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10/03/2015

Il suono che ascolta il nostro dolore (Arvo Pärt, Cantus in memoriam Benjamin Britten)




Arvo Pärt
Cantus in memoriam Benjamin Britten
Orchestre de Paris; Paavo Järvi, direttore


La prima impressione è di una ripetitività esasperata, una cantilena che si perde nell’infanzia. E invece è solo il cuore del minimalismo musicale, che ha prodotto fenomeni di cassetta e classico-pop come Giovanni Allevi, ma anche un genio come Arvo Pärt, uno dei più grandi musicisti viventi, e questo suo “Cantus in memoriam Benjamin Britten”, dove i rintocchi iniziali delle campane e il successivo lamento spianato degli archi allontanano ogni paura ancestrale della morte. Sprazzi di silenzio che si fa sostanza e una salita dinamica impressionante che ci riempie di musica e ci avvolge di tenerezza e calore, mentre s’adatta perfettamente alle emozioni più profonde, perché favorisce una pulizia mentale, uno scavo interiore, uno spazio in cui il suono entra e, in una sorta di capovolgimento di ruoli, sembra essere esso stesso, il suono, che si mette in ascolto di noi, delle nostre angosce e del nostro dolore, anziché noi in ascolto del suono. Oppure, ci potete vedere una melodia tenue ma potente che interroga la mente, carezzevole, dolcissima, pensata per essere meditativa. Un momento per sé, che ogni tanto occorre prendersi, uno spazio di calma per fermarsi, immobili, per interrogarsi e guardarsi dentro.
Il compositore estone Arvo Pärt, 80 anni a settembre, qui interpretato da Paavo Järvi alla testa dell’Orchestre de Paris (nientemeno che ai Proms di Londra, un onore per un autore contemporaneo), è da una vita che è alla ricerca di nuovi codici espressivi, vie alternative di comunicazione. Ha scritto a commento di una sua opera: «Ho sempre inseguito una linea musicale che fosse portatrice di un’anima, come quella che esisteva nei canti di epoche lontane». Il suo è stato un percorso a tappe verso uno stile incisivo e non banale: fluidità delle parti melodiche, semplicità armonica, rarefazione sonora. Come tanti ha attraversato la fase dell’avanguardia, delle tecniche di composizione dodecafonica e seriale, per poi lasciare questo territorio – spesso, siamo sinceri, francamente inascoltabile – e approdare a un linguaggio personale e minimalista, a quella scrittura spoglia ed essenziale con la quale si sono affermati lo statunitense Philipp Glass o l’inglese Micheal Nyman, ma sempre più spesso virando verso la musica d’ispirazione spirituale, per cui quello di Pärt è anche definito “minimalismo sacro”. In questo senso poche creazioni, come il corpus dei canti gregoriani, agli albori della civiltà musicale, possono essere definite minimaliste. E infatti dominano sul pentagramma di questo meraviglioso compositore il fascino della monodia, delle polifonie primitive, del suono delle campane (tintinnabulum). Del silenzio.
C’è un disco, “A Portrait”, che è la summa della sua produzione. Per scrivere queste note l’abbiamo consumato. E ciò che lascia via via nell’esperienza di questo ascolto è un’idea precisa dei confini espressivi ai quali il compositore è pervenuto, alle frontiere di una dimensione di spazio e tempo che possiamo solo immaginare. Uno stile espressivo che, oltre a interrogarci in senso metafisico, ci propone uno sguardo escatologico, sui destini finali dell’essere. Questa è la sensazione che abbiamo, per esempio, sentendo “Fratres”, puro incanto, nella versione per archi e percussioni, con cui tutto sembra fluttuare in una specie di liquido amniotico sonoro; oppure la “Ode I”, dove le impressioni vanno dal misticismo monastico all’assenza di gravità e materia; o ancora “Spiegel im Spiegel”, una sorta di ninna nanna, un carillon che ci culla, arcate tenere di violoncello che parlano all’anima, e macchie scure di pianoforte che ci ricordano chi siamo e dove siamo. E “Spiegel im Spiegel” significa specchio nello specchio: dunque, l’idea di Pärt è senza dubbio quella di proporre una musica nella quale osservarsi, come in una superficie riflettente, per mettersi a nudo e fare, inevitabilmente, i conti con se stessi.
Per questo la musica di Arvo Pärt è anche una sottolineatura della sofferenza, una partecipazione sonora a eventi traumatici. Qualche esempio: alla scomparsa di un amico è dedicata la “Pilgrims’ Song”, lavoro corale basato sul Salmo 121; per i morti negli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004 è stato scritto “Da pacem Domine”; a «tutti i carcerati senza diritti in Russia» è rivolta la Sinfonia n. 4 per archi, arpa e percussioni. Il discorso compositivo di Pärt è interamente rivolto a chi vede la propria vita sconvolta dal dolore, ma dopo le giovanili sperimentazioni avanguardistiche, e alcuni anni di riflessione e non-attività, la sua ricerca si è concretizzata in un cambio di stile e poetica. Il suo ragionamento è: non posso raccontare questa sofferenza se mi affido a costruzioni complesse, imperscrutabili, artificiali, a masse sonore d’intensa densità armonica, a eccessive profondità timbriche e dinamiche. Il dolore può spezzare l’anima, lascia l’uomo in ginocchio, lo scarnifica, lo piega nella volontà, a volte lo umilia. Il dolore ha la diabolica capacità di renderci piccoli, indifesi, fragili. Dunque, la mia musica non può essere urlata, aggressiva, prepotente, cerebrale. Dev’essere “piccola”, umile, frugale. E per esprimerla i mezzi utilizzati sono altrettanto semplici: qualche nota, ripetizioni melodiche elementari, sequenze ritmiche lenitive, nessuna modulazione fra tonalità, e soprattutto silenzio. Un silenzio che mai come in Pärt diventa musica e terreno di ricerca interiore.
Non esiste festival di musica antica che non presenti, accanto ai gioielli della polifonia di quattro secoli di musica, i lavori di Arvo Pärt. E così i più celebrati complessi vocali come l’Hilliard Ensamble o i Tallis Scholars diretti da Peter Philips fanno a gara per inserire il suo “Magnificat” per coro misto a cappella o il “Nunc dimittis” accanto ai capolavori di Pérotin, Guillaume de Machaut, William Byrd, o del nostro Gregorio Allegri, e cioè dei suoi amati maestri della scuola francese di Notre Dame o del Rinascimento inglese, fiammingo e italiano.
Arvo Pärt sta in mezzo a questi giganti con la leggerezza di declamazioni sonore al servizio della parola sacra. Il suo ultimo disco, “Tintinnabuli”, uscito per l’etichetta Gimell nella lettura dei Tallis Scholars, ci trasporta nel suo mondo di note, spazio e silenzi, di suggestioni eteree e verticalità dell’anima. E finalmente si prova il piacere di ascoltare volentieri e spesso un musicista contemporaneo e di sentirlo vicino come un mottetto a otto voci di Giovanni Pierluigi da Palestrina.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Arvo Pärt
Tintinnabuli
Tallis Scholars; Peter Philips, direttore (Gimell, disponibile anche su iTunes)

2) Arvo Pärt
A Portrait
Artisti Vari (Naxos, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

3) Byrd, Josquin, Palestrina, Tallis, Taverner & Victoria
Renaissance Giants
Tallis Scholars; Peter Philips, direttore (Gimell, disponibile anche su iTunes)

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Parole chiave:
Dolore - Emozioni - Meditazione - Musica - Silenzio

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ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico

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