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08/03/2016

Il pianoforte racconta una felicità sfuggente (Franz Schubert, Improvviso Op. 90 No. 3 D. 899)




Franz Schubert
Improvviso Op. 90 No. 3 D. 899
Alfred Brendel, pianoforte


Lasciamo le solari note cameristiche del Quintetto mozartiano per clarinetto dell’ultimo ascolto e rifugiamoci in un’atmosfera più rarefatta e intimistica, quale di solito si sperimenta quando si arriva all’essenza estrema della musica: lo strumento solo. In questo caso il pianoforte, quello di Franz Schubert. Lo facciamo con un capolavoro del compositore austriaco: l’Improvviso Op. 90 No. 3, che abbiamo la fortuna di poter proporre, grazie a YouTube, nell’interpretazione del pianista schubertiano per eccellenza, Alfred Brendel.
Nell’ultima parte della vita, tra il 1823 e il 1828, l’anno della morte, quindi nel momento in cui si misura il senso di un’intera esistenza, Schubert scrive quattordici piccoli pezzi per pianoforte: sei Moments musicaux Op. 94, quattro Improvvisi Op. 90 e quattro Improvvisi Op. 142. Come spiega il pianista italiano Roberto Prosseda, soprattutto gli Improvvisi (e poi vedremo perché il compositore li chiama così) «sono una scoperta continua, un affacciarsi e sovrapporsi di emozioni che rivelano il suo mondo privato, segreto, ed è per questo che, di là da una facile orecchiabilità melodica, è così difficile comprendere davvero quanto fosse sconfinato l’immaginario di Schubert». Il compositore viennese non ha avuto, in vita, successo come sinfonista. Dunque, ha lasciato questo mondo interiore un po’ ai margini, e lo ha isolato, quasi “parcellizzato”, nella produzione pianistica e cameristica, dove la vena melodica è più immediatamente godibile. «Ma è proprio nella musica pianistica», riflette Prosseda, «in questa intimità, che Schubert trova se stesso e quindi riesce a “confessare” al meglio la poesia che si affaccia nella sua musica. Per lui questo strumento è quasi un diario su cui sfogare ambizioni represse, frustrazioni, soprattutto i sogni, la felicità agognata e mai realizzata». E qui va ricordata la storia infelice di Schubert, morto a 31 anni, di una malattia, la sifilide, allora particolarmente ghettizzante, circondato solo dagli amici delle Schubertiadi, e scomparso senza essersi reso conto del successo immortale delle proprie composizioni.
Gli Improvvisi, dei quali abbiamo trovato questa interpretazione di un Alfred Brendel maturo, un pianista che ha trascorso l’intera vita a studiare Schubert, sono quelli che più racchiudono la varietà di atteggiamenti poetici che il compositore ha espresso sugli 88 tasti. Sono pezzi brevi, senza la complessità strutturale delle Sonate. Tuttavia - in particolare il No.1 (il più esteso) e il No .3 (il più celebre ed eseguito) – sono un itinerario nello spirito, un viaggio attraverso luoghi dell’anima diversi. Ed è comunque bello, con pazienza e tempo a disposizione, ascoltarli tutti, questi deliziosi frammenti, proprio per cercare di scoprire in quali luoghi dell’immaginazione ci accompagnino.
Prendiamo l’Improvviso No. 3 dell’Op. 90, oggetto di questo ascolto, con un andamento sognante sostenuto dalla generosa freschezza melodica. Vale la pena ricordare la caratteristica costante dell’arte schubertiana, e cioè quella che i musicologi chiamano la “poetica del viandante”. C’è infatti un Lied che il musicista ha scritto, su una lirica di Georg Philipp Schmidt von Lübeck, che s’intitola proprio “Der Vanderer”. E in che senso il concetto di “viandante” – dunque il “vagare”, l’incamminarsi verso una meta – sta nel cuore espressivo di Schubert? Nel senso che un verso di questo Lied è il simbolo di come il compositore concepisca l’esistenza umana, la speranza e il destino, il proprio e quello di chiunque sia nella sofferenza: «Lì, dove tu non sei; lì, è la felicità».
