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13/07/2010

La luce che diventa pace (Wolfgang Amadeus Mozart, Concerto per pianoforte KV 466, terzo movimento)




Wolfgang Amadeus Mozart
Concerto per pianoforte KV 466, terzo movimento (Rondo: allegro assai)
Maria João Pires, pianoforte
Pierre Boulez, direttore d’orchestra


L’abbiamo tenuto un po’ in disparte, come si fa con i gioielli di famiglia, con gli amori che contano davvero, custoditi con gelosia e ammirazione, per evitare che anche solo una piccola nota di questo compositore immenso potesse essere scambiata per facile e scontata divulgazione, tipo le compilation da autogrill che strillano in copertina la Marcia Turca o la “popolare” Sinfonia in Sol minore.
Eccoci a Wolfgang Amadeus Mozart, forse il più grande tutti. Scriveva su Repubblica di qualche anno fa il critico Michelangelo Zurletti: «Tra i musicisti amati, uno non può fare la scelta definitiva, uno per tutti. Tuttavia molti, se costretti all’infame gioco della torre, alla fine direbbero Mozart... Perché fu il re dell’ambiguità. In lui la tragedia convive con la commedia, la serietà con la burla, l’applicazione con il gioco... La vivacità assoluta del modo minore e la perfetta malinconia del modo maggiore, in ciò ribaltando la prassi diffusissima che vuole tono maggiore = serenità, tono minore = mestizia».
Il risultato di questi contrasti musicali – che fanno da specchio ai contrasti dell’anima e, spesso, dei nostri equilibri psicologici – è che non c’è una sola pagina mozartiana dalla quale non rifulga una luce speciale, capace di regalare gioia e serenità, voglia di vivere e di cantare, nel senso di “cantare” la musica, cioè di suonarla con la voce, seguendone le variazioni dinamiche e melodiche: reazione che quasi mai è così spontanea e istintivamente coinvolgente come nella musica del Salisburghese. E vari studi musicologici, che scavano in profondità nell’analisi della partitura, sono concordi nell’assegnare a Mozart un ruolo efficace nella musicoterapia, in grado di lenire anche dolori profondi. A patto, però, di “incontrarlo” con la dovuta serietà e prospettiva, al di là di film e leggende, anche letterarie, che «ne tramandano al massimo qualche tic, qualche frase musicale e un’idea piccola piccola di un uomo assolutamente grande».
Si può non essere d’accordo con il critico, che con il gioco della torre ha estremizzato eccessivamente la posta in gioco. Anche perché compiere una scelta musicale definitiva è difficile: chi vi scrive, dopo quasi 25 anni di ascolti quotidiani e tanti concerti, non ha ancora deciso se il più grande sia Mozart, oppure il Bach che eleva solenni architetture verso il cielo, o ancora il vecchio Brahms e le sue malinconie svelate all’ombra dei ghiacciai. Di volta in volta mi trovo a esclamare: «È questo il più grande!». Per poi felicemente contraddirmi all’ascolto successivo.
Ma chi ha studiato Mozart a fondo, per tutta la vita, forse può aiutarci a capire. E poche letture scuotono così profondamente come l’inizio della biografia mozartiana di Bernhard Paumgartner:
«Quando l’Imperial Regio Kammerkompositeur Wolfgang Amadeus Mozart si spense, povero e pieno di debiti, nelle prime ore del mattino del 5 dicembre 1791, non v’era nessuno a accanto a lui degno di chiudergli gli occhi. Joseph Haydn, l’unico che con la grandezza del suo spirito creativo avesse chiaramente visto brillare il genio immortale nella misera veste terrena dell’amico diletto, si trovava a Londra. Beethoven non viveva ancora a Vienna. Nessun curioso, nessun amico, nessun parente, neppure la vedova, erano presso il margine dell’oscura tomba, quando le mani indifferenti del becchino di San Marco seppellirono frettolosamente il povero piccolo corpo, tra i resti di miserie senza nome…».
Miserie senza nome... Ma se chi ha scritto la musica che vi proponiamo in questo video è finito in una fossa comune, perché tanti si affannano a costruirsi tombe che somigliano sempre più a sontuosi mausolei? Davvero la fine di Mozart ci insegna come sia durante la vita, e non dopo, che ci giochiamo, nonostante le traversie che ci possono colpire, la possibilità di lasciare a chi rimane qualcosa di davvero immortale, si tratti di un’opera artistica, dei frutti di un mestiere svolto con coscienza, dell’amore dato e ricevuto nello svolgersi quotidiano dei giorni.
