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19/04/2016

La nostalgia dell'esule tra suoni e colori magiari (Béla Bartók, Concerto per orchestra)




Béla Bartók
Concerto per orchestra
Orchestra of the University of Music Franz Liszt Weimar; Nicolás Pasquet, direttore


Per chi adora le pagine orchestrali, soprattutto quelle cromaticamente intense del primo Novecento, i colori, i “sapori” e i timbri di un ampio ventaglio strumentale, qui davvero trova gioia nell’ascolto, sensazioni accese, suggestioni oniriche che liberano la fantasia, emozioni a tratti lugubri e salite vertiginose verso la bellezza della vita. Per chi, invece, predilige le delizie più intime della cameristica, o le riflessioni “eremitiche” di uno strumento solo, troverà comunque un’intensa esperienza sensoriale e sonora. E’ quanto regala a piene mani questa meraviglia messa sul pentagramma dal compositore ungherese Béla Bartók, il Concerto per orchestra, lavoro stranamente godibile se paragonato al modernismo dell’anno in cui è stato scritto, il 1943, periodo di avanguardie e sperimentazioni armoniche. Una pagina anche formalmente originale, più simile a una sinfonia in cinque movimenti che a un normale concerto per strumento in tre sezioni. E con una struttura “ad arco” che prevede al centro un tempo lento, preceduto e seguito da due veloci, a loro volta inquadrati da due lenti. Nessun apparente legame con il dolore, né di tipo “programmatico” né per la sofferenza del compositore, se non l’annotazione storica (ma nella musica sembra non essercene traccia) che la pagina nasce durante gli ultimi due anni del compositore, con il progressivo acuirsi del male, una leucemia, che lo accompagna alla morte.
Come ha scritto Massimo Mila si ascolta qui soltanto «la nostalgia dell’esule, lo spasimo intenerito della rievocazione, in una creazione in cui si conciliano l’essenzialità della melodia contadina magiara e il pittoresco dei suoni». Proviamo a capire, lasciandoci guidare dalle sonorità di Bartók: perché la nostalgia dell’esule? Occorre intanto conoscere il Maestro, che è non solo compositore, ma anche pianista, didatta, etnomusicologo. Soprattutto quest’ultima competenza spiega tutta la sua musica. A 26 anni, infatti, mentre suona in giro per l’Europa come concertista (arriva secondo al concorso Rubinstein di Parigi vinto dall’allora ventunenne Wilhem Backhaus, uno dei più straordinari interpreti delle Sonate beethoveniane), allarga i suoi orizzonti alle tendenze locali ed etniche. Iniziano le sue ricerche sulla musica popolare di campagna in campagna, di villaggio in villaggio, dove registra, servendosi di un fonografo Edison, canti e melodie. E insieme all’altro grande compositore ungherese, Zoltán Kodály, raccoglie centinaia di melodie popolari, per anni, ungheresi e non solo, rumene, bulgare, slovacche, spingendosi addirittura in Algeria.
E’ questa, allora, la cifra stilistica di un Béla Bartók che immette con generosità gli stilemi folclorici studiati tra i villaggi dei Balcani nei sussulti musicali vissuti nella prima metà del Novecento, tra impressionismo, espressionismo, serialismo, neoclassicismo, senza legarsi mai ad alcuno di essi, ma sperimentandoli tutti, impastandoli però di quella “nostalgia” di casa, di quei canti popolari della sua terra che diventano un porto sicuro in cui rifugiarsi. Intanto, in Europa scoppia la seconda guerra mondiale. Nel 1939, dopo una tournée in Europa durante la quale si esibisce come pianista anche in Italia, al Teatro La Fenice di Venezia, prende definitivamente le distanze come artista dall’ideologia del nazifascismo. Scrive: «E’ penetrata persino nella musica, pure la mia casa editrice è diventata razzista, anche la società dei diritti d’autore è stata ugualmente nazificata. Proprio l’altro ieri ho ricevuto il famigerato modulo: “Lei è di sangue tedesco, razzialmente affine o non ariano?”».
Ed è così che nell’ottobre 1940 se ne va dall’Europa, in esilio, imbarcandosi da Napoli, sulla nave Rex, diretta al porto di New York. Non tornerà più indietro: morirà a Manhattan nel 1945, proprio al termine del conflitto. Anche se gli ultimi cinque ultimi anni di vita, tutti trascorsi in America, sono stati i più amari e tristi: difficoltà economiche, incarichi saltuari, pochi concerti, un linguaggio musicale di fatto estraneo al gusto corrente, il rifiuto di scendere a compromessi. Bartók arriva negli Usa preceduto dalla fama di etnomusicologo, ma respinge l’offerta di occuparsi della musica indiana, rifiuta di occuparsi di quel “tesoro” che sono i canti dei Pellerossa, perché incapace di comprendere quella civiltà. Insomma, gli ultimi anni del compositore ungherese sono un periodo difficile, ai limiti dell’indigenza, alleggerito solo dal successo del Concerto per orchestra, nato da una commissione di Serge Koussevitzky, direttore della Boston Symphony Orchestra, accolto da un successo di pubblico tale da garantirgli centinaia di repliche in tutto il mondo, ma al tempo stesso capace di far storcere il naso a molti musicologi europei, i quali accusano l’autore di aver abbandonato «la propria fedeltà giacobina nei confronti della dissonanza, per mostrarsi accondiscendente verso i facili gusti del pubblico americano».
