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17/11/2015

Impressioni e nostalgie di un viaggiatore (George Gershwin, Un americano a Parigi)




George Gershwin
Un americano a Parigi
Los Angeles Philharmonic; Gustavo Dudamel, direttore

Questo articolo è stato scritto nelle ore della tragedia di Parigi. Lo dedichiamo alle vittime, ai sopravvissuti, ai loro familiari, e alla bellezza immortale di una città che è luogo di cultura, civiltà e libertà per tutti.


Il motivo struggente di blues che apre la seconda parte di questo capolavoro, introdotto dal pizzicato dei contrabbassi, dai colpi leggeri di “woodblock” e delle spazzole sul rullante, è uno di quei momenti di musica capaci di cambiare l’umore di una giornata. Siamo al punto cruciale di “Un Americano a Parigi”, musica di George Gershwin, al minuto 7:41 del video che vi proponiamo nell’interpretazione accesa e colorata di Gustavo Dudamel sul podio della Los Angeles Philharmonic. Per chi conosce già questa rapsodia, infatti, il pensiero corre subito lì, alla tromba solista: con due idee melodiche di forte sapore “newyorchese” inchioda l’ascoltatore a un sentimento di malinconia che, se non conosci la storia di questo pezzo, non sai bene cos’è, ma sei sicuro che c’è. Ragionando intorno al suo lavoro, Gershwin commentava: «Questa nuova opera, un balletto rapsodico, è pensata liberamente. E’ La musica più moderna che io abbia mai scritto. La parte iniziale si sviluppa in uno stile tipicamente francese, alla maniera di Debussy, benché le melodie siano originali. La mia intenzione è di descrivere le impressioni e le nostalgie di un viaggiatore americano in visita a Parigi, che passeggiando per la città ne ascolta i suoni, impregnandosi dell’atmosfera della capitale. Ma c'è molta libertà, chi ascolta può leggere nella musica le immagini che preferisce».
E allora è un alternarsi di passaggi irresistibilmente cantabili ad altri spruzzati dai colori intensi della tela orchestrale, ad altri dove dominano le suggestioni ritmiche e strumentali, con evidenti soluzioni (e provocazioni) timbriche che nei primi anni Venti del Novecento erano certo quanto di più “moderno” la musica americana potesse esprimere, lontana dalle avanguardie europee e certo influenzata dalla libertà d’invenzione del jazz. Per esempio, nella partitura di questo lavoro, null’altro che un poema sinfonico scritto per rievocare i luoghi e la vita parigina degli anni Venti, troviamo un’orchestra arricchita dai sassofoni, strumenti che in quel periodo non avevano ancora trovato dignità nell’orchestra cosiddetta “classica”.
Questa pagina è il frutto del secondo viaggio di Gershwin a Parigi, nel 1928. Tanto per inquadrare la composizione nel panorama artistico dell’epoca, sette anni prima era morto Camille Saint-Saëns, dieci anni prima se n’era andato Claude Debussy. La vita culturale della capitale francese era tutta un fermento di artisti provenienti da altre esperienze: erano in città Prokofiev, Stravinsky e Arnold Schönberg, che aveva già scritto molti lavori dodecafonici. In Francia soggiornava spesso Rachmaninov, espulso dalla Russia diventata sovietica. E poi Gershwin ebbe modo di frequentare Ravel, Milhaud, Poulenc.
E’ questa musicalità – intensamente francese, contaminata dall’Impressionismo, dagli stilemi russi e dalla rottura degli schemi armonici con l’imporsi progressivo dell’atonalità e della dodecafonia – che Gershwin impasta rimanendo però sempre molto “americano”, dando libero sfogo alla spontaneità delle sue linee melodiche, in un lavoro che mette insieme gli appunti abbozzati durante la prima visita del 1923. Un lavoro spiccatamente “impressionistico” che ci restituisce – a livello di sensazioni anche acustiche, disponendo il nostro animo in uno stato di eccitazione e di benessere come se fossimo in viaggio – le emozioni della “Ville Lumière”, del suo traffico, dei suoi quartieri, voci, rumori, chansonnier, le chiacchierate sugli Champs Elysées e nel Quartiere Latino. Gershwin mette in musica un americano che passeggia lungo i boulevard, che passa davanti ai music-hall di Pigalle evocati da una melodia affidata al trombone, si ferma sulla Rive Gauche accompagnato da un assolo di clarinetto.
E poi, il nostro americano litiga con l’autista di un taxi. Il compositore statunitense, infatti, dopo questo viaggio ritornò a New York profondamente colpito dai taxi parigini, tanto da acquistare e mettere in valigia quattro “avvertisseurs de taxi”, in pratica quattro clacson speciali che nella Parigi di allora usavano le auto di servizio pubblico. E Gershwin davvero li inserisce, “programmaticamente”, in orchestra (li vedete qui nel video al minuto 2:10). Il tutto per riprodurre un mondo di rumori cittadini diverso dalla sua New York, una babele di suoni raccontati con immagini sonore nitide, dai sapori forti, per esempio con un gran lavoro assegnato ai flauti, che intervengono a più riprese con colorazioni sulla tavolozza armonica. Orchestralmente è un impasto a tratti elettrizzante, di emozioni contrastanti, che sembra quasi assemblato, come scrive lo storico della musica Rodolfo Venditti, «con la tecnica del montaggio cinematografico. “Un Americano a Parigi” dà proprio l’impressione di un montaggio sonoro originale: rapido, coinvolgente, sbalorditivo. E il clima che ne risulta è di vacanza scanzonata, di riposante freschezza, di gioiosa avventura».
L’allegra sezione iniziale è seguita da un blues intenso, con un forte sottofondo ritmico, la parte di gran lunga più conosciuta dell'opera, nella quale è espressa la nostalgia per gli Stati Uniti. Sì, perché a un certo punto il turista americano va in crisi di malinconia (come capita a tanti durante un viaggio). E’ un blues costruito intorno all’assolo di tromba, un “Andante ma con ritmo deciso”, nel quale la prima tromba dell’orchestra, con la sordina, quasi dipinge il ricordo di casa, dall’altra parte dell’oceano, ed è una lama di nostalgia tagliente, che viene rilanciata più avanti dal violino, e lo stesso tema è ripreso poi dagli archi, insieme con i fiati, sostenuti dalle percussioni. Ma alla fine i rumori della strada e l’atmosfera francese trionfano su tutto: ritorna il tema principale, quello della passeggiata, si impone la presenza timbrica dei tromboni, del bassotuba, dei timpani, con interventi del clarinetto, strumento d’elezione per Gershwin a partire dall’attacco indimenticabile della “Rapsodia in Blu”. E’ un crescendo orchestrale «verso un allegro parapiglia», testimonianza di un’irrefrenabile gioia di vivere.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) George Gershwin
An American in Paris
Chicago Symphony Orchestra; James Levine, direttore (Deutsche Grammophon, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music )

2) George Gershwin
Rhapsody in blue; An American in Paris; Piano Concerto in F
Pittsburgh Symphony Orchestra; André Previn, pianoforte; André Previn, direttore (Philips, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

3) George Gershwin
Songs of George Gershwin
Artisti vari (Naxos, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

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Parole chiave:
Gioia di vivere - Gustavo Dudamel - Impressionismo - Malinconia - Musica a programma - Nostalgia - Strumenti musicali

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