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14/06/2016

Gioia e malinconia insieme, prima di salutare la vita (Franz Schubert, Sonata Op. 23 D. 960, Allegro ma non troppo)




Franz Schubert
Sonata per pianoforte Op. 23 D. 960
Allegro ma non troppo
Alfred Brendel, pianoforte


Due mesi prima della morte, a neppure 32 anni di età, che musica può scrivere un compositore? Piegato da una grave malattia capace di debilitare fisico e volontà, indebolito dalla febbre, tra razioni di chinino, attimi di delirio, sprazzi di lucidità, lunghe ore a letto, altrettante seduto al pianoforte, che cosa si porta dentro da lasciare sul pentagramma? Che cosa vuole dirci? Che messaggio lascia a chi è nella sofferenza? Mettetevi comodi in poltrona, una buona cuffia, o il volume dello stereo un po’ deciso, da auditorium, e ascoltate come si può amare la vita senza che il buio del dolore abbia la meglio sulla felicità e sulla letizia. Ascoltate come dopo due note iniziali, e due brevi passaggi di raccordo, Franz Schubert ci abbia lasciato, nel quarto movimento della sua ultima Sonata per pianoforte D. 960, una frase di inimitabile freschezza melodica, che diventa il cuore e il baricentro di tutta la pagina, che compare, scompare e ritorna, costruita su una gioiosa cantabilità, quasi con un senso di memoria, di filastrocca sonora, dove pur tra qualche ricorso ai registri gravi della malinconia e dell’angoscia, il musicista quasi sembra tornare alla sua fanciullezza, aggrapparsi alle radici, agli attimi più felici dell’esistenza, prima di salutare questo mondo.
Il pianismo di Alfred Brendel, massimo interprete della gaiezza e delle complessità schubertiane, ci accompagna in questa riflessione in musica, tra oscillazioni dinamiche e agogiche che vanno dal più raffinato lirismo alla potente presenza di suono che richiede il mondo interiore di Schubert, fatto di abbandoni improvvisi, di unguenti melodici, ma anche di fisicità sonora, di passione nei contrasti tra “piano” e “forte”, di entusiasmo, di forza vitale, quella che consente di resistere alle avversità, nonostante tutto. Si esce frastornati, ma positivamente, dall’ascolto di questa composizione di Schubert, a partire dal primo movimento, il Molto moderato, «una di quelle straordinarie pagine schubertiane in cui si perde completamente la nozione dello scorrere del tempo per entrare in una dimensione al di là e al di sopra del concreto e del tangibile», ha scritto il musicologo e docente Carlo Cavalletti nel programma di sala di un concerto a Santa Cecilia. Ma questa riflessione vale anche per il quarto movimento, Allegro ma non troppo, che vi presentiamo da solo perché si tratta di una Sonata di vaste dimensioni (su YouTube la trovate comunque interamente eseguita da Brendel, all’inizio della carriera e in età matura).
Dicevamo, dunque, si esce frastornati, nel senso di ricolmi di tensioni positive, di adrenalina sonora, di spontaneità e spensieratezze infantili, ma al tempo stesso scossi da un torpore esistenziale dal quale il musicista, nella malattia, scuote se stesso, praticamente sul letto di morte, estrema testimonianza di fiducia e attaccamento alla vita. Nel 1828 le condizioni di salute di Schubert precipitano. Entra in delirio alla fine dell’anno, a novembre: non riconosce più la sua camera. Dice al fratello: «Ti prego, riportami nella mia stanza, non lasciarmi in quest’angolo sotto terra. Non ho diritto io a un posto con voi?». E a Ferdinand che lo accarezza, rassicurandolo che è proprio nel suo letto, nella sua stanza, il compositore risponde: «No, non è vero, Ludwig non è qui». L’amico, e per lui inarrivabile modello, Beethoven era morto appena da un anno e mezzo. Nonostante Schubert sia nato 30 anni prima, gli sopravvive di pochissimo. Stanno per entrare sulla scena musicale Chopin, Mendelssohn, Schumann, Brahms. Ma Schubert, nonostante si avvertano nella sua musica già le intuizioni del Romanticismo, si sente più legato al genio di Beethoven, a Mozart, al Classicismo. Non per nulla contrae la febbre che lo porta via in un viaggio da Vienna ad Eisenstadt, durante una visita alla tomba di Franz Joseph Haydn.
Eppure è proprio nei due mesi che precedono la morte, a partire dal settembre 1828, che Schubert scrive i suoi gioielli pianistici, le ultime tre Sonate – D. 958, D. 959 e D. 960 – in un periodo breve e concentrato di fecondità creativa che si può paragonare a quello, una sola estate, in cui Mozart scrive le ultime tre Sinfonie, le più belle. «Le tre ultime Sonate schubertiane sono tre capolavori che vanno a braccetto, come le 109, 110 e 111 in Beethoven», spiega sul mensile “Suonare” il pianista e didatta bresciano Sergio Marengoni, allievo di un allievo di Arturo Benedetti Michelangeli. «Sino a pochi anni fa non avrei mai pensato di aggiungere al mio repertorio nemmeno uno di questi gioielli. Ci vogliono almeno cinquant’anni di studio per affrontarli».
E proprio l’ultima Sonata di Franz Schubert che vi proponiamo, la D. 960, è considerata da Piero Rattalino «un culmine di perfezione estetica assoluto e splendente», che ha consentito a questa composizione di diventare una sorta di cavallo di Troia per le altre Sonate schubertiane, snobbate da un certo mondo concertistico: l’hanno infatti eseguita, oltre agli gli specialisti di Schubert, anche pianisti come Backhaus, Horowitz, Rubinstein, rispettivamente più legati a Beethoven, Mozart e Chopin. Tra gli specialisti c’è senza dubbio Alfred Brendel, che a proposito di Franz Schubert, “compositore della malattia e della morte che va approssimandosi”, così risponde in un saggio-intervista pubblicato da Adelphi: «Non credo che Schubert avesse l’idea fissa della morte e tuttavia ha di continuo affrontato questo tema. Lo dimostrano tanti suoi Lieder... Nella sua musica io percepisco la morte e la vita forti in egual misura. A volte c’è una lucida chiaroveggenza della morte: penso al Lied “Der Tod und das Madchen”, oppure al primo movimento della Sonata in si bemolle maggiore (cioè la D. 960 oggetto di questa proposta di ascolto, n.d.r.), dove l’autore è chiaramente preda di eccessi febbrili… Tuttavia in lui ci sono anche capolavori totalmente rivolti alla vita. Per esempio il Quintetto “La Trota”, che è un caso particolare in tutta la musica: una composizione in cinque movimenti interamente in totalità maggiore, una felicità mai messa in discussione».
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Franz Schubert
The last three Sonatas: D. 958, D. 959, D. 960
Alfred Brendel, pianoforte (Philips Classics, disponibile anche su Apple Music e Google Play)

2) Franz Schubert
Piano Works 1822-1828
Alfred Brendel, pianoforte (Decca, disponibile anche su Apple Music e Google Play)

3) Franz Schubert
Piano Quintet “The Trout”
Alfred Brendel, pianoforte; Cleveland Quartet (Philips Classics, disponibile anche su Apple Music e Google Play)

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Parole chiave:
Felicità - Fiducia - Malattia - Malinconia - Musica da camera - Senso della vita - Vita e morte

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