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05/10/2010

Forza e vitalità, nessuno come Ludwig (Ludwig Van Beethoven, Allegro, dal Concerto per pianoforte, violino e violoncello n. 56 "Triplo Concerto")




Ludwig Van Beethoven
Allegro, dal Concerto per pianoforte, violino e violoncello n. 56 “Triplo Concerto”
Daniel Barenboim, pianoforte
Itzhak Perlman, violino
Yo Yo Ma, violoncello
Berliner Philharmoniker
Daniel Barenboim, direttore d’orchestra

Questo video s’interrompe al minuto 9,34: non è infatti disponibile su YouTube alcuna registrazione completa dell’Allegro, che dura in tutto 17-18 minuti a seconda delle scelte interpretative. Crediamo comunque che il trio di musicisti di questa esecuzione possa meritare attenzione e ascolto per conoscere l’opera. Alla conclusione del video potrete assistere alla seconda parte del movimento cliccando sul link sotto riportato.


Pare che questo concerto non sia da considerarsi un capolavoro. Almeno, così sostengono alcuni musicologi. Ha fatto fatica ad affermarsi sulla scena musicale del suo tempo ed è scritto immaginando un organico non comune: pianoforte, violino e violoncello. Più che un concerto per tre solisti, spiegano, è una composizione nello stile della “sinfonia concertante” (popolare sin dall’epoca dei figli di Bach e nobilitata da Mozart), senza la forza titanica e la cifra rivoluzionaria delle sinfonie e delle sonate, che rappresentano il tratto solenne di Ludwig Van Beethoven.
Può darsi. Chi scrive queste note, tuttavia, ha sempre considerato il Concerto op. 56, comunemente conosciuto come “Triplo Concerto”, uno dei più potenti sigilli del genio di Bonn. È una musica che, per qualche inspiegabile motivo (se non la grandezza del suo creatore), non dà assuefazione, non genera noia e indifferenza. E quando – dopo la prima esposizione solistica di violoncello, violino e pianoforte – appena annunciato dai corni si libera il tema centrale affidato all’orchestra, decisamente maestoso, è difficile non riconoscere l’impronta netta di Beethoven, che si allunga già negli oscuri e misteriosi meandri degli accordi di contrabbasso iniziali, seguiti da un crescendo solenne e prodigioso.
Pochi come Beethoven fanno esplodere qualcosa dentro, come nelle tumultuose progressioni della Sinfonia Eroica o nella grammatica rivoluzionaria dei Quartetti e della forma sonata pianistica. E in questo senso sanno dare una carica speciale, una sferzata quasi antalgica, e far semplicemente dimenticare, per lo spazio di un concerto, le preoccupazioni, la fatica, l’angoscia, il dolore. Perché è una musica che nel volgere di poche battute diventa possente, epica, vulcanica, vigorosa. Ascoltando certe esplosioni, certe aperture dinamiche di Beethoven, più che esclamare “Ah, ho capito”, viene spontaneo dire semplicemente “Ah!”. Come un risveglio, un’illuminazione.
Il TripleKonzert fu composto negli anni 1803 e 1804, storicamente appena prima di due capolavori canonici: il quarto Concerto per pianoforte e il Concerto per violino. Il 1803 rappresenta un anno proficuo per Beethoven: si dedica alla revisione dell’Eroica e compone le Sonate per pianoforte op. 53 e op. 54, oltre ad abbozzare larghe parti dell’op. 57, l’Appassionata. Beethoven scrisse il Triplo Concerto per il giovane Arciduca Rodolfo d’Austria, pianista, suo allievo. Qui i musicologi, nel loro indispensabile (e meno giudicante) ruolo storiografico, hanno scoperto che le possibilità tecniche del povero Arciduca erano piuttosto limitate: la parte pianistica del Concerto Triplo è più semplice rispetto alla tessitura esibita nei cinque Concerti per pianoforte. E richiede assai meno impegno virtuosistico rispetto alle altre parti solistiche, il violino e il violoncello, scritte da Beethoven per due musicisti con i fiocchi al servizio proprio dell’Arciduca, e per la verità concentrate soprattutto sul violoncello.
Avranno forse ragione gli studiosi, non è un capolavoro. Non sembra però che i tre solisti qui impegnati siano granché d’accordo con gli accademici: musicologi e musicisti non sempre si “prendono”. Ma sono i secondi che alla fine trasformano le note del pentagramma nelle emozioni trasmesse del compositore. Soprattutto Yo Yo Ma ci sembra straordinariamente rapito proprio dalla sua parte solistica, anche piuttosto impegnativa dal punto di vista esecutivo. E forse c’è da fidarsi più dell’accento liberatorio del violoncellista americano – che al termine della propria “esposizione” accompagna, con un gesto perentorio dell’arco, la potenza nascosta nell’idea melodica centrale – che di tutte le analisi musicologiche dei puristi. Le note musicali vanno “incarnate” nello strumento. Lì, sulle corde, sui tasti e sul pentagramma i musicisti incontrano davvero il compositore. E cosa c’e di più terapeutico di ascoltare come Baremboim, Perlman e Yo-Yo Ma, accompagnati dai Berliner, abitano il mondo di Beethoven e la sua anima, ne schiudono a poco a poco le intuizioni musicali? Un “pianissimo” iniziale poi ripreso da tutta l’orchestra in un graduale crescendo, una serie di impetuose scale ascendenti, l’alternanza dei “fortissimo” orchestrali con i temi struggenti affidati ai violoncelli. Senza un attimo di pausa dall’inizio alla fine, senza cali di dinamismo musicale.
Altro che mancanza di tensioni drammatiche! La pagina che vi proniamo questa settimana (il primo movimento) è beethoveniana al cento per cento. Il secondo movimento, “Largo”, è un gioiello di dolcezza e lirismo, nella quale le straordinarie capacità cantabili del violoncello emergono in tutta la loro potenza, e dove il discorso si spezza bruscamente per lasciare il passo alla terza e conclusiva parte, “Rondò alla Polacca”, ricca di slancio ed energia, subito sostenuta da una deliziosa invenzione melodica del violoncello, ripresa dal violino e poi elaborata in orchestra con una certa continuità, spesso con variazioni e abbellimenti.
Dunque, gli immortali quattro colpi del destino che aprono la celebre Sinfonia n. 5, la quale condivide con il Triplo Concerto la tonalità in do maggiore, non sono l’unica lente d’ingrandimento, di tipo orchestral-sinfonico, per scoprire l’universo beethoveniano. La delicata relazione che lega i tre strumenti di questo concerto con la magnifica invenzione musicale pensata per l’intera orchestra, fanno del Triplo Concerto un segno di Beethoven di cui fidarsi: per la facilità alla quale ci si “affeziona” a questa composizione e per la sua forza, anche lenitiva.

Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Ludwig Van Beethoven
TripelKonzert – Ouverturen: Egmont-Coriolano-Fidelio
Anne-Sophie Mutter, Mark Zeltser, Yo Yo Ma, Berliner Philharmoniker – Direttore: Herbert von Karajan (Deutsche Grammophon)

2) Ludwig Van Beethoven
TripelKonzert
Daniel Baremboim, Itzhak Perlman, Yo Yo Ma, Berliner Philharmoniker – Direttore: Daniel Baremboim (Emi Records, disponibile anche su iTunes)

3) Ludwig Van Beethoven
The 5 piano concertos
Alfred Brendel, Wiener Philharmoniker – Direttore: Sir Simon Rattle (Universal Music, disponibile anche su iTunes)

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Parole chiave:
Ascolto - Forme musicali - Musica - Serenità - Strumenti musicali

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