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08/03/2011

La danza come gioia e dolore (Sergej Prokof'ev, dal balletto "Romeo e Giulietta")




Sergej Prokof'ev
Dal balletto “Romeo e Giulietta”: Montecchi e Capuleti (scena)
Coreografie, Kenneth MacMillan
Orchestre Philharmonique de Radio France
Myung-Whun Chung, direttore


Luci, colori, pastelli intensi, tinte forti, movimento e grazia. Ritmo ostinato ma contagioso, cantabilissimo, la cui cifra stilistica è la grandiosità, la fisicità possente, evidenziata dalla danza iniziale. Robusto corpo di ballo, costumi sfarzosi. Tensione drammatica evidente, via via spezzata dai numeri solistici di danza e da un alleggerimento armonico del “tutti” orchestrale, con ampio uso di sonorità rarefatte, ricerca sulla voce di ogni strumento per coglierne tutte le potenzialità dell’estensione timbrica. Senza mai dimenticare gli slanci melodici e lirici che, sposati a improvvise asprezze e a guizzi arditi, regalano il Prokof'ev forse più celebre.
La musica che incontra il balletto. E il balletto che diventa musica. Questa volta proponiamo una pagina, e un compositore, il russo Sergej Prokof'ev, che si possono “vedere”, oltre che ascoltare. Una forma d’arte e un maestro d’orchestrazione che vanno oltre le note e ci restituiscono emozioni dinamiche, capaci di metterci in movimento. Perché il balletto sa declinare la musica in modo più immediatamente visivo, trascinante, anche adrenalinico per la nostra stessa partecipazione fisica ed emotiva. Il che dimostra come l’arte dei suoni abbia in sé la forza di immaginare, e noi con essa, in senso onirico ma anche terapeutico, cioè in una modalità di fruizione che ci coinvolge in una danza rivitalizzante.
Le musiche per il balletto “Romeo e Giulietta” furono composte nel 1935, su commissione del teatro Kirov, a Leningrado. Il soggetto, al cui adattamento collaborò lo stesso Prokof'ev, diede vita a quattro atti e dieci quadri, programma che segue fedelmente il dramma di Shakespeare. La composizione avvenne in un periodo doloroso nella vita del musicista: nell’aprile 1933 era tornato in patria, la sua Russia, che era già Unione Sovietica. Aveva 42 anni, astro del concertismo mondiale, compositore apprezzato. Ma si scontrò con il regime (sostenuto in questa battaglia dal più giovane amico e violoncellista Mstislav Rostropovič). Dunque, fu scontro aperto con la nomenclatura del Cremlino, con la realtà politica della Russia sovietica di allora, i cui burocrati bollarono Prokof'ev come esempio di «cultura individualista, fastidiosa e avvizzita».
Che cosa ci fosse di avvizzito nell’arte di Prokof'ev dobbiamo ancora scoprirlo. Anche se il compositore si è preso ampiamente la rivincita: la sua musica vivrà nel tempo, il socialismo reale è morto e sepolto. Certo non era un’arte “di sostegno”, ma rigorosamente libera nell’espressività. Tanto libera che, prima ancora che la partitura fosse pubblicata, il compositore ne trasse due suite sinfoniche di sette pezzi ciascuna, edite separatamente nel 1938 ma eseguite già nel 1936 (una terza suite fu assemblata nel 1946 utilizzando altri sei pezzi, quindi in totale sono 20 dei 52 numeri del balletto completo). Ciò che vediamo, e ascoltiamo, in questo video è il quadro dei “Montecchi e Capuleti”, che in origine apre la seconda Suite: racconta il tema della profonda inimicizia che divide le famiglie rese immortali da Shakespeare, e che è all’origine della tragedia.
