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12/07/2011

La ninna nanna dei miei dolori (Johannes Brahms, Intermezzo op. 117 n. 3)




Johannes Brahms
Intermezzo Op. 117 n. 3 – Andante con moto
Teo Gheorghiu, pianoforte


Forse è lui il più grande. Capita di pensarlo (indecisi fra la verticale spiritualità di Bach, l’apollinea bellezza mozartiana e la potenza eroica di Beethoven) ogni volta che incrociamo la musica per pianoforte di Johannes Brahms, in particolare quella scritta nell’ultima parte della vita – dopo la parentesi cameristica e il sospirato approdo alla sinfonia – che ha la forza introspettiva di una confessione: ecco i miei sogni e le mie malinconie infinite.
Impossibile non tornare di tanto in tanto a Brahms. C’è nella sua musica qualcosa che ci chiama in causa in senso esistenziale, un gioco di luci e ombre che riflettono, oltre ai suoi, anche i nostri giorni, gioie e sofferenze, slanci di vitalità e periodi di sconforto, aperture alla vita e ripiegamenti su noi stessi. Si potrebbe dire che c’è sempre, in ogni nostra giornata, un po’ di Brahms, delle sue nostalgie, della sua tenerezza.
L’iconografia brahmsiana ci consente di intuire il percorso umano del genio di Amburgo: dai primi ritratti di giovane elegante e raffinato, portamento da dandy, una specie di Dorian Grey musicale, alle immagini della maturità che restituiscono un uomo severo, ombroso nello sguardo, incorniciato da una barba leggendaria e contagiosa (chi non vorrebbe un nonno così, uno sguardo misto di severità e saggezza), ma di un “ombroso” dovuto alle solitudini dei suoi giorni, alle passeggiate sui ghiacciai di Engadina, alla mai del tutto elaborata mancanza di affetti e amori. In mezzo, semplicemente la vita che scorre, come negli album dei nostri ricordi. Ci sarebbe forse materia per studi musicologici sul versante psicoterapeutico, nei sistemi relazionali, anche familiari di Brahms, per capire un uomo a tratti profondamente solo e tuttavia capace di scrivere musica di una bellezza da stordire.
Proprio come gli Intermezzi Op. 117, una serie di tre pezzi pianistici, dei quali ascoltiamo il n. 3 (ovviamente l’ascolto dovrebbe procedere dal n. 1): prima ancora che su disco trovate l’intera sequenza su YouTube, seppure in versioni statiche di storiche esecuzioni. Brahms stesso definì questi pezzi la “ninna nanna dei miei dolori”. Siamo verso la fine della sua vita: Brahms compose l’Op. 117 nel 1892, a sei anni dalla morte, quando già aveva completato il ciclo delle quattro Sinfonie.
Dunque, non abbandonò mai veramente lo strumento della giovinezza, quando per mantenersi suonava nelle taverne al porto di Amburgo. Ma non c’è nulla nel suo “ultimo” pianoforte che sia giocato esclusivamente per comunicare o esaltare lo splendore tecnico-strumentale. Nei suoi ultimi anni, al contrario, il pianoforte di Brahms diventa più rarefatto, più “essenziale” nel racconto musicale, un po’ come accadde anche all’ultimo Chopin con la “semplicità” della Berceuse.
Nel Brahms pianistico dell’Op. 117, per esempio, non c’è nulla del travolgente romanticismo di Schumann; o del virtuosismo di Franz Liszt, il quale era convinto che la musica fosse una disciplina superiore e potesse cambiare il mondo e la storia; e quindi il suo pianoforte, a tratti iperbolico e intensamente espressivo dal punto di vista cromatico, diventava “strumento” per imprimere, attraverso la musica e l’arte, una rivoluzione culturale.
No, il pianoforte di Brahms racconta la sua vita, gioie e malinconie, speranze, momenti felici, e poi l’angoscia, il dolore di essere solo, e di nuovo la rarefatta limpidezza delle sue montagne, e ancora la luce, la tenerezza e l’ingenuità dei suoi incontri, delle mancate o perdute relazioni, anche e soprattutto femminili. La sua musica è un ottovolante dell’anima, tra il precipitare nel tormento esistenziale e improvvisi squarci di ottimismo.
