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02/04/2019

La contemplazione serena del dolore (Johannes Brahms, Klavierstüke Op. 118: 2. Intermezzo in La maggiore)


Proposte di ascolto di Pino Pignatta


Johannes Brahms
Klavierstüke Op. 118: 2. Intermezzo in La maggiore
Originale per pianoforte, trascritto per clarinetto e pianoforte da Leonid Popov
Andreas Ottensamer, clarinetto; Yuja Wang, pianoforte


Un video di grande effetto scenografico, girato su un lago, idealmente uno di quelli che dai suoi rifugi sulle Alpi svizzere o austriache Johannes Brahms ammirava d’estate nell’atto di comporre davanti al pentagramma. Vede ancora protagonista la cinese Yuja Wang, che avevamo proposto la scorsa puntata nella Sonata di Ravel. Qui cambia partner e suona con il clarinettista austriaco Andreas Ottensamer, prima parte dei Berliner. Suonano nella natura, lontano da auditorium e sale di incisione. Forse un nuovo modo di comunicare il repertorio colto, non ingessato, per raggiungere e conquistare un pubblico più vasto. Ma il loro lavoro nasconde una pagina per nulla banale del compositore di Amburgo: uno dei suoi Klavierstüke. Anzi, siamo nella maturità più intensa di un gigante della musica.
Va precisato, innanzitutto, prima di addentrarci nell’ascolto, che i Klavierstüke Op. 118 furono composti per pianoforte solo. Siamo nel periodo delle tarde invenzioni pianistiche di Brahms, quelle che vanno dalle Sette Fantasie Op. 116 ai Quattro pezzi Op. 119, passando dai Tre Intermezzi Op. 117 e, appunto, dai Sei Pezzi (Klavierstüke) Op. 118.
Sono il frutto di un impegno compositivo che si esprime interamente nel 1892, ad appena cinque anni dalla morte del musicista. Con alta probabilità – come abbiamo già avuto modo di ricordare qui proponendo le Fantasie Op. 116 e gli Intermezzi Op. 117 – è un addio alla vita: quello che era stato sino a quel momento il grande custode della “forma” nella costruzione armonica, oppositore fiero dei nuovi territori musicali esplorati da Wagner, percepisce l’avvicinarsi della fine e si scioglie in un abbraccio di tenerezza mettendo sul pianoforte in una sola estate, nei boschi di Bad Iscl, nell’Alta Austria, venti piccoli pezzi che come abbiamo già avuto modo di ricordare sono liberi nella struttura, intensi, affettuosi, struggenti nei confronti dell’esistenza, colma di gloria ma anche di aspre solitudini. «Le opere 116-119 sono certamente il testamento spirituale di Brahms», ricorda lo studioso del pianoforte Piero Rattalino, «il lascito musicale, e umano, di chiunque ripercorre il passato guardando avanti con impassibile disperazione».
Ma non si tratta solo di questo. In particolare nel secondo gioiello dell’Op. 118 (secondo di sei Pezzi che comprendono quattro Intermezzi, una Ballata e una Romanza) si comprende che l’ultimo Brahms riesce a comunicare – senza il fragore di tanti suoi maestosi passaggi orchestrali, senza l’ampiezza strumentale cameristica dei Quintetti o dei Sestetti, senza le melodie struggenti dei Lieder – non soltanto il culmine poetico del tardo Romanticismo tedesco, ma una condizione di serenità finalmente raggiunta, di pace interiore a lungo inseguita, di “illuminazione”, espressa nell’essenzialità di un solo strumento. Come un romanziere prolifico e generoso nella scrittura che nei suoi ultimi giorni lascia semplicemente una scintilla di sé in brevi versi poetici o in aforismi.
Andreas Ottensamer, Yuja Wang e Deutsche Grammophon tentano, con umiltà, il percorso inverso: arricchire l’ultima testimonianza di Brahms, forse per accrescere il suo patrimonio cameristico. La trascrizione del clarinettista ucraino Leonid Popov è un’operazione di affettuoso omaggio al compositore, benedetta da un’incisione nobile. Non sappiamo come l’avrebbe presa il genio di Amburgo, anche se con questa armonizzazione per due strumenti – il pianoforte e il clarinetto che tanto amava – siamo nel solco del lirismo brahmsiano più puro.
Alla soglia dei sessant'anni, mentre il diciannovesimo secolo si avvia alla conclusione, Brahms sente approssimarsi la sua personale linea d’ombra. Ma secondo alcune riflessioni musicologiche c’è di più: forse uno sguardo malinconico, e magari attonito, davanti al fatto che stava terminando l’Ottocento, oltre alla sua stessa vita. Spesso gli artisti, dotati di una sensibilità fuori dal comune, sentono ed esprimono le tensioni che accompagnano un secolo che finisce, e anticipano quello che sta per nascere. Il genio di Amburgo, intellettuale acclamato in società, si guarda intorno e percepisce questa temperie. I venti Pezzi pianistici che scrive al tramonto sono venati da queste consapevolezza, la stessa che proviamo noi quando percepiamo che qualcosa è irrimediabilmente finito. Dunque in questa musica, scrive Carlo Cavalletti, domina «una dolce tristezza che però non sfocia mai in un'incontrollata disperazione, ma viene espressa sommessamente da un canto intensamente nostalgico». La mezza tinta del clarinetto aggiunge, e non toglie, profondità a questo stato d’animo.
Le parole di Rattalino sono ancora le migliori per capire tutto questo: «Il tono che più ci affascina nel tardo Brahms è quello dei suoi Intermezzi: la malinconia senza dolore, oppure la contemplazione serena del dolore… E’ alle viste il Debussy della Suite Bergamasque. Dopo, a raccogliere le ultime annotazioni del diario segreto di Brahms sarà, nei Preludi-Corali Op. 122, la tastiera dell’organo. Sino alla pagina ultima, quella dell’addio: “O Welt, ich muss dich lassen”, O mondo, ti devo lasciare».
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Johannes Brahms
Fantasie Op. 116 – Intermezzi Op. 117 – Klavierstücke op. 118 & Op. 119
Hélène Grimaud, pianoforte (Elatus, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

2) Johannes Brahms
Intermezzi Op. 117 – Rapsodie Op. 79 – Intermezzo Op. 118 No. 2
Ivo Pogorelich, pianoforte (Deutsche Grammophon, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

3) Johannes Brahms
Complete Quartets, Quintets and Sextets
Amadeus Quartet (Deutsche Grammophon, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

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Parole chiave:
Malinconia - Musica da camera - Strumenti musicali - Vita e morte

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