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08/08/2017

L'estate si scioglie in musica (A. Vivaldi, Concerto in sol minore per violino, archi e continuo "L'estate", op. 8 n. 2)




Antonio Vivaldi
Concerto in sol minore per violino, archi e continuo "L’estate", op. 8 n. 2, RV 315
Allegro non molto. Allegro – Adagio – Presto
Mari Silje Samuelsen, violino; Trondheim Soloists


L’estate è al suo massimo splendore e la musica può accompagnarla, persino descriverla. Se un compositore pensasse oggi di tradurre in suoni il caldo afoso di questi giorni, le sensazioni non sempre sopportabili, i turbamenti climatici che questa stagione comporta, la frescura e il rombo del temporale nel cielo e nell’aria, difficilmente, pensiamo, riuscirebbe a essere più efficace, più coinvolgente nelle sfumature sonore e timbriche, e a trarne maggior fortuna commerciale e imperitura gloria, di quanto ha fatto il nostro Antonio Vivaldi con il suo Concerto per violino op. 8 n. 2 “L’estate”, secondo numero di una serie di meraviglie universalmente note come “Le Quattro Stagioni”.
Dell’importanza di Vivaldi come musicista, della sua parabola artistica e umana, abbiamo già scritto qui di recente per lo Stabat Mater, uno dei suoi capolavori sacri, quando abbiamo ricordato le malattie respiratorie del compositore veneziano, le forti limitazioni fisiche, ma anche l’importanza come innovatore dell’articolazione strumentale, tanto da essersi meritato l’attenzione di Bach, per avere trasformato il “Concerto grosso” di Arcangelo Corelli (suo contemporaneo sulla scena del Barocco italiano) in un contesto più moderno, con uno o più solisti: violino, violoncello, oboe, fagotto.
E proprio la forma del concerto solistico è stata via via perfezionata da Vivaldi prima con l’op. 4 – celebre con il nome di “La Stravaganza” – sino all’op. 8, con il titolo di “Il Cimento dell’Armonia e dell’Inventione, Concerti a 4 e 5 consacrati all’Illustrissimo Signore Venceslao Conte di Marzin”. In tutto dieci pagine per violino, e due per violino oppure oboe. Le prime quattro di questa collezione, stampata ad Amsterdam nel 1725, non sono altro che la serie celeberrima delle Quattro Stagioni: La primavera, L’estate, L’autunno e L’inverno. E di tutti i Concerti del ciclo, l’Estate (il n. 2 op. 8 in sol minore RV 315) è quello che più trasmette il susseguirsi delle emozioni fisiche: la languidezza per il caldo, il timore dei lampi e dei tuoni, la veemenza dell’estate, che si manifesta con evidenza quasi fotografica. L’immedesimazione con le manifestazioni climatiche della natura, come potete ascoltare sin dalle prime battute, è fortissima, e la sensazione di oppressione, di disagio fisico, la potete persino sentire sulla pelle nell’attacco sonnolento delle prime battute dell’Allegro non molto iniziale, che dipingono con evidenza l’affanno e il peso della calura estiva.
Questo perché “L’estate” e gli altri concerti delle “Stagioni” sono il Cimento “dell’Armonia”, in quanto vette del virtuosismo strumentale dell’epoca, e “dell’Inventione” in quanto meraviglia, sorpresa, stupore per la capacità della musica di rappresentare la realtà e di sorreggere i nostri stati d’animo. Se qualcuno si chiede, dunque, perché questi quattro Concerti abbiano un titolo così caratteristico e ambizioso per un progetto musicale che per dipingere l’ambiente può contare soltanto sui suoni, e non anche sui colori, trova la risposta nella componente descrittiva e programmatica di queste musiche. Dove il “programma” non è ancora quello straussiano che abbiamo ascoltato da poco nei “Tiri burloni di Eulenspiegel”, in cui una fiaba è all’origine del racconto musicale, ma è quello più propriamente barocco, nel quale si faceva a gara a imitare la natura, i rumori dei fenomeni meteorologici, i versi degli animali, il canto del vento che sibila nella foresta. Anche se qui, nelle Quattro Stagioni, si va molto oltre, come ha scritto Rodolfo Venditti: «Non è solo una musica che imita la natura, ma un’opera che, ispirandosi alla natura, crea mirabili architetture con un loro senso e una loro autonomia artistica, anche a prescindere dall’ambiente».
Nell’Estate vivaldiana si percepiscono nettamente, sublimate da un iniziale intento descrittivo, la canicola estiva, i richiami del cuculo, il canto della tortora e del cardellino, l’approssimarsi del temporale, lo scoppio della tempesta. Tinte forti, chiaroscuri accesi. Quasi come in un quadro del pittore inglese William Turner, nel quale Vivaldi esibisce la maestria nello sfruttare le capacità imitative degli strumenti (prerogativa che di lì a poco sarà anche di Franz Joseph Haydn, seppure in contesti non naturalistici) e in particolare della tessitura violinistica piegata all’imitazione di un torrente, o di un uragano, dipinto nel terzo tempo del Concerto, un “Presto” irresistibile.
Nella lettera di dedica indirizzata al conte boemo Wenzel von Morzin in occasione della prima pubblicazione, Antonio Vivaldi, con umiltà e timore, scrive: «Tra questi pochi e deboli Concerti troverà le Quattro Stagioni». Noi siamo convinti che Vivaldi abbia scritto pagine ben più profonde, per esempio quelle sacre, o i Concerti per flauto op. 10, in una splendida edizione di Frans Brüggen che vi invitiamo a non perdere; o ancora i Concerti per tre o più strumenti diversi. Ma è indubbio che questi “deboli Concerti” siano andati ben oltre la sua immaginazione, tanto da diventare la personificazione stessa di Vivaldi.
Per concludere, non va dimenticato che queste pagine sono sì ispirate dalla natura e dalle stagioni, ma anche accompagnate da quattro sonetti dell’epoca. E’ probabile che siano stati scritti dopo la pubblicazione dei Concerti, forse per mano dello stesso Vivaldi. Non hanno valore letterario, ma la lettura può aiutare ad avere un approccio nuovo a opere il cui ascolto è spesso banalizzato da armonizzazioni pop di dubbio gusto. Si tratta di liriche dimostrative, quasi didascalie per guidare l’ascolto del pubblico veneziano di inizio Settecento.
Ecco il Sonetto che seguì la pubblicazione dell’Estate:

