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25/08/2015

Energia e nervi d'acciaio tra nostalgie e melodie russe (Sergei Prokofiev, Concerto per pianoforte No. 3)




Sergei Prokofiev
Concerto per pianoforte No. 3 Op. 26
Andante, Allegro – Tema con variazioni – Allegro ma non troppo
Yuja Wang, pianoforte; Lucerne Festival Orchestra; Claudio Abbado, direttore


E’ meraviglioso vederli insieme in questa edizione del 2009 del Festival di Lucerna: un Claudio Abbado già gravemente provato dal tumore, con segni evidenti sul viso scavato dalla malattia, e al suo fianco l’allora ventiduenne pianista cinese Yuja Wang, vestita di un rosso fiammante, un po’ fuori dai canoni del concertismo classico, ma sorridente e carica di quella tensione che da lì a poco esprimerà nel vigore pianistico dopo l’attacco (quasi brahmsiano) affidato al clarinetto. Insieme per questo Sergei Prokofiev, terzo Concerto per pianoforte e orchestra, la cui palpabile energia ritmica è stata immaginata e messa sul pentagramma sia per conquistare gli ascoltatori del suo tempo sia per dare un nuovo impulso al linguaggio musicale. Non lascia indifferenti, questa pagina, nelle cui vene scorrono fraseggi di morbidezza melodica, seppur percorsi a tratti da tensioni armoniche e cromatiche.
Il clarinetto iniziale è commovente, come lo è l’entrata orchestrale al minuto 1:26, prima carezzevole e poi, al minuto 1:40, tumultuosa, quasi “rivoluzionaria”. Così come è magica la vena creativa di Prokofiev al minuto 1:46, quando dopo un deciso intervento dei flauti entra il pianoforte della giovane Wang, dell’emergente scuola cinese, tutta fatta di nervi d’acciaio e ricerca spasmodica della musicalità europea. E dal minuto 5:03 in poi, in una sorta di zenit orchestrale, avrete la percezione di quanto irruente e insieme delicato, timbricamente innovativo e insieme malinconico possa essere il pianismo di questo russo nato con lo Zar e fuggito dalla rivoluzione bolscevica. Senza dubbio il migliore dei suoi cinque Concerti per pianoforte, il più brillante, il più denso di emozioni, di capovolgimenti di fronte, il più ricco di sfumature melodiche e di stilemi tratti dalla cultura popolare russa che tanto piacciono al pubblico e hanno infiammato il virtuosismo dei grandi pianisti, a partire da quelli sovietici.
Il terzo Concerto ha un’origine avventurosa, che va raccontata perché ne spiega la tempra, il DNA musicale, la cifra artistica ricca di linfa rigenerante, di pulsazioni dinamiche, di energia e di passione: elementi che in quest’opera mettono a dura prova l’esecutore (insieme con l’orchestra, molto sollecitata dal punto di vista coloristico e ritmico) e comunicano a noi ascoltatori quella forza vitale che è il “marchio di fabbrica” di questo lavoro, e che in determinati momenti della nostra vita ci può dare la spinta che serve. Questo Concerto No. 3 – insieme con altri capolavori come la Sinfonia No. 1 “Classica” – fu ultimato fuori dalla Russia, che in seguito alla guerra civile e alla rivoluzione si avviava a diventare Unione Sovietica. La stesura del Concerto aveva occupato Prokofiev nei mesi estivi del 1917, in Francia, nel villaggio bretone di Saint-Brévin-les-Pins. Tornato in Russia nell’aprile 1918, Prokofiev, dopo aver diretto in modo trionfale a San Pietroburgo (la futura Leningrado) la “prima” della sua Sinfonia Classica, parte con destinazione gli Stati Uniti dopo un visto del Commissario alla Cultura del nuovo Governo Lenin. Racconta il compositore: «Me lo presentarono e dissi: “Ho lavorato molto e adesso vorrei respirare un po’ d’aria fresca”. “Perché ritenete che adesso con i Soviet non ci sia aria fresca a sufficienza?” “Sì, ma avrei fisicamente bisogno dell’aria fresca dei mari e degli oceani”». Per fortuna gli concessero il visto per l’America. Prokofiev arrivò a New York in settembre preceduto da una lunga sosta in Giappone, dopo un viaggio attraverso la Siberia. In tasca aveva meno dei 50 dollari richiesti dall’ufficio immigrazione per entrare nel Paese e riuscì a lasciare il punto di schedatura di Angel Island solo grazie a una colletta della comunità russa di Chicago.
