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03/10/2017

L'abbraccio sereno di un uomo tormentato (Pëtr Il'ič Čajkovskij, Serenata per archi Op. 48)




Pëtr Il’ič Čajkovskij
Serenata per archi Op. 48
Concertgebouw Kamerorkest


«Una sorgente inesauribile di melodie morbide e squisite». Inizia così il capitolo su Pëtr Il’ič Čajkovskij nel quarto volume della fortunata “Piccola guida alla grande musica” (Sonda Editore) di Rodolfo Venditti, un ex dirigente della Olivetti con la passione per la divulgazione, sintetica ma scrupolosa, dell’arte dei suoni. E l’ascolto che vi proponiamo questa settimana non fa che confermare questo giudizio sul compositore russo, senza dubbio uno dei più formidabili melodisti dell’Ottocento musicale. Già l’attacco malinconico, di fiera dignità e nobiltà d’animo, della sua Serenata in quattro parti Op. 48 è lì per sorprenderci e accompagnarci in un turbinio di colpi di scena, di cangianti atmosfere timbriche e ritmiche, in un susseguirsi di spunti tematici e invenzioni dalla vena compositiva inesauribile, che nello spazio raccolto dell’orchestra d’archi, cioè nelle dimensioni ridotte d’un ensemble che si regge soltanto su violini, viole, violoncelli e contrabbassi – dunque senza fiati, ottoni e percussioni – ci porta sui territori di una cantabilità estrema, avvolgente, un abbraccio che arriva direttamente dall’esperienza tormentata e sofferente del Čajkovskij uomo e artista.
Questa Serenata per archi è passata qualche giorno fa nel palinsesto della “vecchia” Filodiffusione, oggi Rai Radio Classica, nell’interpretazione dell’Orchestra d’archi “I Solisti di Mosca”, diretti dal violista Yuri Bashmet. Ma la lettura che abbiamo scovato su YouTube della Concertgebouw Kamerorkest, il gruppo cameristico costituito dai professori della celebre formazione olandese di Amsterdam, una delle più prestigiose al mondo, è forse più intensa per la capacità di penetrare lo spirito “mozartiano” della composizione, l’apollinea raffinatezza della struttura: come potrete ascoltare, in particolare, nel terzo movimento della Serenata, l’Elegia, uno dei frammenti di Čajkovskij più ricco di páthos, nel vero significato etimologico della parola greca, cioè di “patimento”, di “sofferenza”. Il brano, infatti, riflette la venerazione del compositore russo per lo stile del tardo Settecento, soprattutto per la figura idealizzata di Amadeus. Čajkovskij nutriva una sconfinata ammirazione per la “sacra musica di Mozart”. Lo si riscontra in questa opera, non solo nell’Elegia, ma anche nel cuore del primo movimento, il “Pezzo in forma di Sonatina” (il cui sviluppo tematico molti riconosceranno per essere uno dei tanti stacchi musicali utilizzati da Radiotre), e soprattutto nelle Variazioni su un tema rococò per violoncello e orchestra Op. 33, che sicuramente ascolteremo in una prossima puntata.
Questa venerazione mozartiana è sicuramente dichiarata – oltre che nella struttura armonica della Serenata per archi Op. 48, dove risulta evidente in ogni frase e quasi in ogni nota («nell’eleganza di certe linee melodiche, nella grazia di certi sviluppi», scrive il compositore Giacomo Manzoni) – anche nelle parole appassionate di Čajkovskij stesso. Scrive il 10 ottobre 1880, pochi giorni prima di terminare la composizione, in una lettera alla sua confidente e protettrice, la ricchissima Nadezda von Meck, mecenate, vedova del magnate delle ferrovie russe Karl von Meck: «Deve sapere, cara amica, che la mia musa in questi ultimi tempi è stata così generosa con me [...] Ho composto la Serenata per un impulso interiore, in essa ho riversato in abbondanza sentimenti fervidi, e mi auguro che sia artisticamente valida. Come sempre, nei punti che mi riuscivano meglio ho pensato a Lei [...] I due tempi centrali avranno, credo, il Suo plauso. Il primo tempo dev’essere considerato come un contributo alla mia venerazione per Mozart; ho imitato di proposito il suo stile, e mi giudicherei fortunato se si trovasse che sono riuscito, anche di poco, ad accostarmi al modello [...] Non può certo immaginare, amica mia, quale gioia mi dia il gettarmi in questa musica. È un piacere che non è paragonabile a quella esaltazione quasi tormentosa che è suscitata dalla musica di Beethoven, Schumann, Chopin. Mentre la musica di questi autori mi arreca inquietudine e agitazione estreme, quella di Mozart mi accarezza e mi placa. Fino ai diciassette anni quasi ignoravo che cosa fosse la musica. Fu un’esecuzione del Don Giovanni a risvegliare in me la comprensione e l’amore per quest’arte sublime [...] Tali impressioni di gioventù sono decisive per tutta la vita. Sa che io mi sento più giovane, più fresco, quasi un ragazzo, quando suono Mozart?».
