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02/06/2015

I due "gemelli" tra serenità e angoscia (Wolfgang Amadeus Mozart, Quintetti KV. 515 e KV. 516)




Wolfganf Amadeus Mozart
Quintetto KV. 515
Liza Ferschtman, violino; Alina Ibragimova, violino; Amihai Grosz, viola; Jakob Koranyi, viola; Gijs Kramers, violoncello

Wolfganf Amadeus Mozart
Quintetto KV. 516
Ensemble ACJW


Ogni volta è difficile decidere se ascoltare, e quindi consigliare, il primo Quintetto per archi, KV. 515 di Mozart, con un inizio e una fine da brividi; oppure il KV. 516 che parte con un materiale sonoro denso e brunito, cantabile ma insieme cerebrale, quasi un’avventura immediata nei meandri della nostra interiorità, e mette subito un sigillo d’introspezione e sguardo sull’esistenza.
Nel primo caso, KV. 515, si rimane affascinati subito dall’Allegro iniziale per il tappeto sonoro contrappuntato dal violoncello, in un dialogo melodico quasi schubertiano, e parimenti dall’Allegro conclusivo, generosamente mozartiano nella spontaneità del fraseggio, «pullulante di mirabili melodie la cui quasi provocatoria innocenza è vanificata dalla profondità degli orizzonti», come scrive Giovanni Carli Ballola. Mentre del secondo Quintetto, KV. 516, lasciano attoniti appunto l’Allegro d’apertura, carico di tensione cromatica, e soprattutto l’Adagio che chiude il lavoro, dove è facile avvertire «la sottile disperazione che si cela sotto tanta spensieratezza».
Al genere del quintetto d’archi Mozart dedicò in tutto sei lavori. Dopo un primo gruppo di due partiture giovanili, arrivarono il KV. 515 e KV. 516, seguiti poi da due lavori della piena maturità: il KV. 593 e il KV. 614, che precedono di poco i vertici raggiunti con l’Ave Verum Corpus e il Concerto per clarinetto. Al tempo di Haydn e Mozart, il quintetto era un genere nuovo ancora privo di dignità artistica, una sorta di sperimentazione, a differenza del quartetto, considerato la forma più perfetta della musica da camera. Un compositore di quintetto aveva (e ha) due alternative: aggiungere al quartetto una seconda viola o un secondo violoncello. A differenza della sterminata produzione quintettistica di Boccherini (uno di questi, il Quintetto in mi maggiore op. 13 n. 5, contiene il celeberrimo Minuetto), o del Quintetto con due violoncelli di Schubert, i Quintetti mozartiani comprendono, in aggiunta alla formazione “classica” del quartetto (due violini, viola, violoncello), una seconda viola; probabilmente a causa della predilezione del compositore per le mezze voci (non a caso, nonostante le esibizioni “circensi” di fanciullo prodigio nelle corti di mezza Europa, come violinista esibito dal padre Leopold, nei concerti casalinghi di quartetto lo stesso Mozart suonava proprio la viola).
Charles Rosen, studioso statunitense del Classicismo, ha osservato che Mozart si dedicò alla formazione del quintetto «sempre subito dopo avere composto una serie di Quartetti, come se l’esperienza fatta con quattro strumenti lo avesse messo in grado di accostarsi a un organico più ricco. La scrittura impiegata nei Quintetti è infatti essenzialmente simile a quella dei Quartetti; in particolare, nelle opere mature, Mozart fece uso della scrittura peculiare dello stile classico, che presuppone un ruolo egualitario di ogni strumento, ottenuto però non secondo la totale indipendenza melodica delle voci l’una dall’altra – propria del vecchio stile contrappuntistico – ma secondo un calibrato dialogo degli strumenti, che alternano ciascuno la funzione melodica a quella di accompagnamento, muovendo dall’elaborazione dello stesso materiale tematico».
