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09/01/2018

Che sia un anno di musica e di rinascita (Antonín Dvořák, Sinfonia n. 9 "Dal Nuovo Mondo", op. 95)




Antonín Dvořák
Sinfonia n. 9 in mi minore “Dal Nuovo Mondo”, op. 95
Danmarks Radio Symfoniorkestret; Joshua Weilerstein, direttore


Due i concerti di Capodanno che hanno salutato il 2018 con la musica d’arte. Il tradizionale omaggio “straussiano”, e in mondovisione, dalla sala del Musikverein di Vienna. E il collegamento con il Teatro La Fenice di Venezia, dedicato alle immancabili arie d’opera, ma quest’anno introdotto, in modo niente affatto banale, dal capolavoro di Antonin Dvořák, la Nona Sinfonia, diretta da Myung-whun Chung. Scelta non banale perché ogni anno che comincia è sempre un “Nuovo mondo”, come recita il titolo programmatico di questa pagina musicale, scelto dallo stesso compositore boemo, dunque un nuovo tempo, una nuova dimensione. Nel gioco di questi squisiti piani orchestrali e timbrici prende sostanza l’idea di un’apertura a un mondo che è tutto davanti a noi, una “rinascita”, anche un modo diverso di approcciarsi, di vedere le cose, con quel carico implicito di ottimismo, e di fiducia, che le cose nuove portano con sé, la voglia di combattere, di ripartire, di mettercela tutta. Dunque, è bella la scelta del direttore coreano: cominciare l’anno con questa sinfonia, un'esperienza sonora ed emozionale che fa bene. Forza e visione del futuro danno speranza e prospettiva.
Dvořák entra nel vivo di questa composizione proprio a gennaio, quello del 1893, 125 anni fa. Il musicista si trovava negli Stati Uniti dal settembre del 1892: aveva accettato l'incarico di direttore del Conservatorio di New York, con un salario annuo di 15000 dollari, che gli era stato offerto nel corso di un precedente viaggio americano, nel 1890. Ed è proprio durante questo soggiorno nel “Nuovo Mondo” – idea che lo stesso compositore boemo utilizza per marchiare con il fuoco il suo ultimo lavoro sinfonico, e con questo titolo rendendolo celeberrimo – che nasce la Nona Sinfonia. Al suo interno, due temi melodici – uno nel primo movimento, Adagio, allegro molto, e il secondo nel successivo Largo – che sono tra i frammenti più cantabili di tutto il sinfonismo europeo, ma che Dvořák assorbe, nobilitandoli in uno sviluppo orchestrale di rigida impronta classica, dagli stilemi americani autoctoni degli indiani Pellerossa, e dagli spirituals, dai canti delle piantagioni dei neri d’America. Insomma, il compositore che anni prima, nel 1875, aveva scritto la Serenata Op. 22 ispirandosi totalmente al folclore popolare e nazionale boemo, qui, dall’altra parte dell’Oceano, si lascia trasportare dalle suggestione dei nativi e delle armonie afroamericane.
Scrive Dvořák, con un pensiero alle proprie radici e agli stilemi del suo Paese, ma forse anche con un filo di accondiscendenza verso i committenti newyorchesi: «E’ su queste atmosfere sonore, tradizionali e popolari, che dev’essere fondata la futura musica della nazione che mi ospita». Precisando poi in una lettera pubblicata il giorno precedente al debutto dell’opera, alla Carnegie Hall: «Nelle melodie dei neri d'America ho potuto trovare tutto ciò che serve a una grande e nobile scuola di musica. Esse sanno essere patetiche, tenere, appassionate, malinconiche, solenni, religiose, vigorose, amabili, allegre [...]. E’ lo spirito delle melodie negre e degli indiani d'America che mi sono sforzato di ricreare nella mia nuova Sinfonia. Non ho usato neanche una di quelle melodie. Ho semplicemente scritto dei temi caratteristici incorporando in essi le qualità della musica indiana, e usando questi temi come mio materiale li ho sviluppati servendomi di tutti i moderni mezzi del ritmo, del contrappunto e del colore orchestrale».
