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03/05/2011

L'Angelo canta la fuga dal dolore (Alban Berg, Dal Concerto per violino e orchestra)




Alban Berg
Concerto per violino e orchestra “In memoria di un angelo”, Primo movimento “Andante-Allegro”
Frederieke Saeijs, violino
Orchestre National de Montpellier
Friedmann Layer, direttore


Questo concerto è una meraviglia. Anche se è tremendamente difficile da raggiungere, da interiorizzare al primo ascolto, nel senso che è come salire su una cima, dove la vetta è la comprensione di un linguaggio musicale senza un centro di gravità “permanente”, che in armonia è la tonica, il primo grado di una scala, la nota che conferisce la tonalità. È intorno a questa nota che sino al 1908-1910 si è sempre scritto un brano di musica. All’interno di un “recinto” tonale, per esempio “do maggiore”, in genere il compositore comincia e conclude il suo brano con questa nota, il do.
E invece qui, nel “Concerto per violino e orchestra” di Alban Berg, che cosa accade? Che si è ormai compiuta una rivoluzione, quella dell’atonalità: una musica che si disinteressa delle regole dell’armonia e crea suoni dissonanti, che urtano l’orecchio. Soprattutto in Austria, i compositori della cosiddetta seconda “Scuola di Vienna” scrivono brani disobbedendo a regole codificate in tanti secoli. Ed è poi il compositore austriaco Arnold Schoenberg a espandere questa rivoluzione con la dodecafonia, tecnica compositiva inventata tra il 1908 e il 1923, e fondata sull’utilizzo di una o più “serie” di dodici suoni, organizzati in forme spesso sofisticate. In altre parole, sceglie dodici suoni in un determinato ordine e compone la propria musica a partire da questa serie. Che cosa fa Schoenberg dopo il primo decennio del Novecento? Elimina nella musica, e dalla musica, tutto ciò che è prevedibile, comprese quelle successioni di suoni, regolate dalla tonalità da almeno 500 anni, che ci “fanno stare bene” quando ascoltiamo, quando sentiamo che una musica ha un inizio, uno sviluppo e una coda: comprensibili, istintivamente, dal nostro orecchio.
Ecco perché il Concerto che vi proponiamo questa settimana, se non ci siamo mai sottoposti a una “ginnastica” d’ascolto, è disorientante, arduo, spigoloso (anche se ormai, storicamente parlando, si tratta di un “classico”). Alban Berg, che in pratica conclude con questo capolavoro la sua stessa vita (morirà poco dopo), si muove esattamente in questo linguaggio musicale. Si esprime così. Schoenberg, Berg e il loro allievo Anton Webern furono gli alfieri della seconda “Scuola di Vienna”. Esplorarono l’atonalità e la dodecafonia, seguiti poi da altri compositori che hanno portato alle estreme conseguenze la musica contemporanea, esplorando anche quella elettrica ed elettronica, disaggregandola sino all’estremo, con risultati non sempre apprezzabili in senso artistico, anzi, parecchio discussi e discutibili. Tanto che negli ultimi anni si è affacciata la musica cosiddetta “minimalista”, o neoclassica, che tende a recuperare strutture assai semplici all’interno di un linguaggio di nuovo pienamente tonale.
Ma torniamo a Berg. Come dicevamo prima, è difficile questa pagina, però possiamo almeno provare ad ascoltarla. Tenendo presente che questa musica (e le altre del periodo iniziale della dodecafonia) non era inizialmente accettata neppure dal pubblico al quale quei compositori intendevano rivolgersi. Persino Stravinskij, all’inizio del Novecento, alla prima della sua “Sagra della Primavera”, che pur non si era ancora spinta a un’atonalità così seriale, fu duramente contestato. Per ascoltare il Concerto per violino di Berg occorre lasciar fluire la musica pensando che rompa il silenzio con un idioma non familiare, come se ci parlassero in un’altra lingua, sconosciuta, che utilizza sempre gli stessi fonemi, il medesimo alfabeto, ma assemblato senza l’ordine, rassicurante, al quale siamo abituati.
È una salita parecchio ripida (nel senso dell’immediatezza di ascolto). Occorre fare uno sforzo, insomma: non pensare soltanto alla musica in termini di melodia immediatamente “risolta”, cioè subito comprensibile all’orecchio e facilmente archiviabile fra quelle alle quali il nostro cervello è solito dare un senso e una sistemazione tranquillizzante. La melodia c’è comunque, eccome. Si sente anche il ricorso al contrappunto. Affiorano persino alcuni elementi romantici, un afflato di grande passione, un po’ oscura ma poetica, a tratti tumultuosa, resa sonoramente da un contributo acceso della tavolozza orchestrale, con ampio uso di tutte le timbriche che vanno a comporre un tappeto sonoro “spesso” e generoso, spontaneo, infuocato: in questo senso, romantico. Ma la melodia, le sue frasi, anche le più intime e liriche, sono nascoste tra le pieghe di un linguaggio che si è frammentato e via via disgregato sin dai primi del Novecento.
