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24/07/2018

Ecco come la musica piega la malattia (Franz Schubert, Trio per pianoforte, violino e violoncello D. 898 Op. 99)




Franz Schubert
Trio per pianoforte, violino e violoncello D. 898 Op. 99
Janine Jansen, violino; Torleif Thedéen, violoncello; Itamar Golan, pianoforte


Allargate a tutto schermo il video di questa settimana e godetevi lo spettacolo della violinista Janine Jansen, olandese, 40 anni. La mimica, le espressioni del volto, la potenza nervosa, mai inutile, dei suoi muscoli. La tensione sulle braccia, lo stupore negli occhi davanti alla partitura, a tratti la gioia di partecipare all’interpretazione di un capolavoro. In alcuni istanti la malinconia, in altri la tensione emotiva, in altri ancora il vigore esecutivo, l’ombra dell’ironia in un guizzo della melodia, intesa come felicità e serenità. La passione, la forza che sgorgano dall’arte. Basta metà dell’energia, della vitalità che fluisce da questa musica, che si moltiplica e si espande a ogni ascolto, e non c’è nulla di cui dobbiate temere. Nulla che possa mettervi in ginocchio. L’ha scritta Franz Schubert nel suo penultimo anno di vita.
La scorsa puntata abbiamo ascoltato l’arte di Beethoven, la celebre “Quinta”. Il 7 maggio 1824 il Titano appare in pubblico per l’ultima volta a Vienna: Nona Sinfonia, Inno alla gioia. Applausi fragorosi. Il compositore è seduto accanto al direttore d’orchestra, spalle alla sala, sfoglia la partitura, ormai così sordo da non sentire nulla della potenza che lui stesso ha riversato sul pentagramma. Lo chiamano, gli chiedono di voltarsi per osservare una scena impressionante, che per lui è un film muto: la gente, entusiasta, batte le mani, standing ovation. Neppure tre anni dopo, marzo 1827, perde la battaglia contro gotta, reumatismi e cirrosi epatica. Il funerale è tra i più colossali che abbia mai visto la capitale austriaca. Tra la gente, in disparte, una figura anonima, quasi sconosciuta: è Franz Schubert, che raggiunge Beethoven appena un anno e mezzo dopo, e chiede di essergli sepolto accanto. Se fate un viaggio li trovate, a una decina di metri l’uno all’altro, allo Zentralfriedhof, il cimitero di Vienna.
Gli ultimissimi anni di vita erano stati per Schubert quelli della passione per la musica da camera. Amareggiato per la mancanza di successo, per tante sue partiture neppure pubblicate, anche un po’ infastidito dall’ombra di Beethoven, dal suoi trionfi, dal largo consenso dei contemporanei. Eppure è proprio in questo periodo di rammarico, di invidia mista ad adorazione, di solitudine, di malattia, di dolori invalidanti, che Schubert tocca l’apogeo musicale. Scrive due Trii per violino, violoncello e pianoforte, entrambi nel 1827: l’Op. 100, che abbiamo già ascoltato, e l’Op. 99, che ha un numero precedente ma è stata scritta dopo. C’è dietro la tensione emulativa, la rincorsa, la voglia di competere e insieme la resa al genio del suo ispiratore: Beethoven aveva riequilibrato in modo paritario il ruolo dei tre strumenti, trasformando il Trio da genere un po’ frivolo, di consumo per i dilettanti, a veicolo di profonde riflessioni sulla materia musicale, sul destino dell’uomo, come si ascolta, per esempio, nel celeberrimo Trio No. 7 detto “dell’Arciduca”. Si può immaginare, dunque, perché anche Schubert abbia voluto misurarsi su questo particolare impasto sonoro, timbrico e strumentale che nasce da pianoforte, violino e violoncello.
Entrambi composti a breve distanza, l’op. 99 risale precisamente al 1826, a due anni dalla morte del musicista (13 novembre 1828), un arco di tempo segnato da spossatezza, tristezza, solitudine, malattie (tra cui la sifilide). Ma è stato la sua forza, e oggi diventa la nostra: mettere la disperazione sul pentagramma, in modo che noi oggi, attraverso gli interpreti, possiamo decodificarla, e toccare con mano, ascoltando, come la musica abbia spazzato via dolore e infelicità, sofferenza e depressione. E infatti i due Trii nascono tra una serie di capolavori, molti dei quali abbiamo già qui proposto, scritti dopo l’Ottetto e il Quartetto d’archi “La morte e la fanciulla”, ma prima del Quintetto per archi a 2 violoncelli. Musica da camera che fa di Schubert (lui non l’ha mai saputo) un grande tra i più grandi.
