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29/11/2011

La maestosa essenzialità dell'arte (Johann Sebastian Bach, Ciaccona, dalla Partita No. 2 per violino solo)




Johann Sebastian Bach
Ciaccona, dalla Partita n. 2 per violino solo
Nathan Milstein, violino


Meraviglie di Internet, scrigno senza fine di tesori da “vedere”, non solo da ascoltare. Sì, perché abbiamo trovato sul web proprio ciò che cercavamo: il violinista Nathan Milstein, punto di riferimento della discografia bachiana per violino solo, che esegue la Ciaccona dalla Partita n. 2, BWV 1004. Soltanto dieci anni fa, rigirandosi tra le mani il cofanetto della Deutsche Grammophon con l’integrale delle Sonate e Partite, registrato a Londra nel 1973 nella Brent Tower Hall di Wembley, sarebbe stato impossibile immaginare di poter guardare un giorno il violinista Milstein suonare questa Ciaccona, per chi l’aveva conosciuto solo su 33 giri, o su compact disc, e non ha mai avuto l’opportunità di ascoltarlo dal vivo. Così, dopo questa scoperta, non c’è stato bisogno di cercare altro: qui siamo al vertice dell’interpretazione – se volete, nella vertigine dell’essenzialità e della purezza – proprio là dove intendeva portarci Bach immaginando questa musica a partire da quattro battute per violino, “senza accompagnamento”. Non c’è di meglio per semplicità e al tempo stesso austerità del suono, pulizia formale, spessore della “presenza” polifonica.
Il Kapellmeister, com’era definito Bach nel suo tempo, trattò il violino in senso solistico negli anni della sua permanenza a Köthen, dedicando a questo strumento due tra le più straordinarie raccolte: le tre Sonate e le tre Partite per violino solo (BWV 1001-1006) e le sei Sonate per violino e cembalo obbligato (BWV 1014-1019). Come scrive Alberto Basso nella sua biografia bachiana in due volumi editi da EDT, «è assioma critico inconfutabile che la prima di queste raccolte strumentali si collochi al vertice assoluto dei valori cui è pervenuta la letteratura violinistica di tutti i tempi». Non siamo musicisti e non è compito nostro dimostrare la validità dell’assioma. Ed è anche difficile annotare qui, per chi scrive, qualche spunto per riconoscere, in una battuta del rigo musicale piuttosto che un’altra, la forza terapeutica di queste note. Qui siamo oltre i confini del “terapeutico” o del “distensivo”, delle possibili sfumature “a programma”, dei segnali per indagare nell’animo del compositore e scoprire “che cosa intendeva dire”.
Questa è musica infinita nello spazio della sua orizzontalità ed eterna nella sua dimensione verticale. Banalmente, si direbbe un capolavoro. Ma non basta. E’ di più. C’è una forza al suo interno che abita le epoche, interroga le storie, scava nel profondo di ciascuno di noi (se disponibili all’ascolto e all’abbandono) grazie al fluire della cantabilità e della sua eloquenza. Pur essendo maestosamente essenziale. Lascia un segno, incide come un bisturi. Non colpisce in particolare per la melodia. E neppure per la polifonia, se non alle orecchie dei musicisti che sanno “misurarne” la dimensione armonica verticale. E’ una musica che s’impone senza filtri, senza categorie o sovrastrutture, con la forza di sé, inondandoti la mente di stupore, come lo sguardo della Gioconda di Leonardo, o la disperazione di Paolo e Francesca nel quinto canto dell’Inferno dantesco.
Bach compose le Sonate e Partite nel 1720. Il lavoro rimase inedito per 80 anni, circolando solo in copie manoscritte fra allievi, musicisti e amici appassionati. Il Kantor era un esperto violinista ma, curiosamente, e questo la dice lunga sulla maestria strumentale infusa a livello di pensiero scrivendo le note sul pentagramma, non era abbastanza bravo per eseguire alla perfezione le sue stesse pagine. Dovette cercare al di fuori delle mura di Köthen, e trovò il giusto concertista in Johann Georg Pisendel di Dresda. Dunque, il compositore stesso si rese conto sulla propria pelle che per suonare le sue musiche “a solo” non bastava la tecnica. Perché nelle Sonate e Partite occorre penetrare più in profondità rispetto all’abilità delle dita sulle