Per farsi conoscere Prokofiev mette in mostra le sue qualità virtuosistiche (come farà anche un altro grande russo del concertismo pianistico, Sergei Rachmaninov), ma la sua musica stenta a far breccia nel pubblico d’oltreoceano: gli States sembrano più interessati all’esecutore, alle sue interpretazioni del repertorio classico e romantico, piuttosto che alle sue composizioni. Ed è così che gli strilloni dei giornali locali, agli angoli delle strade di Chicago e New York, di Prokofiev esaltano soprattutto le “dita d’acciaio”, le “mani d’acciaio”, tanto che il musicista confidò il timore che il pubblico lo scambiasse più per un pugile che per un artista. E anche questo suo Terzo Concerto all’inizio riceve in terra d’America un’accoglienza non proprio calorosa. Scrive il compositore nella sua autobiografia: «A Chicago non capirono granché, ma lo sostennero; a New York non capirono e non sostennero. L’inizio brillante della stagione americana mi aveva portato come risultato zero… In tasca mi erano rimasti mille dollari...». Solo quando qualche anno dopo il Concerto No. 3 arriverà in Europa, a Parigi e a Londra, avrà il riconoscimento che merita, tale da riscuotere, ancora oggi, l’emozione del pubblico e diventare esso stesso un lavoro di repertorio, come quelli che suonava in America da “semplice” virtuoso: Mozart, Beethoven, Schubert, Brahms.
Ma quelle “dita e mani d’acciaio”, quella forza propulsiva e la tensione energica che se ne ricava, insieme con scorci melodici e suggestioni timbriche di raffinata bellezza, rendono affascinante questo concerto di Prokofiev, che mostra tratti evidenti di modernismo musicale, di influssi delle avanguardie del primo Novecento (Igor Stravinsky è suo contemporaneo, Debussy muore nel marzo 1818, proprio mentre il compositore russo s’affaccia sul palcoscenico americano), senza tuttavia rompere con i linguaggi della tradizione. Per esempio, nel primo movimento – un Andante in alternanza con un Allegro – la contemporanea presenza di tradizione e modernità è evidente: tema delicato, subito sottolineato nel carattere dal timbro malinconico del clarinetto, di evidente reminiscenza russa, che prepara, sostenuto da elaborazioni sempre più incalzanti del pianoforte, l’Allegro nella tradizionale forma-sonata. Il pianoforte s’impossessa del tema principale, il suono dell’orchestra lascia spazio al solista, con un chiaro contrasto (che è tra gli aspetti più convincenti del Concerto) tra le sfumature melodiche di carattere nazionalistico russo e le provocazioni armoniche, dinamiche, ritmiche e timbriche che la sensibilità compositiva di Prokofiev non poteva non cogliere nell’inizio di secolo che stava vivendo.
Di felice espressività è anche il secondo movimento, un Tema con variazioni che è una delle pagine più ispirate di Prokofiev. La musica qui è come sospesa: un incanto ristoratore dell’anima, che segue ai sommovimenti della materia nel primo movimento, e sembra una pausa di serenità, di recupero delle forze, in attesa del terzo e ultimo movimento, Allegro ma non troppo, una sorta di “eruzione” come l’ha definita il musicologo Sergio Sablich sul blog che raccoglie i suoi studi: un movimento «introdotto da un tema di fremente vitalità prima esposto oscuramente da fagotto, violoncelli e contrabbassi e poi ripreso con slancio perentorio dal pianoforte, che lo trasformerà in un tripudio di invenzioni e di colori. Ma prima che il solista si erga nettamente a protagonista assoluto del pirotecnico finale, con gesto riconoscibile Prokofiev, quasi a voler richiamare lo spunto iniziale, introduce un tema di marcia lenta (preannunciato solennemente dai fiati) dal profilo inequivocabilmente russo: ricordo intriso di immensa nostalgia per la patria lontana, ma non perduta nell’anima».
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Sergei Prokofiev
The 5 Piano Concertos
Vladimir Askenazy, pianoforte; London Symphony Orchestra; André Previn, direttore (Decca, disponibile anche su Apple Music e Google Play)

2) Sergei Prokofiev
Piano Concerto No. 4
Martha Argerich, pianoforte; Berliner Philharmoniker; Claudio Abbado, direttore (Deutsche Grammophon, disponibile anche su Apple Music e Google Play)

3) Sergei Rachmaninov
Piano Concerto No. 3
Vladimir Horowitz, pianoforte; New York Philharmonic; Eugene Ormandy, direttore (RCA Victor, disponibile anche su Apple Music e Google Play)

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Parole chiave:
Malinconia - Musica - Nostalgia - Patria

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