“Dove tu non sei” perché sofferente, perché nell’impossibilità di vivere pienamente. In altre parole, Schubert concepisce la felicità come qualcosa che gli appartiene, ma che sta tutta nel suo mondo interiore, nelle aspettative, nelle proiezioni del cuore, ma non nella vita reale, quella vissuta, che nel momento in cui scorre non gli piace affatto. In questa visione, la musica non è la trasposizione di un racconto per immagini, non fotografa la realtà, non è un quadro figurativo, ma è una misura della felicità attesa e non sempre realizzata. I suoi “Improvvisi”, di là dalla facilità d’ascolto, sono un “improvviso” riversare sul pianoforte i suoi sogni, il mettere in evidenza la felicità che non si vede, perché oscurata dalla sofferenza e dall’inquietudine, ma che sta dentro.
Ascoltando l’Improvviso No. 3 Op. 90, ciò che balza subito all’attenzione è il meraviglioso ricamo di arpeggi, il tappeto sonoro che accompagna il canto. Non ci sono contrasti dinamici forti come in altri Improvvisi. Non ci sono quei “silenzi” dai quali spesso Schubert fa sgorgare le idee musicali più cupe. «Eppure», analizza ancora Roberto Prosseda, «anche qui tutto rimane terribilmente malinconico». Ancora una volta abbiamo, nonostante la tonalità maggiore – che dunque dovrebbe essere brillante, solare – «un brano sconsolato, di profonda tristezza senza via d’uscita, pennellata da un colore brunito, di rassegnazione. Ma una tristezza che è allo stesso tempo tenera, commossa, di rimpianto per una felicità che sta “lì, dove tu non sei”, e forse proprio questo rende l’Improvviso Op. 90 No. 3 uno dei più amati, certamente il più celebre della raccolta».
Magnifico il Brendel che esegue la composizione, arrivato alla vetta dell’essenzialità espressiva, capace di esprimere questo mondo interiore facendo risaltare le variazioni dinamiche e agogiche – cioè l’intensità sonora e le libere modificazioni dell’interprete alla durata delle note e dell’andamento – senza inutili romanticherie da salotto. Come forse piaceva allo stesso Schubert, che nessun interprete ha avvicinato più di Brendel. Raccontava infatti Albert Stadler, compagno di convitto del compositore a Vienna, a proposito dello stile di “Franz” al pianoforte: «Vederlo e ascoltarlo suonare le proprie composizioni era un vero piacere. Un magnifico tocco, mano tranquilla, chiaro, nitido, pieno di discernimento e di sensibilità. Apparteneva alla vecchia scuola di buoni pianisti le cui dita non avevano ancora iniziato ad attaccare i poveri tasti come uccelli da preda». E aggiungeva Ferdinand Hiller, virtuoso, amico di Chopin, Mendelssohn e Liszt: «Era come se la musica non avesse bisogno di suoni materiali: melodie simili a visioni».
E’ questo il punto di arrivo di Alfred Brendel, del quale ovviamente consigliamo l’intera discografia schubertiana.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Franz Schubert
The complete Impromptus; Moments Musicaux
Alfred Brendel, pianoforte (Philips Classics, disponibile anche su Apple Music e Google Play)

2) Franz Schubert
Piano Works 1822-1828
Alfred Brendel, pianoforte (Decca, disponibile anche su Apple Music e Google Play)

3) Franz Schubert
Piano Quintet “The Trout”
Cleveland Quartet; Alfred Brendel, pianoforte (Philips Classics, disponibile anche su Apple Music e Google Play)

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Parole chiave:
Desiderio - Felicità - Malinconia - Musica da camera - Senso della vita - Speranza

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