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27/11/2018

La gioia della vita in un quartetto (Ludwig Van Beethoven, dal Quartetto per archi Op. 59 No. 3 "Razumovsky")




Ludwig Van Beethoven
Quartetto per archi Op. 59 No. 3 “Razumovsky”
Allegro molto
Quatuor Ardeo


Dalla perfezione bachiana dello strumento solo, il violoncello, che abbiamo lasciato nelle mani della francese Ophélie Gaillard con la Sesta Suite (ma torneremo all’essenzialità solistica di Bach, con il violino, perché è appena uscita un’interessante integrale dell’italiano Giuliano Carmignola), a un altro tipo di perfezione, quella cameristica, rappresentata dal quartetto d’archi, «la forma più alta del fare musica da camera: s’impara ad ascoltare, a essere protagonisti, a mettersi a servizio degli altri, a esercitare la disciplina, a confrontarsi con i più grandi capolavori», spiega Simonide Braconi, violista dell’ormai celebre formazione della Scala.
Ed ecco uno di questi capolavori, il Quartetto Op. 59 No. 3 di Ludwig Van Beethoven, in una registrazione del Quatuor Ardeo, formazione composta esclusivamente da donne, la cui veemenza interpretativa ben si addice alla composizione beethoveniana, e anche a queste nostre “Strategie per stare meglio”, per il piglio e la forza espressiva, per il fuoco con cui trasmettono il titano nascosto nell’animo dell’autore, e la tensione positiva capace di scuotere chi ascolta.
Due parole su questo ensemble moderno, tutto al femminile nel gusto e nella determinazione strumentale, formato da Carole Petitdemange e Mi-Sa Yang ai violini, Yuko Hara alla viola, e Joëlle Martinez al violoncello. “Ardeo” deriva dal latino ardere, bruciare, essere in fiamme, ma anche divampare, di passioni e sentimento. Un’intesa basata sul duro lavoro e sulla complicità. Ed è quello che fanno queste quattro giovani donne: ardono, divampano, bruciano di passione per Beethoven, soprattutto nel Finale di questo terzo Quartetto Op. 59, dove il genio di Bonn, facendo largo uso di tecnica contrappuntistica, «sfrutta il perfetto e consolidato meccanismo matematico (la successione delle entrate: viola, violino secondo, violoncello, violino primo) per dare l’effetto di un’inesorabile e trionfale macchina musicale che non si ferma più per 429 battute», scrive il musicologo Fabrizio Scipioni. Ciascuna di queste quattro artiste – oltre a confermarci ancora una volta che la musica sa commuovere, ma anche impressionare e galvanizzare chi si fa trasportare dalle note – siede davanti alla partitura con la propria personalità, la propria esperienza. E un ideale comune: dimenticare i loro stessi strumenti, abbandonarsi completamente. E noi con loro.
La partitura che suonano qui rappresenta i “territori di mezzo” della vita quartettistica beethoveniana. Ludwig ritorna al genere nel 1806, dopo una pausa di circa 8 anni. Poi arriveranno i grandi Quartetti della piena maturità, dal 1822 al 1826 (e di questi abbiamo già ascoltato in passato il Quartetto Op. 132, 3° movimento “Canzona di ringraziamento offerta alla divinità da un guarito”, e 4° movimento, Allegro appassionato). E Beethoven torna alla configurazione perfetta della musica d’insieme grazie all’invito del conte Razumovsky, l’ambasciatore russo a Vienna, figlio di un ufficiale cosacco, che nella capitale austriaca era anche mecenate (come il conte Chigi a Siena) promuovendo trattenimenti musicali nel suo palazzo. Ed è per questo che i Quartetti Op. 59, che formano un trittico, sono indicati con l’appellativo “Razumovsky”. E’ lui a commissionarne la stesura per il Quartetto Schuppanzigh. Il conte era un violinista dilettante e spesso suonava come secondo violinista con questa formazione cameristica dell’epoca, un gruppo da lui stesso finanziato, i cui membri erano considerati alcuni dei migliori musicisti di Vienna. Nella commissione, l’unica richiesta specifica, il conte chiede esplicitamente al compositore di inserire alcuni temi russi, tratti da un’antologia di melodie popolari. Ma Beethoven era Beethoven, molto più di un semplice autore “a comando”: accetta, ma con questi quartetti Op.59 si spinge verso territori ancora inesplorati, con imponenti dimensioni sinfoniche e la densità armonica di altri capolavori dello stesso periodo (la Sinfonia No. 3 “Eroica”, le Sonate “Waldstein” e “Appassionata”, o il Quarto Concerto per pianoforte, e il Concerto per violino Op. 61), senza però snaturarne la dimensione cameristica, e senza sminuirne le squisitezze timbriche. Tanto che l’imponenza dei lavori attira le critiche che già avevano accompagnato altre opere del Maestro, come scrive nel 1807 il giornale Allgemeine Musikalische Zeitung di Lipsia, giudicando i quartetti «troppo lunghi e difficili, profondi e composti con enorme abilità, ma incomprensibili».
Beethoven in realtà sposta, da par suo, il genere del quartetto d’archi dalla piccola "camera" a un livello più alto. Ciascuno dei quartetti Op. 59 è un lavoro monumentale, in termini di lunghezza e drammaticità. Noi ci concentriamo sul Finale del Quartetto Op. 59 No. 3, l’ultimo del trittico, l’Allegro molto, che inizia senza soluzione di continuità rispetto al Minuetto precedente. «E si tratta di un Finale clamoroso, uno dei veri capolavori virtuosi di Beethoven, tanto divertente da suonare quanto da ascoltare», secondo l’Arianna String Quartet. Di fronte alla malattia, e al fatto di dover convivere con la perdita dell’udito, nell’incertezza professionale e artistica, Beethoven ci lascia questo straordinario ed energico movimento che cattura la gioia della vita come pochi altri.
Secondo uno studioso del compositore, Alexander Thayer, sembra che sulla pagina del quaderno dove stava elaborando il tema contrappuntistico Beethoven abbia scritto: «Non hai più bisogno di vergognarti della sordità. C’è qualcosa al mondo che possa impedirti di liberarti nella musica?». E il compositore apre il movimento con una Fuga che inizia nella viola da solista, passa al secondo violino, al violoncello e poi al primo violino. Una volta inserite tutte e quattro le voci, inizia a disperdere le varie componenti, dando a ciascun interprete la possibilità di brillare. Il ritmo del movimento è rigoroso e inesorabile; Beethoven lo interrompe solo due volte, come per dare ai musicisti la possibilità di catturare i loro respiri collettivi, prima di riaccendere la musica e avviarla a una travolgente conclusione.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Ludwig Van Beethoven
The middle quartets
Quartetto Italiano (Universal Music/Philips, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

2) Beethoven - Septet & Octet
Schubert - Octet
Mendelsshon - Octet
Melos Ensemble (Emi Records, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

3) Ludwig Van Beethoven
The Cello Sonatas
Mstislav Rostropovich, violoncello; Sviatoslav Richter, pianoforte (Philips, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

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Parole chiave:
Forme musicali - Gioia di vivere - Musica da camera

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