Sotto dura stagion dal sole accesa
langue l’huom, langue ‘l gregge, ed arde il pino;
scioglie il cucco la voce, e tosto intesa
canta la tortorella e ‘l gardelino.
Zeffiro dolce spira, ma contesa
muove Bora improviso al suo vicino;
e piange il pastorel, perché sospesa
teme fiera borasca, e ‘l suo destino:
toglie alle membra lasse il suo riposo
il timore de’ lampi, e tuoni fieri
e de mosche, e mosconi il stuol furioso!
Ah che purtroppo i suoi timor son veri
tuona e fulmina il ciel e grandinoso
tronca il capo alle spiche e a’ grani alteri.

Le prime battute del pentagramma cominciano nel segno soffocante della «dura stagion del sole accesa». Il violino della brava solista norvegese Mari Silje Samuelsen scolpisce l’aria torrida che ci soffoca. Versi e melodie che possono accompagnare questi giorni, sorreggerci nella fatica, lenirne i tormenti.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Antonio Vivaldi
Quattro Stagioni
Europa Galante; Fabio Biondi, direttore (Opus 111, disponibile anche su Apple Music e su Google Play)

2) Antonio Vivaldi
Il Cimento dell’Armonia e dell’Inventione – La Tempesta di Mare
Stefano Montanari, violino; Accademia Bizantina, Ottavio Dantone, direttore (Arts Music, disponibile anche su Apple Music e su Google Play)

3) Antonio Vivaldi
Gloria RV 589
Concerto Italiano; Rinaldo Alessandrini, direttore (Naïve Records, disponibile anche su Apple Music e su Google Play)

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Parole chiave:
Musica - Natura - Strumenti musicali

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ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico

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