Terminato in estate, come in questi giorni, 191 anni fa, il Trio in si bemolle op. 99 fu ascoltato dall’autore solo in un’esecuzione privata – quelle “Hausemusik” che i compositori usavano come promozione delle loro creazioni cameristiche – nel gennaio 1828, nell’interpretazione di tre musicisti allora celebri: il violinista Ignaz Schuppanzigh, il violoncellista Joseph Linke (entrambi amici e collaboratori di Beethoven, nonché interpreti degli ultimi quartetti), e il pianista Carl Maria Bocklet (nel nostro video agli 88 tasti c’è l’israeliano Itamar Golan).
Per noi oggi è come toccare il paradiso cameristico, soprattutto per i primi due movimenti – Allegro moderato e Andante un poco mosso – che riescono a far vibrare le corde più nascoste dell’animo umano. Ma come molti dei capolavori strumentali di Schubert, questo Trio per violino, violoncello e pianoforte Op. 99 cade quasi immediatamente nell’oblio, pubblicato postumo solo nel 1836, meno fortunato, dunque, del “gemello”, l’Op. 100 che abbiamo già ascoltato, successivo di pochi mesi, che però stranamente ebbe immediata audience e spazi di esecuzione a Vienna e, circostanza incredibile per Schubert, con l’autore ancora vivo.
Non è facile oggi capire questa disparità di trattamento fra i due Trii, soprattutto ascoltando, e riascoltando, i movimenti iniziali dell’Op. 99, che nonostante la cattiva salute di Schubert, gli sbalzi d’umore e gli immaginabili momenti di tristezza, malinconia e avvilimento per le condizioni mediche, sono raggianti, positivi, persino solari. Melodie meravigliose in tutti e quattro i movimenti, affascinanti, liriche, ottimiste, avventurose nel senso che la mente vaga per spazi aperti e luminosi. Con temi che sorprendono sempre per l’invenzione e la capacità di lasciare una carezza.
Tutte le nostre impressioni però svaniscono, per consistenza e nobiltà, davanti a quelle di chi aveva gli strumenti per capire in profondità, per essere colto da un sussulto alla semplice lettura della partitura. Appena dato alle stampe il Trio op. 99 a opera dell’editore Diabelli, anche mediocre compositore – un suo valzer fu utilizzato da Beethoven come tema delle 33 Variazioni per pianoforte, note proprio come Variazioni Diabelli – Robert Schumann scrisse una recensione sulla rivista “Neue Zeitschrift für Musik”, con parole diventate celebri per i musicologi, e che per noi sono un manifesto di cosa la grande musica, quella profonda, che sopravvive ai secoli, può lasciare nel pubblico di queste “Strategie per stare meglio”: «Uno sguardo al Trio in si bemolle maggiore, op. 99 di Schubert, e tutte le angosce della nostra condizione umana scompaiono, tutto il mondo è di nuovo pieno di freschezza e di luce…».
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Franz Schubert: Piano Trio No. 1 Op. 99
Ludwig Van Beethoven: Piano Trio No. 7 “Arciduca”
Beaux Arts Trio (Philips, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

2) Franz Schubert
The Piano Trios Op. 99 e Op. 100
Beaux Arts Trio (Philips, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

3) Schubert/Debussy/Milhaud
Quartetto Italiano (Urania Produzioni, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

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Parole chiave:
Forme musicali - Malattia - Musica da camera - Resilienza

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ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico

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