Tutto questo è evidente sin dall’incipit della Sinfonia No. 9: prima malinconico, religioso, e in un batter d’occhio allegro, vigoroso, energico. Nel comporre, Dvořák riesce nell’intento di trovare una sintesi tra la musica dei neri d’America e quella degli Indiani, e al tempo stesso conserva i tratti più riconoscibili della sua terra. Il primo movimento è direttamente ispirato allo spiritual Swing Low Sweet Charriot. E’ un Adagio-Allegro, e il primo tema dell’Allegro, universalmente noto, ha un'importanza fondamentale per tutta la Sinfonia, perché snocciola una cellula tematica di sapore tipicamente afroamericano e rielaborata nel resto della Sinfonia. Come dicevamo prima, parte dal silenzio, in modo affettuoso e carezzevole, con accenni degli archi, la risposta dei legni, lontani echi di corno. In un istante l’atmosfera cambia con strappi orchestrali davvero poderosi, potenti: i corni espongono il tema principale di questo primo movimento, subito replicati da oboi e clarinetti, finché il pathos del “tutti” cresce e sfocia in un passaggio di forte lirismo orchestrale, tipicamente brahmsiano, per poi riproporre il secondo tema, una polka, di carattere rustico e popolare, dunque europeo, che però compie il miracolo di amalgamarsi alle perfezione con le espressioni locali e dei nativi d’America.
Il secondo movimento della Sinfonia, Largo, è indimenticabile per tutti gli appassionati di musica. Una carezza per l’anima. Dopo una breve introduzione, solenne, quasi un corale dei fiati, si impone subito l’idea melodica centrale, in cui è evidente, quasi cinematografico, l'eco della musica dei Pellerossa. E’ semplicemente uno dei temi più celebri di tutta la storia della musica. Anche abbondantemente “saccheggiato”: tanti di voi riconosceranno quasi sicuramente parte della colonna sonora del film “Il Signore degli Anelli”, composta da Howard Shore, perché la melodia degli Hobbit è sviluppata a partire da questo fraseggio che Dvořák consegna al canto del corno inglese. Per non parlare della citazione che ne viene fatta in un’altra colonna sonora, quelle per il film “Cast Away”, con Tom Hanks.
E’ una musica, quella originale di Dvořák, che s’ispira al Far West, ma che è a sua volta di origine irlandese, in un intreccio in cui il compositore esibisce la capacità di contaminare le radici europee con suggestioni etno-musicologiche. La parte centrale de Largo prosegue con una sorta di fine ornamento per i flauti e gli oboi, decisivi come raramente accade nel restituirci, per empatia, un clima meditativo, rasserenante. Anche lo Scherzo successivo poggia la sua forza descrittiva sulle danze popolari americane. Nel quarto e ultimo movimento, Allegro con fuoco, prima si ascolta la melodia che ha reso celeberrima la Sinfonia, poi un tema più doloroso e intimo, affidato al clarinetto, infine ritornano uno dopo l’altro i principali spunti dei tempi precedenti, trattati con pienezza orchestrale, in un finale elettrizzante.
Due curiosità che meritano di non essere dimenticate: questa Sinfonia è così amata che l’astronauta Neil Armstrong ne portò con sé un’incisione durante la missione Apollo 11. E dopo averla terminata Antonin Dvořák la sottopose a un correttore di bozze di sua fiducia: un tale Johannes Brahms.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Antonín Dvořák
Symphony No. 9 “From the New World”
Hallé Orchestra; Sir John Barbirolli (Harrison James Music, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

2) Antonín Dvořák
Serenades Op. 22 & 44
Orpheus Chamber Orchestra (Deutsche Grammophon, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

3) Antonín Dvořák
Trio Op. 65 & Trio Op. 90 (Dumky)
Beaux Arts Trio (Philips, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

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Parole chiave:
Culture - Melodia - Musica - Speranza - Strumenti musicali

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