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29/05/2012

La gioia semplice dell'aria di casa (A. Dvořák, Danze slave Op. 72 N. 2)




Antonín Dvořák
Danze slave Op. 72 N. 2
Bournemouth Symphony Orchestra; Jose Serebrier, direttore


Si-do-si-la-si-do… Provate a cantare con il direttore d’orchestra uruguaiano Josè Serebrier. Innanzitutto con la voce del primo violoncello: attenzione, “legato”, ma non completamente, il fraseggio dev’essere anche un po’ “staccato”, perché è una danza, un ritmo con un carattere e un profumo precisi, ci sono movimento, energia, calore, passione, che devono farvi muovere, ballare, partire, viaggiare con la potenza della musica. Poi intonate con il registro dei violini, sempre la stessa frase: si-do-si-la-si-do. E ancora, con l’accenno del medesimo morbido tema, ecco il timbro gentile delle viole. Adesso il maestro Serebrier è pronto per la prova finale di concertazione. Ed è improvvisamente, sin dal primo attacco orchestrale, amalgamato da un impasto sonoro di malinconia e folclore, un miracolo sonoro che ci porta d’incanto tra i suoni e i colori al di là del Danubio.
Incontriamo così per la prima volta il compositore boemo Antonín Dvořák, figlio di un oste, che a 16 anni entrò nella scuola organistica di Praga, suonò a lungo il violino in un’orchestra di musica “leggera”, e solo a 36 anni riuscì finalmente a dedicarsi a tempo pieno alla composizione, grazie a una borsa di studio, “raccomandato” da Brahms. Che evidentemente aveva capito. Fu in parte proprio grazie a Brahms che Dvořák scrisse questo capolavoro sinfonico che vi proponiamo in un’originale versione registrata durante le prove, e caricata su YouTube da uno dei più celebri ingegneri del suono inglesi, Phil Rowlands: si tratta della Danza Slava Op. 72 N. 2, seconda di otto “danze” scritte nell’estate del 1886. L’Op. 72 è la seconda serie di Danze Slave composte da Dvořák: la prima serie, Op. 46, anche qui otto in tutto, fu composta per pianoforte a quattro mani nella primavera del 1878 e l’anno successivo trascritta per orchestra. In quasi tutte le proposte discografiche le troverete insieme, Op. 46 e Op. 72, a partire dalla storica lettura che ne ha fatto il direttore Antal Dorati con la Royal Philharmonic Orchestra.
Dunque, visto il successo della prima serie, che scatenò appunto l’entusiasmo di Johannes Brahms, il musicista boemo fu caldamente invitato, anche per motivi commerciali, a scriverne una seconda serie di otto, inizialmente sempre per pianoforte a quattro mani, orchestrate in un secondo momento, in una brillante e spumeggiante edizione strumentale.
Carezzevoli, fresche, spontanee. Queste Danze Slave di Dvořák sono tra gli esempi più luminosi del periodo delle Scuole nazionali, sculture sonore lasciate nella storia della musica nazionalistica durante la seconda metà dell’Ottocento, dove gli stilemi popolari, contadini e folcloristici, i ritmi nostalgici e allegri, sentimentali e festosi, anche popolari e popolareschi delle singole Nazioni, si elevano all’altezza e alla nobiltà dell’arte grazie a compositori come Dvořák e Smetana (e più avanti Janacek) in Boemia, ma anche, per esempio, De Falla in Spagna. E infatti nel ciclo dell’op. 72 confluiscono danze di carattere boemo, polacco, slovacco, ucraino e serbo, dalle quali, come scrive il musicologo Ennio Melchiorre, «si sprigiona un profumo fresco e gradevole di aria nativa, con infiltrazioni di ritmi di derivazione zingaresca».
Quelle che proponiamo è la seconda Danza Slava dell’Op. 72. La prima – che si richiama alla musica popolare slovacca e ha un piglio slanciato e vigoroso – è forse anche più celebre: l’avrete sentita spesso in qualche trascinante concerto di Capodanno, e potete ascoltarla in una simpatica versione per pianoforte a quattro mani registrata in una chiesa di Praga. La N. 2, invece, oggetto della nostra proposta di ascolto, un tempo era una delle melodie più eseguite nei café-concert di mezza Europa. Tecnicamente, cioè nel linguaggio delle espressioni musicali, è una Dumka, cioè un pensiero, una riflessione tradotta in musica con la forza della tradizione popolare boema, che tuttavia risulta immediatamente “sincera” anche nel cuore di popoli e ascoltatori che sono nati lontani dalle tradizioni slave, perché ha in sé la natura istintiva, ottimistica, anche un po’ genuina, semplice, spontanea di Dvořák (basta osservare i suoi ritratti per capire che somigliano a quelli dei nostri bisnonni appesi alle pareti di qualche casa di campagna), un compositore che non aveva nulla di cerebrale o intellettuale: anche cameristicamente non ha mai toccato le vette di ricerca formale e linguistica che hanno accompagnato, e tormentato, la vita di Johannes Brahms.
Nella sua musica – sinfonica o da camera – tutto scorre in modo limpido sul pentagramma. Dvořák scrive con un linguaggio assolutamente vicino a una nostra sensibilità innata, dunque amico delle nostre corde più intime e immediatamente fruibile sul piano del canto melodico, con ricchezza di temi freschi e generosi che incontrano un’orchestrazione assai descrittiva e densa di colori, di timbri e di suggestioni popolareggianti. Precisa ancora lo studioso di Dvořák Ennio Melchiorre: «L’Op. 72 N. 2 è un canto popolare ucraino in mi minore, intriso di lirismo elegiaco con il suo ritmo malinconicamente struggente, di chiara ascendenza slava».
Di certo, ascoltando queste Danze, viene spontaneo chiedersi perché siano così poco eseguite nei programmi dei concerti. Soltanto 10-15 anni fa lo erano molto di più. Hanno una loro dignità di musiche nazionali capaci di mettere allegria, un po’ come i celebri valzer degli Strauss, Johann, padre e figlio, rimasti celeberrimi nonostante siano orchestralmente molto meno raffinati delle Slavonic Dances di Dvořák. Forse, chissà, per la capacità tutta viennese, in pieno Ottocento, di fare del buon marketing d’antan sulle note straussiane del “Bel Danubio blu” (Strauss figlio) o della “Marcia di Radetzky” (Strauss padre). Ordinate dall’editore Simrock di Berlino, l’op. 46 e l’op. 72 di Dvořák sono una fonte da cui sgorga energia fresca e tonificante, in questo senso ricordano l’immediatezza delle melodie schubertiane, e come queste ci fanno stare bene, sono musiche che restituiscono a piene mani gioia e allegria. Furono stampate e lanciate sul mercato insieme alle “Danze Ungheresi” di Brahms. Che ovviamente vi proporremo per un confronto tra l’allievo e il maestro.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Antonín Dvořák
Slavonic Dances Op. 46 & Op. 72
Royal Philharmonic Orchestra; Antal Dorati, direttore (Decca, disponibile anche su iTunes)

2) Antonín Dvořák
Slavonic Dances Op. 46 & Op. 72
Duo Tal/Groethuysen, pianoforte a quattro mani (Sony Music, disponibile anche su iTunes)

3) Bedřich Smetana
Ma Vlast
Boston Symphony Orchestra; Raphael Kubelik, direttore (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes)

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Parole chiave:
Bellezza - Malinconia - Musica - Prove orchestrali - Scuole musicali nazionali

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ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico

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