Nonostante il balletto abbia avuto e abbia numerose esecuzioni, figurando ancora oggi nei programmi dei teatri più esclusivi – dalla Scala di Milano al Metropolitan di New York – è di tutta evidenza che la fama di queste musiche è dovuta più alla versione sinfonica, alla programmazione nelle sale da concerto e alla fortuna discografica. Prokof’ev intervenne sulle proprie note pensate per il balletto: riducendo, rielaborando, riempiendo di musica gli spazi vuoti lasciati dalla mancanza della danza. La scelta dei pezzi e l’adattamento per renderli brani sinfonici autonomi rivelano che Prokof’ev intendeva riaffermare l’indipendenza della musica come linguaggio. Nonostante questo, tutte le sue pagine contengono una plasticità tale, un ritmo e una gestualità così evidenti, che sembrano “scolpite” per il balletto, e quasi orientano le scelte coreografiche.
Teatro e azione drammatica, dunque, rappresentano compiutamente il mondo fantastico di Prokof'ev. E anche se per volontà del compositore la musica di “Romeo e Giulietta” non è semplicemente cucita su misura per la scena, né condizionata dai suoi spazi o dalle tecniche coreografiche, ma vive di luce propria e può essere interpretata in concerto, è altrettanto vero che sul palcoscenico, “rivestita” di luci e costumi, ne esce arricchita. Tanto che lo stesso compositore russo, mai troppo entusiasta del balletto come linguaggio primario (perché preoccupato di difendere l’autonomia della musica “pura”), modificò nel tempo la prima impressione e si convinse che la danza poteva esprimere i sentimenti estremi della morte e della vita, dell’angoscia e dell’emancipazione dal dolore.
Balletto o suite orchestrale che sia, tuttavia, la musica di “Romeo e Giulietta” contiene gli stili tipici di Prokof’ev: asprezza ritmica, originalità armonica, fantasia timbrica, effusione lirica. E ciò per cui il compositore russo è così vicino a questa rubrica che si chiama “Strategie per stare meglio”, è che la tavolozza di cui disponeva era incredibilmente ampia, sapeva dar voce alle sfumature dell’esistenza: c’è la pena del mal di vivere sulle note gravi del fagotto; ma uno scatto orchestrale, all’improvviso, regala forza e speranza grazie alla luminosità dell’oboe. La sua è una musica “orizzontale”, immanente, che non ha la trascendenza di quella bachiana, ma che tuttavia sa sintonizzarsi su umori, amori e stati d'animo, colorando di suoni la nostra vita.
«Ideatore scaltro d’impennate timbriche e di armonie roventi», secondo la definizione del compositore e critico Guido Pannain, Prokof'ev faceva del virtuosismo e dell’abbondanza di materiali la sua forza. La qualità più evidente, anche al semplice ascoltatore, è la straordinaria sensibilità per la scrittura orchestrale, per la strumentazione capace di evocare effetti fantastici. Anche “Romeo e Giulietta” è un’opera ricca di queste sfumature, così sintetizzate dal regista sovietico Sergej Ėjzenštejn, autore della celebre “Corazzata Potëmkin” e quindi intellettuale abituato a ragionare in termini di immagini: «Prokof'ev scrive una musica plastica che non si accontenta d’essere illustrazione, ma rivela il movimento interno dei fatti e la struttura dinamica, cioè l’essenza e il significato di ogni evento».
Dunque: guardare il balletto e insieme ascoltare la musica? Oppure godersi i suoni di Prokof'ev in versione da concerto, senza la dimensione della danza? Bel dilemma, che lascia comunque interamente spalancate le porte al mondo sonoro di questo geniale compositore russo, capace di scaldarci e sorprenderci con l’arte dei colori e dei suoi timbri orchestrali.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Sergej Prokofiev
Romeo and Juliet (Suites 1-2-3)
Royal Scottish National Orchestra; Neeme Jarvi, direttore (Chandos)

2) Sergej Prokofiev
Sinfonia No. 1 “Classica” – The Love for Three Oranges (Suite) – Lietenant Kijé (Suite)
Orchestre Nationale de France; Lorin Maazel, direttore (CBS Records)

3) Sergej Prokofiev
Sonate per violino e pianoforte
Gerhard Oppitz, pianoforte, Lydia Mordkovitch, violino; Berliner Philharmoniker (Chandos)

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Parole chiave:
Balletto - Emozioni - Forme musicali - Musica - Strumenti musicali

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