Proviamo ad addentrarci nel capolavoro di Alban Berg. Se conoscete la musica, trovate su Internet la partitura per seguire il violino a questo indirizzo (Partitura del Concerto). L’inizio è semplice: Sol, Re, La, Mi – Mi, La Re, Sol. Spiega il compositore e musicologo Umberto Bombardelli: «Il solista trascina lentamente l’arco attraverso le quattro corde “a vuoto” del violino, senza utilizzare la mano sinistra per premerle sulla tastiera. Quasi uno svogliato procedimento di accordatura, prima di iniziare veramente la propria esibizione. L’orchestra risponde lontana al suo arpeggio, che si ripete più volte su gradi sempre rinnovati della serie dodecafonica fondamentale. Uno degli inizi di concerto tra i più clamorosi della storia musicale che lascia, volutamente, sconcertato l’ascoltatore; soprattutto quello abituato alle consuetudini della grande letteratura violinistica classica, che volevano la comparsa del solista sulla scena musicale segnata da un esibito virtuosismo».
Abbiamo scelto l’interpretazione di una donna, tra le tante disponibili: primo, per un omaggio alle donne per le quali è nato questo sito, e secondo perché questa violinista ci sembra avere la forza giusta, unita a una non comune grazia, per guidarci tra le atmosfere rarefatte e le dissonanze dipinte da Berg. Ci facciamo accompagnare dall’Orchestra francese di Montpellier, che tante volte ascoltiamo su terreni meno “accidentati” e verso approdi armonicamente sicuri e “comodi” per le nostre orecchie. E che qui dipana invece con sicurezza la matassa sonora del compositore austriaco, con lucidità strumentale in tutte le parti, soprattutto colorando con efficacia le frasi affidate a flauti, fagotti, sassofono, ricche di carattere timbrico e personalità.
Benché aspre e ruvide, possiamo ascoltarle – meglio, accoglierle – per provare a salire lassù, verso quell’Angelo in memoria del quale Alban Berg ha composto questo concerto nel 1935. E la definizione in partitura “In memoria di un Angelo” è proprio la chiave di questa pagina. II 9 febbraio Berg compiva 50 anni. Viveva quasi isolato a Vienna, ma era affermato a livello internazionale, assai più di quanto non lo fossero il suo maestro Arnold Schoenberg, in esilio negli Stati Uniti, e il suo collega, Anton Webern: i tre compositori che, come abbiamo detto, sono il cuore della seconda Scuola di Vienna, faro musicale della dodecafonia. L’opera lirica “Wozzeck” di Berg, composta nel 1925, era stata ripresa in più di venti teatri: si poteva considerare ormai parte della cultura del Novecento, anche se osteggiata perché “scandalosa” e “dissacrante”.
Nello stesso febbraio Berg decise di interrompere la strumentazione di un’altra opera, “Lulu”, per accettare la commissione di un Concerto da parte del violinista americano Louis Krasner. Berg lavorò di buona lena. Il 16 luglio poteva annunciare a Krasner che la composizione era finita e prevedeva di completare la strumentazione in agosto.
Nella sua ideazione aveva pesato in modo determinante un avvenimento: a Pasqua, il 22 aprile, era morta improvvisamente Manon Gropius, figlia diciottenne del secondo matrimonio di Alma Mahler con l’architetto Walter Gropius, fondatore del Bauhaus (la scuola di architettura, arte e design che operò in Germania durante la Repubblica di Weimar). Berg, che era da lungo tempo amico di Alma, nel frattempo risposatasi con lo scrittore Franz Werfel, era particolarmente affezionato a Manon, malata di poliomielite. La sua morte lo colpì profondamente: decise così di dedicarle il Concerto che stava scrivendo. Non solo, cercò (e ci riuscì) di andare oltre la malattia con il canto del violino: un ritratto dell’adolescente nella prima parte (Andante-Allegro, quella che ascoltiamo nei due video), la morte e la trasfigurazione nella seconda (Allegro-Adagio).
È interessante notare, ascoltando questo Concerto di Berg, un certo parallelismo con il Lied di Richard Strauss che abbiamo proposto qualche settimana fa, “Beim Schlafengehen”. Se ricordate, quella composizione cominciava procedendo dal buio verso la luce, e in questo senso avevamo suggerito l’idea di una musica capace di trascinarci fuori dalle tenebre del dolore. Qui, in Berg, il violino, che canta al posto della voce umana, suggerisce un medesimo percorso di rigenerazione, dalle tenebre alla luce, con il suo distaccarsi gradualmente dalla gravità terrena in un’elevazione spirituale «al di là di ogni cosa», come scrive lo stesso compositore. E in questo senso va intesa la dedica che Berg aggiunse alla composizione: “Dem Andenken eines Engels”, In memoria di un angelo, dove l’angelo è appunto la graziosa Manon, in un arabesco violinistico e in un crescendo sonoro ricamati dalle molte espressività strumentali.
Nonostante un linguaggio ostico, ricco di aculei armonici, irriverente, questa pagina non può non trasmettere – quasi con la forza e l’immaginazione di una musica a programma – la volontà di una trasfigurazione della sofferenza, soprattutto dove sentite che il violino svetta e apre la strada verso un cielo luminoso e azzurro. Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Alban Berg
Concerto per violino
Anne-Sophie Mutter, violino; Chicago Symphony Orchestra; James Levine, direttore (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes)

2) Alban Berg
Stravinsky & Berg: Violin-concertos
Kolya Blacher, violino; Mahler Chamber Orchestra; Claudio Abbado, direttore (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes)

3) Neue Wiener Schule: Schoenberg-Berg-Webern
String Quartets
LaSalle Quartet (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes)

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Parole chiave:
Forme musicali - Malattia - Morte - Musica dodecafonica - Speranza - Strumenti musicali

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