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Dinu Lipatti, la poesia che resiste a ogni dolore (Fryderyk Chopin, Valzer Op 64. No 2)

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19/01/2021

Proposte di ascolto di Pino Pignatta

Fryderyk Chopin
Valzer Op 64. No 2
Valentina Lisitsa, pianoforte
Suona Valentina Lisitsa, e la ascoltiamo sempre volentieri. Ma questo spazio è tutto per ricordare, o per conoscere, Dinu Lipatti. La musicista ucraina, 47 anni, esegue qui da par suo uno dei valzer più celebri di Chopin, l’Op. 64 No. 2, e così ci accompagna, idealmente, in quello che è stato il repertorio più celebrato, e intimamente d’elezione, del pianista rumeno, uno dei più grandi nella storia dell’interpretazione pianistica. Ma forse l’aggettivo “pianistica” è riduttivo: uno dei musicisti più intensi del Novecento.
Di Lipatti resta imperdibile, al di là dei Valzer di Chopin che negli anni Quaranta incendiarono gli auditorium di tutto il mondo, l’intera produzione discografica, e in particolar modo l’ultimo recital, il 16 settembre 1950: disco storico, leggendario, disponibile oggi su CD Naxos, con tanto Chopin, tanti Valzer appunto, con una Partita No. 1 bachiana che ha fatto tremare i polsi anche a Glenn Gould, e soprattutto con la Sonata mozartiana KV. 310: dove il secondo movimento, “Andante cantabile con espressione”, è il più sbalorditivo che la storia dell’esecuzione pianistica ci abbia lasciato, perché queste tre indicazioni agogiche così precise – un andante che deve essere cantabile, ma non basta, deve anche essere con espressione – prese tutte e tre insieme sono un cimento interpretativo di grande difficoltà. E nessuno come Lipatti sembra avere trovato la chiave per entrare in questa particolarissima indicazione mozartiana.
Nato a Bucarest il 1 aprile 1917, Lipatti è morto giovanissimo, a 33 anni, il 2 dicembre 1950, malato del linfoma di Hodgkin: un tumore del sistema linfatico relativamente raro e all’epoca non ancora curabile, mentre oggi la possibilità di guarigione è elevata, specie in giovane età. Un musicista attorniato da una sorta di aura di mito, certo per la prematura scomparsa dovuta alla malattia, ma soprattutto perché in poco più di quindici anni di concertismo ha saputo infondere nella musica, attraverso il pianoforte, una sacralità, un rigore, un candore che pochi interpreti raggiungono.
Secondo l’etichetta Warner Classics-Erato, che pubblica alcune delle sue più celebri interpretazioni, «Lipatti si adoperò per tutta la sua dolorosamente breve vita per un’identificazione sempre più stretta con i compositori scelti». E certamente proprio i Valzer di Chopin, che tanto erano presenti nel suo repertorio, sono l’esempio di una miracolosa empatia con la poesia del compositore polacco. Alfred Cortot pensava che il suo modo di suonare fosse «perfetto», mentre Nadia Boulanger, guida musicale di Lipatti, era ossessionata, come tanti altri, da «quel viso sereno con i suoi occhi di velluto scuro» e dalla chiarezza musicale e dalla forza che emanava dal suo essere. Il compositore francese Francis Poulenc ha parlato di «un artista di spiritualità divina», e l’amica intima e connazionale di Lipatti, la pianista Clara Haskil (un’altra grande del pianoforte nel Novecento, memorabile interprete delle Sonate mozartiane con il violinista Arthur Grumiaux), gli ha scritto con meraviglia e ammirazione: «Come invidio il tuo talento! Perché devi avere così tanto talento e io così poco? Questa è giustizia sulla Terra?».