Lo si ascolta con evidenza in questo Intermezzo Op. 117 n. 3, che come dicevamo prima appare così semplice nell’idea musicale da essere “orecchiabile”. Ascoltandolo più volte, a un certo punto vi accorgerete che suona nella vostra mente, vi sarà facile cantarlo nel silenzio, ascolterete il pianoforte dentro di voi. Non accade di frequente: con le Sonate di Beethoven, per esempio, è quasi impossibile. E persino di un compositore come Allevi, oggi osannato e sopravvalutato (siamo d’accordo con il violinista Uto Ughi), non ricordiamo una sola nota nella memoria musicale: forse perché, con tutto il rispetto per i dischi che ha venduto, l’intera produzione di Allevi non vale una nota di questa Op. 117.
Per farvi conoscere questo Intermezzo abbiamo scelto il pianista Teo Gheorghiu. Dal punto di vista strutturale, la pagina brahmsiana si apre con un’introduzione che procede per arpeggi ostinati, dove dominano le tinte brunite, come se il compositore volesse raccontarci il suo malessere interiore, le tenebre del suo Io, il mal di vivere.
Poi, all’improvviso, circa al minuto 2:10 del video, ecco una pausa e subito un cambio di scena: una trovata quasi teatrale apre a nuovi orizzonti e lascia spazio al lirismo del pianoforte, che inizia a “cantare” come liberato dai propri fantasmi. Brahms sembra confidare: all’inizio vi ho detto come sto, adesso vi ricordo che la vita è meravigliosa nonostante tutto. E allora la partitura dell’Intermezzo si concede ai più variopinti registri dell’anima, si spalanca ai contrasti delle inquietudini: Brahms sembra qui piangere e ridere, gioca con le sfumature della tastiera, il suo lato più oscuro incontra improvvisi raggi di sole. E dopo la tenebrosa introduzione, l’Intermezzo, nato a nuova vita, pare quasi una sintesi di tutto il suo mondo interiore, dalle tinte fosche alle pennellate di colore.
Osservate il pianista Gheorghiu: la mano sinistra, che suona le note più basse, in chiave di fa, con il compito di accompagnamento, compie frequenti incursioni nelle sonorità più gravi, alle quali Brahms affida i propri tormenti; la mano destra, che esegue le note più acute, in chiave di sol, la parte della melodia, risponde con improvvise macchie di luce, con accordi limpidi e abbaglianti. Come a contrastare le tenebre dell’anima, per dare comunque una speranza ai propri giorni. Nello stesso frammento di Intermezzo, insomma, s’inseguono gioia e dolore, malinconia. Che poi è la vita: quella di Brahms, ma anche la nostra.
Affanassiev, come dicevamo, esegue con precisione secondo partitura. Vi consigliamo tuttavia un paio di confronti, meno ortodossi: la pianista Hélène Grimaud, che sembra inizialmente rimanere in superficie, con mano leggera, per poi scatenarsi in una tumultuosa parte centrale che penetra in profondità nelle emozioni di Brahms; e il genio fuori da ogni schema del canadese Glenn Gould, che rinuncia agli aspri contrasti dinamici per suonare un Intermezzo tutto giocato su pause, silenzi, impercettibili “rallentando”. Dunque, scegliendo la purezza del Brahms più intimistico. Bellissimo.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Johannes Brahms
Works for solo piano
Julius Katchen, pianoforte (London)

2) Johannes Brahms
Ballate Op. 10 - Rapsodie Op. 79
Glenn Gould, pianoforte (Sony Classical)

3) Johannes Brahms
Two Rhapsodies, Op. 79; Piano Pieces, Op. 117-119
Radu Lupu, pianoforte (London)

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Parole chiave:
Dolore - Malinconia - Musica - Solitudine - Speranza - Strumenti musicali

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ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico

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