria della Follia di Spagna. Io ho avuto il piacere di discorrere con lui su tale soggetto, e l’ho udito riconoscere quanta soddisfazione ebbe nel comporlo, ed il valore che gli attribuiva».
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Arcangelo Corelli
12 Sonate per violino Op. 5
Stefano Montanari, violino; Accademia Bizantina (Arts Music, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

2) Arcangelo Corelli
Sonate per violino Op. 5
Andrew Manze and Richard Egarr (Harmona Mundi, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

3) Arcangelo Corelli
12 Concerti grossi Op. 6
The English Concert; Trevor Pinnok, direttore (Archiv Produktion, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

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Parole chiave:
Depressione - Forme musicali - Guarigione - Musica antica

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