corde dello strumento. Per restituirci il pensiero bachiano occorre compiere un miracolo che è incarnato in queste stesse note: e cioè rendere chiare, “visibili” – ed è la magia che si schiude alle nostre orecchie – le armonie velate dalla tessitura violinistica; separare la melodia dall’accompagnamento dei registri più bassi (ciò che Glenn Gould realizza, con più chiarezza di altri, sui tasti del pianoforte). La resistenza, la concentrazione e l’introspezione necessarie a dare forma alle varie sezioni, in un disegno logico e polifonico unico, lasciano attoniti chi ascolta. E chi suona: nella versione su disco sentirete nettamente il “respiro” di Milstein, che quasi s’inginocchia davanti questa musica negli snodi cruciali, dove è più alta la tensione emotiva, soprattutto nel passaggio dalla prima sezione in re minore alla tonalità di re maggiore.
Di tutto questo, la pagina che vi proponiamo è certamente la più celebre, spesso eseguita anche da sola, sganciata dalla sua visione integrale, mentre si tratta del quarto movimento della Partita n. 2 BWV, preceduto da un’Allemanda, da una Corrente, e da una Giga, movimenti di danza d’origine rinascimentale e barocca sublimati da Bach in tutte le sue opere strumentali. La Ciaccona, che chiude la Partita, è la più attesa dagli appassionati, la più ardua per gli interpreti, la più iconografica per la storia tutta della musica violinistica. Potremmo dire che i precedenti tre movimenti sono sulla partitura per “preparare” la Ciaccona, per disegnarle un sentiero di arrampicata sonora. Secondo il musicologo Boris Schwarz, «questa pagina è tra le più sublimi di Bach, insieme con la Passacaglia in do minore per organo». Si tratta, dal punto di vista formale, di un tema derivato da un basso semplice di quattro misure e sviluppato in 29 variazioni per un totale di 257 misure. Il tema iniziale riappare a metà della composizione e alla fine. Tre pilastri che sostengono una struttura suddivisa in tre tonalità: re minore iniziale, cambio di tonalità in re maggiore, e ritorno ancora una volta al re minore, in un’abbondanza d’inventiva e immaginazione che ricorda un gioiello finemente intarsiato e cesellato.
Senza entrare nei dettagli delle leggi dell’armonia, e delle regole che sono alla base delle “modulazioni” tra una tonalità e l’altra, la felicità di chi ascolta (e ovviamente il conseguente benessere psicofisico) può essere proficuamente coltivata proprio sforzandosi di ascoltare, e interiozzare, i due cambi di “atmosfera” che Bach imprime alla sua Ciaccona, passando prima dal re minore al re maggiore, e poi dal re maggiore al re minore. Sono due “stacchi” assai percepibili, assolutamente magici, che arrivano a condizionarci addirittura in un salto di umore, di sguardo sull’esistenza. Dalla maestosità dell’attacco e dagli arpeggi che restano sospesi, quasi immobili, alla religiosa bellezza (ma di una spiritualità neutra, laica) della sezione in re maggiore, la cui fine termina, com’è stato giustamente sottolineato, quasi come un corale d’organo, come se a suonare fosse un’intera orchestra.
Non è così. Nelle onde di calma e serenità che arrivano al cuore (paragonabili a quelle impresse dalle Suite per violoncello solo, che magari vedremo in un’altra puntata) e vagano nelle mente di noi che ascoltiamo, c’è invece tutta la gloria di Bach nel dipingere la sua salita verso l’Assoluto affidandosi a un solo strumento. Un “semplice” violino.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Johann Sebastian Bach
Sonate e Partite per violino solo
Nathan Milstein, violino (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes)

2) Johann Sebastian Bach
Sonate e Partite per violino solo
Henryk Szering, violino (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes)

3) Johann Sebastian Bach
Violin Concertos
Elisabeth Wallfish, violino; Orchestra of the Age of Enlightenment; Paul Nicholson, direttore (Veritas, disponibile anche su iTunes)

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Parole chiave:
Bellezza - Interpretazione musicale - Musica

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