Prosegue Paumgartner: «Il suo spirito immenso raccolse per un’ultima volta le svariate e molteplici manifestazioni di un’epoca al tramonto, s’impossessò di quanto esse avevano di così prezioso e diede loro una formula eterna... Polemiche pro e contro la sua arte non se ne ebbero mai – si pensi a Beethoven e a Wagner... Mentre nell’opera di Mozart si trovano riuniti, in perfetta armonia, logica stringente e bellezza melodica, arditezza di struttura armonica, equilibrio sia nelle sonorità sia nei movimenti, fusione ideale del dettato lineare-contrappuntistico con la chiarezza della costruzione omofono-verticale».
Così l’esperto e il musicologo. Ma la musica poi va suonata. E allora guardate il viso della pianista portoghese Joao Pires mentre “attacca” il terzo movimento del Concerto KV 466: non riesce a sorridere, anche se la gioia immensa del cuore glielo suggerirebbe; non riesce a piangere, perché l’etichetta e il contegno richiesto dal suo ruolo non lo consentono. Non ha la partitura davanti, suona a memoria, ma con gli occhi accarezza il pentagramma, come si fa con le bellezze che incantano e lasciano senza parole. Guarda verso l’alto e forse cerca il Maestro, e non sa se ringraziare per il tesoro in musica che ha tra le mani, o cercare conforto interpretativo alla fonte creatrice di quella stessa musica. A tratti, la Pires si fa piccola, si capisce che vuole essere solo “strumento”, quasi si nasconde dietro il pianoforte, gli occhi vispi e in adorazione, lo sguardo umile e abbandonato. È una specialista mozartiana, studia da quando aveva cinque anni, ha ripetuto e provato quella partitura centinaia di volte. Eppure è come se ci dicesse: «Ascoltate, ognuna di queste note è più grande di me».
In una fase particolarmente felice della sua vita, Mozart scrisse 14 splendidi concerti per pianoforte e orchestra. Si distinguono, nel panorama di questa particolare forma di espressione concertistica, per la raffinatezza del disegno solistico, per l’espressività, per la cantabilità, per il perfetto equilibrio tra il “solo” e il “tutti”, senza che mai, per un solo istante, all’orchestra non siano dati uguali spazio e autonomia, e alle varie famiglie di strumenti pari dignità rispetto al protagonismo del pianoforte. Di questo Concerto KV 466, celebre e molto eseguito al pari del 488 e del 467, ascoltate gli archi, i clarinetti, i flauti: intervengono e tagliano la scena pianistica con intensità e presenza musicale non secondarie.
Al tempo di Mozart questi concerti erano eseguiti senza direttore. Lo stesso compositore austriaco li dirigeva e li suonava in occasioni pubbliche, in dimore patrizie o anche all’aperto, in una Vienna che applaudiva con entusiasmo questi lavori, apprezzati dall’Imperatore in persona, che in più occasioni fece pervenire a Mozart apprezzamenti ed elogi.
Abbiamo scelto per voi il terzo movimento del KV 466, dall’inconfondibile impronta mozartiana in quanto a energia vitale, a partire dalla tumultuosa scala iniziale che precede l’orchestra. Su YouTube trovate anche il primo, caratterizzato da un attacco tenebroso e ricco di suspense. Ma dell’intero concerto è stupefacente soprattutto la “luce” che emana da ogni pagina: raggi di luce e di gioia improvvisa, capaci squarciare qualsiasi “tenebra”.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Wolfgang Amadeus Mozart
The Concertos for Piano & Orchestra
Murray Perahia, pianoforte (Cbs Masterworks)

2) Horowitz plays Mozart
Piano Concerto N. 23 KV 488 – Piano Sonata KV 333
Vladimir Horowitz, pianoforte – Carlo Maria Giulini, direttore d’orchestra – Orchestra del Teatro alla Scala (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes)

3) Wolfgang Amadeus Mozart
Sonata N. 8 KV. 310
Dinu Lipatti, pianoforte
Registrazione del 1951 (Emi Records)

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Parole chiave:
Bellezza - Dolore - Interpretazione musicale - Musica - Musicoterapia - Serenità - Vita e morte

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