Ed è proprio ciò che si percepisce in questi due Quintetti, che è consigliabile diventino un ascolto duplice: un quintetto non può esistere senza l’altro, vanno assaporati entrambi, sono un po’ “gemelli”, perché riflettono due stati d’animo del Mozart già maturo e affermato, immerso nella sua avventura compositiva viennese. E’ un solo Mozart, ma nella coppia di Quintetti KV. 515 e 516 ci sono i due Mozart: quello luminoso e quello drammatico, dunque c’è un po’ la vita di tutti noi, fatta di luci e ombre, gioie e dolori. Alla luminosa ariosità del Quintetto in do maggiore, il primo, si contrappone nel secondo, il gemello in sol minore, un’impronta sofferta, in una tonalità impiegata appunto da Mozart sempre con esiti drammatici.
Dunque, prepariamoci all’ascolto di entrambi: tra le pagine del compositore austriaco più belle e fresche, ma anche in assoluto tra i massimi capolavori dell’intera letteratura cameristica. Gli storici ci informano che nessuno dei due fu scritto su commissione. Nell’aprile del 1787, mentre lavorava al Don Giovanni, Mozart si trovava (non era purtroppo una novità per lui) in difficoltà economiche, e per avere qualche entrata decise di mettere momentaneamente da parte l’opera per scrivere rapidamente «un paio di cose da pubblicare». E qui ancora una volta è curioso notare come gli spiriti liberi (e il genio di Salisburgo lo fu certamente) sanno trasmetterci un’esperienza preziosa: e cioè la capacità di gettare lo sguardo e il cuore oltre gli ostacoli, di non lasciarsi sopraffare dalla sofferenza, anzi, di continuare come se niente fosse, con sicurezza, proprio nei momenti più amari.
E’ un dono raro, ma se applicato alla vita di tutti i giorni aiuta parecchio. Infatti, ascoltando la musica meravigliosa di questi due quintetti gemelli, è bello sapere che nonostante si fosse messo sul pentagramma per «guadagnare rapidamente qualcosa», la sua scelta è caduta sull’assai poco frequentato (al tempo) genere del quintetto d’archi, piuttosto che su quelli, decisamente più remunerativi (perché graditi ai dilettanti, dunque vendibili) della sonata e delle variazioni per pianoforte o per violino. Non solo: il livello di complessità tecnica e di profondità artistico-spirituale dei due Quintetti KV. 515 e 516 è completamente fuori – oggi come ieri – dalle capacità strumentali di musicisti non professionisti.
Per i musicologi è un’ulteriore conferma dell’incapacità di Mozart di adeguarsi alle richieste di quella che Boccherini chiamava la “speculazione mercantile”, un’incapacità che negli ultimi anni della sua vita produsse un tragico scollamento tra lui e il pubblico, che non riusciva a perdonargli – per dirla con il corrispondente viennese del “Cramers Magazin der Musik” di Amburgo – la sua «spiccata tendenza per il difficile e l’insolito». Pur essendo offerti in sottoscrizione (come facevano anche Haydn, Beethoven e Schubert) a 4 ducati, «corretti e ben scritti», per quasi due anni nel negozio dell’amico Michael Puchberg, i due Quintetti K. 515 e K. 516 non furono acquistati da nessuno. Ma, come dicevamo prima, per noi c’è qualcosa di più: la tempra, la caparbietà, la costanza di un uomo sofferente, nell’indigenza e nella cattiva salute, che riesce a produrre qualcosa non semplicemente “alla moda”, ma che ha lo spessore del capolavoro, e lascia nella polvere il giudizio del suo tempo per arrivare fino a noi. Un’altra dimostrazione che è possibile essere più forti del dolore.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) W.A. Mozart
String Quintets Kv. 515 & KV. 516
Melos Quartet; Franz Beyer, viola (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes e Google Play)

2) W.A. Mozart
The String Quintets
Amadeus Quartet; Cecil Aronowitz, viola (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes e Google Play)

3) W.A.Mozart
Adagio e Fuga K. 546
Quartetto Italiano (Amadeus, disponibile anche su iTunes e Google Play)

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Parole chiave:
Dolore - Forme musicali - Musica da camera - Serenità

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ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico

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