Il Concerto per orchestra si chiama così perché nelle intenzioni del compositore evidenzia il ruolo virtuosistico delle diverse sezioni. Non c’è un solo strumento protagonista, ma via via archi, legni, ottoni, percussioni svettano dialogando con la massa orchestrale. Bartók stesso ne descrive i tratti di fondo: «Il titolo si spiega con la tendenza a trattare i gruppi strumentali in un modo concertante e solistico… che rende quindi l’opera un vero concerto grosso nel quale il “concertino” si oppone al “ripieno”. L’elemento virtuosistico si palesa, ad esempio, nelle sezioni fugate dello sviluppo del primo tempo (ottoni) o nei passaggi a guisa di moto perpetuo del tema principale dell’ultimo tempo (archi), e specialmente nel secondo tempo, ove coppie di strumenti entrano successivamente con passaggi brillanti... L’aspetto generale del lavoro rappresenta, a parte il danzante secondo movimento, un graduale passaggio dalla severità del primo tempo e dal cupo canto di morte del terzo, all’affermazione di vita dell’ultimo».
Tra i momenti più suggestivi dell’intera pagina c’è, senza dubbio, il secondo movimento, chiamato “Il gioco delle coppie” (Allegretto scherzando), un “divertissement” orchestrale nel quale, dopo un’introduzione del tamburo, coppie di fiati, tra loro uguali, si muovono parallelamente a intervalli fissi. E’ un vero e proprio “concerto di coppia”, con la successione di 2 fagotti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 flauti, 2 trombe, a tratti collegati tra loro dai contrabbassi. E il tempo si chiude con un accordo di tutti gli strumenti che hanno “giocato” insieme.
Meraviglioso anche il quarto movimento – Intermezzo interrotto (Allegretto) – tra richiami fortissimi della tradizione folclorica magiara e ampie cavate melodiche. Forse la parte più irresistibile di tutto il Concerto per orchestra, dove di là dall’andamento nostalgico e lirico si riconosce bene la contrapposizione sonora tra l’intero ensemble e le sezioni strumentali solistiche. «Forza espressiva, grazia, passione, umorismo si alternano nel quarto tempo, in un carosello di contrastanti emozioni non privo di sottile ironia», è il parere del compositore Carlo Franceschi De Marchi.
Come al solito acuta l’analisi del musicologo Sergio Sablich: «Nel Concerto per orchestra, pagina di rasserenata e meditata riflessione, quasi un’oasi di pace dopo tanti tumulti spirituali, rimane in apparenza ben poco dell’aggressiva tensione ritmica e delle taglienti immagini timbriche di altre opere orchestrali bartokiane (basti pensare alla Musica per strumenti a corda, celesta e percussione del 1936), senza che per questo si renda credibile la tesi secondo cui Bartók sarebbe stato condizionato da “esigenze di mercato” nei confronti del pubblico americano. Altri, invece, appaiono i valori di cui è intessuta la preziosa partitura: come se, in sostanza, si trattasse di un ritorno alle esperienze compiute in gioventù, rivisitate ora con la saggezza dolorosa della vecchiaia, riunendo le espressioni di un patrimonio culturale e musicale che da Liszt, Brahms, Strauss e financo Debussy arriva al tocco leggero di quell’autentico filone etnico magiaro, tanto amato e indagato da Bartók nel corso di tutta la vita».
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Béla Bartók
Concerto for orchestra; Music for Strings, Percussions and Celesta
Orchestre de la Suisse Romande; Eliau Inbal, direttore (Denon, disponibile anche su Apple Music e Google Play)

2) Béla Bartók
Concerto for orchestra; Suite “The miraculous Mandarin”
Legendary Performances
Wiener Philharmoniker; Sir George Solti, direttore (Decca, disponibile anche su Apple Music e Google Play)

3) Béla Bartók
Piano Concertos Nos. 1-3
Radio Simphonie-Orchester Berlin; Géza Anda, pianoforte; Ferenc Fricsay, direttore (Deutsche Grammophon, disponibile anche su Apple Music e Google Play)

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Parole chiave:
Culture - Guerra - Musica - Serenità

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