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24/07/2012

Gioia pura con un pugno di strumenti (J.S. Bach, dal Concerto Brandeburghese No. 4)




Johann Sebastian Bach
Concerto Brandeburghese No. 4 in sol maggiore BWV 1049 – Allegro
Freiburg Baroque Orchestra; Gottfried von der Goltz, violino; Isabel Crijnen, flauto a becco; Thera de Clerck, flauto a becco


L’impasto sonoro è irresistibile. Una pioggia di emozioni. Se riesce a conquistarvi, non vi abbandona più, e può “cantare” nella vostra testa per ore, con un senso di felicità interminabile. E tutto senza che ci un preciso punto focale di riferimento, come in un concerto per pianoforte. Sì, c’è un protagonista che è il violino, sorretto dagli altri strumenti in un florilegio barocco di rara empatia musicale. In realtà sono più coinvolgenti ancora i due flauti dritti, “a becco” (chiamati così per distinguerli da quelli “traversi”), che in questa versione dell’Orchestra da Camera di Friburgo sono affidati a due donne, magnifiche nell’intarsio, nel fraseggio filologicamente impeccabile (mentre il violino non di rado cade nella tentazione di qualche smanceria romantica). Il risultato è gioia pura. Una partitura trascinante, anzi, di più, aggregante, nel senso che induce a una partecipazione emotiva, cattura, attrae nel vortice della costruzione barocca, sino ad arrampicarsi, con noi che ascoltiamo, lassù dove tutte le architetture bachiane tendono: l’Assoluto.
Lo potete percepire bene da questa esecuzione del Concerto Brandeburghese No. 4 di Johann Sebastian Bach che abbiamo scelto per voi: il tema melodico iniziale – più volte ricorrente nel primo movimento, l’Allegro, che come tutta la composizione contrappone al “tutti” due flauti e un violino principale – si sviluppa con un andamento giocoso, quasi spensierato, quindi con emozioni altamente positive, benefiche, per chi si mette in ascolto e si affida, con fiducia e passione, a questa musica. E immancabilmente, al minuto 1:17 del video, avvertite (come in tutte le pagine di Bach, ma qui più chiaramente che altrove) che il ricamo strumentale inizia a salire, s’intensifica, punta senza esitazione verso l’Alto, e in modo inequivocabile, al minuto 1:29, sembra raggiungere la vetta della propria costruzione, come un alpinista che ha scalato una montagna di bellezza e all’ultimo accordo si riposa sulla cima. E alla fine dell’Allegro, medesima sensazione, più definitiva, stessa progressione verso il vertice dell’architettura, ma qui Bach fissa in partitura un “rallentando” maestoso che sembra suggerire: ora ci fermiamo, il senso di tutta la nostra salita è qui…
È stato scritto dal musicologo Davide Daolmi: «È quasi un dispiacere che i Brandeburghesi siano soltanto sei, tanto è lieve e godibile la full immersion di un ascolto integrale». Con questa serie di Concerti (avevamo già proposto il No. 5 in un’esecuzione diretta dal clavicembalista Gustav Leonhardt, nel frattempo scomparso a Amsterdam), Bach consegna davvero alla storia un capolavoro di rara genialità. Un’esibizione di maestria che arriva direttamente dalla Corte di Kothen, perché è a questo periodo assai creativo della vita musicale di Bach – durato dal 1717 al 1723 – che appartengono i Brandeburghesi, insieme con i Concerti per violino e le Ouverture (le Suite Orchestrali). Come se il compositore avesse voluto lasciare un biglietto da visita ai suoi committenti, per far vedere di che pasta era fatto. Ha osservato Piero Buscaroli: «Questi Sei Concerti rispondono all’intento, e alla richiesta, di offrire, come in una fiera delle virtù, la meno consueta esibizione di varietà strumentali ottenibili con un pugno di solisti esperti».
È vero. Osservate bene il video e vedrete che a ogni ascolto potrete godere d’una caleidoscopica varietà di combinazioni, scoprendo ogni volta sfumature del tutto nuove, seppure con un piccolo organico, da orchestra da camera. Si potrebbe dire: il massimo risultato armonico con il minimo sforzo strumentale. E questo è anche il motivo per cui, tra le tante interpretazioni fruibili su YouTube, abbiamo scelto questa con i flauti “a becco”: infatti, il pubblico di oggi, abituato negli auditorium ad ascoltare esecuzioni con i flauti moderni, cioè “traversi”, spesso non percepisce una parte considerevole della musicalità di questi Brandeburghesi, ovviamente pensati e scritti da Bach per i cosiddetti “recorder”, cioè i flauti “diritti”, detti anche “dolci”. Il suono delle normali orchestre e l’imponenza di alcuni spazi concertistici, nonostante le moderne tecnologie acustiche, dove viene eseguita la musica sinfonica, non permettono di apprezzare le sonorità flebili di questi strumenti settecenteschi (recuperati dagli ensemble filologici in originali o in copie di originali). Ed è invece in una dimensione puramente cameristica che va inquadrato, in particolare, il Quarto dei sei Concerti Brandeburghesi.
Come spiega infatti lo studioso Alberto Basso, «la qualifica “tecnica” adottata da Bach per designare queste opere è quella di concerts avec plusieurs instruments, in francese perché così il compositore tedesco era in regola con il protocollo di corte». Questi pezzi erano stati commissionati dal margravio Christian Ludwig von Brandeburg, che il Kantor aveva incontrato a Karlsbad. Bach accettò e nel 1721 videro la luce i Brandeburghesi, concepiti sul modello italiano di Corelli e Vivaldi. Una curiosità storica: con un bagno di umiltà, Bach pregò il margravio di lasciar correre sulle “imperfezioni” di queste opere, esortandolo a impiegare la sua competenza in occasioni più “degne”. L’episodio la dice lunga sulla considerazione che i musicisti avevano nel Settecento: sudditi, diremmo oggi “dipendenti”. Noi siamo abituati a pensare a Bach come uno dei geni dell’umanità. La verità è che alla corte di Koethen era considerato poco più di un lacchè.
Comunque sia, restano al nostro ascolto questi capolavori, pubblicati soltanto cent’anni dopo la morte di Bach, nel 1850. Con una gioiosa elaborazione tematica e contrappuntistica, grandiosi pur con mezzi strumentali semplici. Il Brandeburghese No. 5 è forse il più noto ed eseguito. Ma il Quarto è capace di allargare il cuore per la letizia che comunica a piene mani. Con un carattere quasi “pastorale”, che gli è conferito dai due flauti e dalla tonalità sol maggiore, solare e distesa. È uno di quei pezzi da avere sempre a portata di mano quando i pensieri si fanno bui e il cammino faticoso. Oltre che ad ascoltarlo, provate a “cantarlo”: ha una forza speciale, un cesello strumentale e sonoro che ha la capacità miracolosa di illuminarvi all’istante, dal primo stupefacente accordo di apertura.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Johann Sebastian Bach
Les Six Concerts Brandebourgeois
Les Concert Des Nations; La Capella Reial de Catalunja; Jordi Savall, direttore (Astrée)

2) Johann Sebastian Bach
Brandeburg Concertos N0. 4-6
Il Giardino Armonico (Teldec Classics, disponibile anche su iTunes)

3) Johann Sebastian Bach
Orchestral Suites No. 1-4
Amsterdam Baroque Orchestra; Ton Koopman (Erato Disques, disponibile anche su iTunes)

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Parole chiave:
Emozioni - Felicità - Musica - Strumenti musicali

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