Qualche dato biografico per capire un artista. I primi studi seri di Lipatti sono al Conservatorio di Bucarest, dove la sua disciplina e la ricerca della perfezione erano già evidenti. Nel 1934 Alfred Cortot si dimette dalla giuria del Concorso Pianistico Internazionale di Vienna quando Lipatti ottiene solo il secondo premio. Successivamente, il pianista rumeno si trasferisce a Parigi per studiare non solo con Cortot, ma anche con Paul Dukas e Nadia Boulanger. La seconda guerra mondiale obbliga Lipatti a tornare a Bucarest. Durante il conflitto gli vengono diagnosticati i primi segni di leucemia: mantiene la cattedra al Conservatorio di Ginevra, ma riduce il numero dei recital in Europa, annulla le tournée in Australia e in America. Nel 1946 firma un contratto in esclusiva con la Columbia e, temporaneamente rianimato dal cortisone, riesce a incidere nella sua casa di Ginevra.
Il suo era un repertorio robusto, che in parte si ritrova nei dischi, ma il più è stato eseguito da vivo: 23 opere per pianoforte e orchestra, tra le quali un punto di riferimento è la lettura del Concerto per pianoforte Op. 54 di Schumann; e poi musiche di Albéniz, Bach, Beethoven, Chopin, Fauré, Liszt, Mozart, Ravel, Scarlatti, Schubert, oltre alla cameristica che ha suonato con il violinista George Enescu e con il violoncellista Antonio Janigro.
Secondo i musicologi, «poche esibizioni della Prima Partita bachiana sono più radiose ed essenziali di quella di Lipatti»: possiamo certo affiancarle la lettura del canadese Glenn Gould. «E il suo Chopin è una risposta veramente aristocratica a una musica in cui l’emozione può suggerirsi solo attraverso un velo di elaborata civiltà. Lo stile di Lipatti con i Valzer ha giustamente acquisito uno status leggendario»: proprio da qui è nata l’idea di ricordarlo, o di farlo conoscere (non avendo Lipatti in video), attraverso la grazia squisita di Valentina Lisitsa.
Per il violinista Yehudi Menuhin, Lipatti era una «manifestazione di un regno spirituale, resistente a ogni dolore». Quest’ultima testimonianza è senza dubbio la più forte per noi, per la capacità che ancora una volta sfodera l’arte di aiutarci a “resistere alla sofferenza”: dal suo ultimo recital, il 16 settembre 1950, alla morte, il 2 dicembre, passano appena due mesi e mezzo. Il linfoma aveva già praticamente minato le ultime resistenze di Dinu Lipatti, ma è proprio in quel concerto che ascoltiamo Bach, Mozart e Chopin come se la terribile malattia di Hodgkin non esistesse (la registrazione completa è disponibile su YouTube a questo indirizzo).
Come per tutti i giganti, poeti del proprio strumento al di là della perfezione tecnica che oggi anche cinesi e coreani hanno, emerge dal suo ultimo concerto un perfezionista umile, che sta un passo dietro il compositore, e non davanti con il proprio talento. L’ultimo recital di Besançon lo dimostra. Scrivono le cronache: «Il 16 settembre 1950 è la data di una delle grandi affermazioni musicali e umane, una testimonianza della quasi spaventosa affermazione della mente sulla materia. Ignorando il consiglio del suo medico, Lipatti ha onorato l’addio al suo pubblico in una dimostrazione unica di perseveranza e intuizione musicale». Le uniche concessioni a quello che sua moglie descrive come “un vero calvario”, dovuto al dolore per la malattia, sono state l’omissione del Valzer Op. 34 No.1 di Chopin e una ripetizione nel Valzer Op. 64 No. 2, quello che ascoltiamo nel video dalla Lisitsa. Questi, insieme a un occasionale accenno di “gelo”, da intendersi come distacco dovuto alla sofferenza, in alcuni dei valzer più dolci, sono l’unica prova del deterioramento fisico di Dinu Lipatti.
Buon ascolto.

Per approfondire l'ascolto

1) The last recital: Bach, Mozart, Schubert, Chopin
Dinu Lipatti, pianoforte (Naxos, disponibile anche sugli store digitali)

2) Chopin: The complete recordings
Dinu Lipatti, pianoforte (Warner Classics, disponibile anche sugli store digitali)

3) Chopin: 14 Valzer – Barcarolle - Notturno Op. 27 - Mazurka Op. 50
Dinu Lipatti, pianoforte (Warner Classics, disponibile anche sugli store digitali)
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