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25/03/2014

La forza vitale dell'ultimo romantico (Aleksandr Skrjabin, Studi per pianoforte Op. 2/1 e Op. 8/12)




Aleksandr Skrjabin
Studio Op. 2/1, Studio Op. 8/12
Vladimir Horowitz, pianoforte


Come a volte è già accaduto in queste “strategie per stare meglio”, per esempio con la Sonata di Galuppi suonata da Arturo Benedetti Michelangeli, il video che proponiamo parte non tanto dal compositore, quanto dall’interprete, per la forza storica dell’esecuzione, la sua capacità di aggiungere “luce” alla pagina stessa, quasi in una sorta di appendice creativa, o per la totale immedesimazione con le intenzioni del compositore. Anche questa volta è così: qui siamo a Mosca, nel 1986, nella penultima, trionfale tournée del pianista russo di origini ucraine, Vladimir Horowitz, morto nel 1989 e sepolto a Milano, accanto alla moglie Wanda e al suocero, Arturo Toscanini. Di Horowitz abbiamo già presentato una perla assoluta, il Terzo concerto per pianoforte e orchestra di Sergei Rachmaninov, che il pianista di Kiev suonò anche per il diploma, a 16 anni, e che ha cementato un’amicizia solida con il compositore: i due suonavano insieme, e la leggenda del “Rach3”, scolpito al pianoforte dalla stupefacente combinazione di potenza, leggerezza e agilità di Horowitz, rimane un esempio di come l’interprete a volte sappia fondersi con il creatore della musica, sino a raggiungerlo e superarlo.
E qui forse abbiamo un’immedesimazione ancora più accentuata e magica: Vladimir Horowitz ci porge un compositore che lui stesso ha contribuito a far conoscere al grande pubblico, il moscovita Aleksandr Skrjabin, con il quale, come nel caso di Rachmaninov, il pianista ucraino coltivava un’affinità elettiva dovuta anche alla conoscenza personale: Horowitz suonò per Skrjabin in persona, a 11 anni. Di Skrjabin sono raccolti in questo video due Studi, Op. 2/1 e Op. 8/12, e le immagini sono tratte dallo stesso Dvd (che consigliamo) girato al Conservatorio di Mosca, intitolato “Horowitz in Moscow”. Un evento che per la presenza eccezionale di Horowitz, che a fine carriera era noto con l’appellativo di “ultimo romantico”, causò persino qualche problema di ordine pubblico: molti biglietti furono infatti riservati all’élite sovietica e furono pochi gli studenti di musica e gli appassionati che poterono assistere.
Durante il concerto, proprio in occasione del primo Studio di Skrjabin, si vedono anche chiaramente due figlie del compositore, lungamente inquadrate. Ma ciò che è straordinario per noi di questo concerto memorabile – straordinario in senso profondamente terapeutico, nel senso cioè che ci trasmette ancora una volta, in una maniera palpabile, la forza rigenerante e salvifica della musica – è l’accesa lettura da parte di Horowitz di queste due gemme pianistiche composte tra il 1889 e il 1894. Skrjabin è un compositore di indole intensamente romantica, ma dal punto di vista armonico si è mosso in un territorio già post-romantico. Subisce da giovane l’influenza di Chopin e Liszt, poi se ne distacca per avvicinarsi a una concezione simbolista dell’arte, cercando di condurre alle estreme conseguenze il concetto wagneriano della “Gesamtkunstwerk”, cioè dell’opera d’arte totale, ponendo l’accento sul carattere della musica come rito, capace di esercitare un’azione rigeneratrice e catartica sull’umanità. Suono “come mistica unione di timbri e colori”. Per raggiungere questo obiettivo, cerca soluzioni nuove nelle quali si affaccia la dissoluzione del linguaggio tonale tradizionale (Skrjabin muore nel 1915) e dove sono già evidenti sfumature espressionistiche del linguaggio. Anche se questo atteggiamento tra il mistico e il metafisico di Skrjabin non ebbe in patria le stesse accoglienze che gli riservarono i circoli espressionisti del gruppo “Der blaue Reiter” (Il cavaliere azzurro), promosso dal pittore Kandinskij e da artisti come Klee e Klimt: fu attaccato a fondo, in Unione Sovietica, dopo la rivoluzione d’ottobre. 
La “mistica unione di timbri e di colori” è da subito evidente nel pianismo di Horowitz, quando nella sala del Conservatorio di Mosca si siede e attacca lo Studio Op. 2/1. Totale immersione nella poetica del compositore a partire dal primo arpeggio con la mano destra, che con una sola pennellata disegna tutto un mondo fantastico, febbrile, di inquietudini esistenziali. A tratti la scrittura è in “pianissimo”, luci e colori affidati al tocco pianistico, dunque alla qualità dell’interprete, alla sua maturità tecnica, con una cellula melodica che taglia il quadro compositivo, va e viene, torna e rimbalza in lontananza, sino a spegnersi in un silenzio fortemente impressionistico, assai vicino alle tinte di Debussy.
