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17/06/2014

La breve intensità di un foglio d'album (Maurice Ravel, Pavane pour une infante défunte)




Maurice Ravel
Pavane pour une infante défunte
Orquesta Filarmonica Requena; Francisco Melero Belmonte, direttore


Un bel libro dell’editore torinese EDT, ormai fuori catalogo (l’abbiamo recuperato direttamente in casa editrice), raccoglie 346 delle circa millecinquecento lettere scritte durante tutta la vita dal compositore francese Maurice Ravel. Ed è un carteggio delizioso, per certi versi più emozionante di quello di Beethoven, perché contiene appunti inviati ai grandi dell’epoca, come il direttore d’orchestra Ernest Ansermet, o il collega spagnolo Manuel De Falla, a Igor Stravinsky, a Erik Satie, o al celebre pianista Robert Casadesus. E’ un epistolario che, come scrive nella prefazione il curatore Arbie Orenstein, «forma una sorta di diario intimo della carriera di Ravel. Vi si possono scoprire i gusti personali del musicista e il percorso del suo pensiero, le gioie e i dolori, le frustrazioni e i capricci, le lotte contro la critica, i viaggi e le tournée, il periodo del servizio militare al tempo della prima guerra mondiale, i consigli dati ai giovani musicisti e una grande quantità di osservazioni sull’intensa vita musicale parigina».
Verso la fine del carteggio, siamo ormai intorno al 1933, quattro anni prima della morte, le lettere iniziano a testimoniare la tristezza del compositore per la malattia, un’anemia cerebrale, allo stadio iniziale. Una è scritta a inchiostro e matita, all’amica Marie Gaudin, con numerose cancellature. Un documento triste, parole mancanti, ripetizioni involontarie: «Cara Marie, …. pressione piuttosto debole, prelievo di sangue, urea in quantità sufficiente a preoccupare il medico. L’anemia continua. Cura: una quantità di medicine da perdercisi…». E qualche mese più tardi, sempre all’amica Marie: «Avrei dovuto cominciare a curarmi più di due anni fa: ora è tardi, è anemia cerebrale. Tutti i medici, anche i più illustri, mi assicurano la guarigione. Sono in montagna, sistemato in una casa di cura gestita mirabilmente da suore francesi».
Ravel muore a 62 anni, nonostante un’operazione chirurgica al cervello, il 28 dicembre 1937. Ma soltanto nove anni prima, durante la trionfale tournée negli Stati uniti, scriveva al fratello Edouard una lettera di tutt’altro spirito: «Mio piccolo Edouard, …. il mio soggiorno a New York non mi ha neppure consentito di esercitarmi un po’ al pianoforte… A ogni istante mi portano mazzi di fiori, cesti della frutta più deliziosa al mondo. Prove, squadre di giornalisti, inviti, ricevimenti. La sera, riposo: sale da ballo, teatri negri, cinema giganteschi. Ho anche girato un film, con due centimetri di cerone sulla faccia… Dimenticavo il concerto dato a New York dall’orchestra sinfonica di Boston, dedicato alle mie opere. Ho dovuto presentarmi sulla scena: 3500 spettatori in piedi. Ovazione formidabile, arrivata persino ai fischi. Domenica sera, concerto privato e galoppata in abito da sera al treno per Boston…».
Nel programma di quel concerto c’era anche un gioiello immenso che Ravel ha presentato al pubblico americano nella versione per pianoforte solo: la Pavane pour une infante défunte. Brano che, come per molti altri pezzi, fu composto originariamente per piano e orchestrato solo successivamente. Pagina di una deliziosa filigrana sonora scritta da Ravel sotto l’influenza di due grandi maestri (anch’essi dedicatari di qualche lettera pubblicata nell’epistolario): Emmanuel Chabrier e soprattutto Gabriel Fauré, a sua volta autore di una celebre Pavane orchestrale, l’Op. 50, altra squisitezza della musica francese del tardo Ottocento.