Mozart come ammirazione sconfinata. Ma forse anche come rifugio, come “cura”. Perché questa pagina esce dalla penna di un Čajkovskij quarantenne che “barcolla” e si mantiene a stento all’onor del mondo dopo una parentesi drammatica, realmente dolorosa, della sua vita, per una ragione che molti stenterebbero a credere. Vivendo con difficoltà, angoscia e senso di colpa (soprattutto per l’epoca e per le rigidità della società zarista di fine Ottocento) una chiara tendenza omosessuale, il compositore russo sposa il 18 luglio 1877 una ex allieva di Conservatorio, ammiratrice fanatica, Antonina Miljukova. La ragazza lo sottopone a una corte serrata, con lettere, richieste pressanti di appuntamenti. Čajkovskij resiste, non prova alcuna attrazione o sentimento per questa donna, che tuttavia intensifica le dichiarazioni d’amore per il “maestro”, già allora alla ribalta della vita musicale russa, anche se devono ancora arrivare le pagine più celebri dei balletti come Lo Schiaccianoci, o la Sesta Sinfonia “Patetica”. A un certo punto Čajkovskij cede, seppur poco convinto nell’intimo e contro il parere di amici e parenti, dichiarando alla ragazza con franchezza di non provare nulla, ma si concede a un matrimonio fulmineo, quasi “riparatore”, chiaramente una copertura per acquisire una normalità, una regolarità di facciata, stanco di chiacchiere devastanti, di non poter vivere la sua condizione alla luce del sole, di sguardi sdegnati in treno o al ristorante. Una scelta per allontanare da se stesso lo spettro dell’omosessualità.
Ma le improbabile nozze finiscono in tragedia. Un disastro. Non solo: è l’inizio di un periodo di sofferenze acute, di fughe incredibili, di lettere fatte scrivere dal fratello per avere il pretesto di allontanarsi dalla moglie: «Dal punto di vista fisico, mi era diventata assolutamente ripugnante. Avrei potuto strozzarla». Il matrimonio dura tre settimane, già in treno per il viaggio di nozze a San Pietroburgo la situazione è insostenibile. Nei mesi successivi, anche dopo una separazione di fatto (il divorzio era impossibile anche solo da immaginare) il musicista si chiude sempre di più e lo perseguita una malinconia che confina con la depressione. Soffre di allucinazioni, piange, batte la testa contro il muro, medita il suicidio. Una notte s’immerge nell’acqua gelida della Moscova: febbre, convulsioni. Ha 37 anni, ma ne dimostra una sessantina. Trascorre due giorni in stato di incoscienza. Litiga ancora con la moglie. Poi parte e fugge lontano da lei.
Stiamo parlando di uno dei più grandi artisti. Un genio. Ma è riprendendosi da questa crisi che nascono le grandi composizioni dell’ultimo periodo. La sua Serenata in quattro parti vede la luce tre anni dopo la follia di quel matrimonio. L’amore per Mozart lo rasserena, la composizione di questa musica diventa consolatoria. Un giorno, durante l’armonizzazione per gli archi, scrive: «Avevo appena passato qualche giorno nell’ozio quando fui sopraffatto da una sorta di irrequietezza, perfino di malessere. Non riuscivo più a dormire, mi sentivo debole, spossato. Oggi non ho resistito più e ho lavorato un po’ alla mia Serenata. Ebbene, immediatamente mi sono sentito di nuovo in salute, arzillo e calmo».
Un consiglio ai lettori: ascoltate più e più volte questa Serenata. Quella calda sensazione provata da un tormentato Čajkovskij avvolgerà anche voi. Solo nel primo movimento sono presenti tre idee melodiche una più bella dell’altra. Poi attacca il Tempo di Valse, con una nuova e potente intuizione tematica, di quelle (apparentemente) semplici che si stampano nel cuore di chi ascolta, con “rallentandi”, “rubati” e sospensioni del tempo che costituiscono variazioni agogiche del ritmo irresistibili, veramente bene eseguite dai professori della Concertgebouw Kamerorkest. Sembra finita. Sembra impossibile che la fantasia melodica di un uomo possa continuare a zampillare. Ma l’Elegia irrompe sulla scena e ancora stupisce per la squisita fattura del suo tema portante, caldo, viscoso, con quel pathos tipico di Čajkovskij che sussurra ai nostri sentimenti più nascosti. Chiude la quarta parte, più giocata sugli stilemi della musica popolare russa, come se Čajkovskij avesse voluto accostare, nel finale, un pezzo del suo cuore, della sua identità, come umile omaggio all’irraggiungibile «arte del Maestro di Salisburgo».
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Pëtr Il’ič Čajkovskij
Serenade for strings
LSO String Ensemble
(London Symphony Orchestra Ltd, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

2) Pëtr Il’ič Čajkovskij
Violin Concerto & Meditation Op. 42 No. 1
National Symphony Orchestra; Isaac Stern, violino; Mstislav Rostropovich, direttore (Cbs, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

3) Pëtr Il’ič Čajkovskij
Piano Concerto No. 1
Felix Mendelssohn
Piano Concerto No. 1
Chicago Symphony Orchestra; Lang Lang, pianista; Daniel Barenboim, direttore (Deutsche Grammophon, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

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Parole chiave:
Consolazione - Depressione - Musica - Omosessualità - Sofferenza

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