Ma è il brano successivo che mette i brividi. All’attacco dello Studio Op. 8 No. 12 di Skrjabin abbiamo tutta la poetica stilistica della musica russa, la sua interiore malinconia, la melodia che si fa nostalgia, la sua evidente cantabilità, che Pëtr Il’ič Čajkovskij ha infuso così bene nelle sinfonie e nei balletti. Una pagina che ricorda molto l’ultimo Brahms dei Klavierstucke, fatta ancora una volta di sensibilità al tocco, di tinteggiature sul pentagramma, di ombreggiature, di accelerazioni, di “rallentando”, fortissimi, pianissimi, chiaro-scuri, slanci lirici. Dunque, un dinamismo che necessita di assoluto controllo della tastiera, di sapienza coloristica, di maturità, di vita vissuta, di acqua passata sotto i ponti, di giorni sereni e dolori incancellabili.
Godetevi questo Vladimir Horowitz, perché nessun giovane pianista, anche se tecnicamente dotato, può suonare uno Skrjabin così. Fate attenzione, al minuto 3:00, come con la mano sinistra vada a scavare con tre accordi gravi consecutivi, ma diversi nella gamma dei colori bruniti, nell’anima più buia del compositore russo. Apparentemente senza mostrare sul volto alcun segno di particolare coinvolgimento, a dimostrazione che la qualità di un’esecuzione non dipende dall’eccessiva “recitazione teatrale” che molti musicisti esibiscono, ma da ciò che si ha “dentro”. E poi godetevi l’arte musicale assoluta al minuto 3:21, quando Horowitz “ruba” sul tempo con una magia agogica spettacolare, quasi fermandosi ad aspettare con la mano sinistra (il tempo di un istante che tuttavia sembra lunghissimo) la trama melodica della mano destra, “rallentando” come ha scritto Skrjabin in partitura, per poi riprendere il volo subito dopo con un’accelerazione improvvisa che termina, al minuto 3:28, con una pennellata decisa, una macchia di colore acceso realizzata con puro tocco leggero della mano destra che sfiora appena la tastiera e l’abbandona, determinando un suono etereo ma al tempo stesso inciso, presente. E siamo certi che qui Skrjabin non ha dato particolari indicazioni: ha messo lì quell’accordo, ed è la maestria di Horowitz che gli dona quella vitalità. Sino all’apoteosi del minuto 3:49, quando la pagina prende il volo, gli accordi girano in “fortissimo”, le macchie di colore si accendono, le sonorità si aggrumano, il cambio ritmico accelera i battiti e le pulsazioni, e aumenta a dismisura l’energia necessaria per battere sui tasti la vita che ha messo Skrjabin sul pentagramma. Ecco, qui, in questo finale che seppure pianistico ha un’impronta sonora quasi sinfonica per la grandiosità del discorso armonico e la pregnanza strumentale, non dimenticate che Horowitz aveva 83 anni. Ascoltate più volte questo finale dello Studio Op. 8 No. 12: sentite la potenza del materiale musicale, la passione, il controllo, il magma che si genera in una cavalcata impressionante di musica e suoni, e osservate la forza e l’energia che vengono esercitate sulla tastiera per un minuto che sembra interminabile, con un coinvolgimento emotivo che solo negli ultimi istanti pare segnare il pianista e smuoverlo nella sua fisicità.
Quando l’artista finalmente chiude con gli ultimi due accordi, vi ritrovate davanti un uomo di 83 anni, che si scosta dal pianoforte, un po’ ricurvo, acciaccato, dai passi incerti, il sorriso disteso di un bambino sereno. Non c’è orgoglio, solo tenerezza. E pensiamo che li davanti al pubblico di Mosca non ci fosse Horowitz: ma Skrjabin stesso. E quando ascoltate questo finale chiedetevi se siete più forti voi, o la vostra malattia.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Aleksandr Skrjabin
Sonatas, études, poémes, feuilett d’album
Vladimir Horowitz, pianoforte (Sony BMG, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

2) Aleksandr Skrjabin
The three Symphonies – Le poème de l’extase
Deutsches Symphonie-Orchester Berlin; Vladimir Askenazy, direttore (Decca,  disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

3) Horowitz in Moscow
Vladimir Horowitz, pianoforte (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

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Parole chiave:
Interpretazione musicale - Malinconia - Musica - Nostalgia

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