La Pavane è un’antica danza di derivazione italiana o spagnola (l’origine non è del tutto chiara), di carattere introspettivo, riflessivo, che ben si adatta qui, con i suoi ritmi solenni, a esprimere il cordoglio per la morte di una fanciulla, la principessa Edmond de Polignac. Anche se, nonostante il titolo, la Pavane pour une infante défunte di Ravel non ha un carattere esplicitamente programmatico, come precisato dallo stesso compositore per rispondere a chi iniziava a definirlo impressionista: «Pour moi, je n’ai songé en assemblant le mots qui composent ce titre qu’au plaisir de faire une alliteration». Simile a Debussy per quel gusto di cesellare e raffinare il suono, di cui è stato interprete massimo il tocco pianistico di Arturo Benedetti Michelangeli, Ravel tende però ad allontanarsi dall’estetica impressionistica. Preferisce una cifra stilistica meno simbolica, meno eterea di quella di Debussy, più razionalistica, di chiarezza e riconoscibilità delle immagini musicali.
Insomma, una preferenza per la linearità del discorso armonico, che Ravel ha inseguito e riversato nelle sue opere (basta ascoltare l’ossessiva ripetitività del Bolero, che moltiplica la sua cellula melodica iniziale solo in forza della potenza nell’orchestrazione) grazie allo studio della letteratura musicale francese del Sei-Settecento, e in particolare della produzione clavicembalistica di Couperin, così trasparente e immediata nell’architettura. Tutto questo si ritrova appunto nella Pavane pour une infante défunte: lavoro che come giustamente è stato sottolineato da biografi e musicologi ha la brevità e l’intensità di un foglio d’album, con il quale Ravel ebbe il primo successo di pubblico e di vendite, soprattutto grazie all’intimo lirismo che passa all’ascoltatore, con uguale intensità, sia nella versione sorretta dai colori orchestrali sia nell’essenzialità pianistica, dove è evidente il suo distaccarsi dalle iridescenze di Claude Debussy.
Descrittiva o non, si avverte in questo capolavoro la caratteristica che più ha reso celebre Ravel: maestro nell’uso degli impasti e delle sonorità. Nonostante sia un lavoro giovanile, scritto nel 1899, quando Ravel aveva 24 anni, riscritto per ensemble da camera – due flauti, oboe, due clarinetti, due fagotti, due corni, arpa e archi – rivela all’interno del suo discorso compositivo molti elementi tipici delle armonie future di Ravel, sbalorditivo orchestratore per ricchezza e raffinatezza di atmosfere timbriche.
Il compositore Giacomo Manzoni, autore di utilissime note di approfondimento per comprendere le sfumature della musica sinfonica, invita a notare «le armonie vuote di questo brano, la scheletrica semplicità del suo sviluppo, l’espressione dolente della melodia, esposta all’inizio dal corno e continuata poi dal tenero duo tra il fagotto e l’oboe». E’ dunque una pagina che, pur nella sua lineare semplicità, aiuta a comprendere la poetica musicale del musicista francese, nato nei pressi di Biarritz, ai confini con la Spagna, da madre basca e da padre svizzero, imprenditore e inventore. L’apertura è affidata al corno solista, che canta il tema principale, una delle melodie “eterne” che segnano la musica francese. E se volete emozionarvi già alle primissime battute di pentagramma, allora godetevi subito all’inizio, ai minuti 0:28 e 0:31, l’ingresso garbato, ma deciso, dei contrabbassi, che puntellano i corni, quasi ad aprire spazi di profondità alla malinconia di Ravel.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Maurice Ravel
Pavane pour une infante défunte - Daphnis et Chloe - La Valse
L’Orchestre Symphonique de Montréal; Charles Dutoit, direttore (Decca, disponibile anche su iTunes e Google Play)

2) Maurice Ravel
The orchestral masterpieces
L’Orchestre de la Suisse Romande; Ernest Ansermet, direttore (Decca, disponibile anche su iTunes e Google Play)

3) Maurice Ravel
Bolero - Rapsodie Espagnole - Ma Mère l’Oye
Berliner Philharmoniker; Pierre Boulez, direttore (Deutche Grammophon, disponibile anche su iTunes e Google Play)

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Parole chiave:
Malattia - Malinconia - Morte - Musica

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ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico

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