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04/05/2011

La peste di Atene


Liberamente tradotto da:
Tucidide, La guerra del Peloponneso II, 47-53
Testo greco in: Giuseppe Rosati (a cura di), Scrittori di Grecia. Il periodo attico, Sansoni Editore, Firenze 1972


Guida alla lettura

In questo brano celeberrimo, lo storico greco Tucidide descrive l’epidemia di peste che colpì Atene intorno al 430 a.C., durante la guerra del Peloponneso. In quel momento la città era sotto assedio, e le precarie condizioni igienico-sanitarie amplificarono la virulenza del morbo, che provocò migliaia di morti. Gli studiosi moderni ipotizzano che, in realtà, si sia trattato di vaiolo o di una forma influenzale particolarmente aggressiva: ma ciò non toglie nulla alla tensione narrativa e alla profonda umanità del racconto di Tucidide.
In un crescendo sempre più drammatico, lo scrittore illustra la diffusione geografica del male, le ipotesi sulle sue cause – una vera e propria azione di guerra batteriologica da parte degli Spartani –, i sintomi e i segni presentati dagli ammalati, l’alternarsi di paura e coraggio, abbandono e solidarietà nelle relazioni umane e familiari, fino alle ripercussioni del morbo sulla “pietas” per i morti, il rispetto degli dei e delle consuetudini religiose, l’osservanza delle leggi civili.
Le immagini e le suggestioni si susseguono con estrema rapidità, ma tutte lasciano un’immagine indelebile nel cuore: i medici che muoiono più degli altri, perché maggiormente sono a contatto con gli infetti; gli assetati che nell’acqua dei pozzi non trovano alcun refrigerio al calore interno che li divora; i sopravvissuti ridotti a spettri umani, immemori di sé e dei familiari un tempo amati; intere famiglie sterminate perché nessuno si cura di loro; gli immigrati dalla campagna, assiepati in catapecchie soffocanti e morti in condizioni disumane. E poi il venir meno del «compianto sui morenti», la crescente «incuria del santo e del divino», i «metodi di sepoltura indecenti». E l’immagine impressionante di quegli uccelli rapaci, adusi a cibarsi di cadaveri ma che, come per istinto, evitano i morti abbandonati per le strade e, se cedono alla tentazione della fame, periscono senza scampo.
Tucidide tocca e ci trasmette, con una forza di suggestione quasi fisica, tutte le dimensioni del male che uccide e abbrutisce, e le colloca sullo sfondo del male per eccellenza, la guerra che stermina la vita e gli affetti. La potenza evocativa delle sue parole, scritte più di 2400 anni fa, interpella con forza anche noi e ci sollecita a lottare ogni giorno, con determinazione, per affermare le ragioni dell’amore e della solidarietà contro quelle dell’odio e dell’indifferenza.

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Subito all’inizio dell’estate i Peloponnesiaci e i loro alleati invasero l’Attica con i due terzi delle loro forze, come avevano fatto anche in precedenza – li comandava Archidamo, figlio di Zeussidamo e re dei Lacedemoni – e dopo essersi accampati cominciarono a devastare la terra. Erano nell’Attica solo da pochi giorni, quando il morbo cominciò a manifestarsi ad Atene. I medici non riuscivano a fronteggiare questo morbo ignoto ma, anzi, morivano più degli altri, in quanto più degli altri si avvicinavano ai malati, né alcuna tecnica umana veniva loro in soccorso. Per quanto si formulassero suppliche nei templi o si ricorresse agli oracoli e a cose del genere, tutto si rivelò inutile.
Dapprima, a quanto si dice, la peste incominciò in Etiopia, poi passò anche in Egitto e in Libia, e nella maggior parte della terra del re. Ad Atene piombò improvvisamente, e dapprima contagiò gli abitanti del porto, così che gli ateniesi sostennero che i Peloponnesiaci avevano gettato dei veleni nei pozzi; poi raggiunse anche la città alta, e iniziò a ucciderne molti di più.
Si dica pure su questo argomento quello che ciascuno pensa, medico o profano che sia, sia sulla probabile origine della pestilenza, sia sui fattori capaci di indurre un così repentino cambiamento dello stato di salute. Io invece racconterò di che genere sia stata, e ne mostrerò i sintomi, che si potranno tenere presenti per riconoscere la malattia stessa, caso mai scoppiasse un’altra volta. Giacché io stesso ne fui affetto e vidi altri malati.
Senza alcuna motivazione visibile, all’improvviso, le persone venivano prese da vampate di calore alla testa, arrossamento e bruciore agli occhi. La gola e la lingua assumevano subito un colore sanguigno, ed emettevano un odore strano e sgradevole. Dopo questi sintomi sopraggiungevano starnuti e raucedine, e dopo non molto tempo il male scendeva al petto con una forte tosse; e quando raggiungeva lo stomaco provocava spasmi, svuotamenti di bile e forti dolori. Nella maggior parte dei casi, si manifestava anche un singhiozzo con sforzi di vomito che generavano violente convulsioni.
Il corpo non era troppo caldo, né pallido, ma rossastro, livido e come fiorito di piccole pustole e di ulcere; le parti interne però ardevano a tal punto da non riuscire a sopportare nemmeno le vesti leggere, né altro che non fosse l’andar nudi, e il gettarsi nell’acqua fredda. E molte persone non curate lo fecero davvero, gettandosi nei pozzi, oppresse da una sete inestinguibile: ma il bere molto o poco dava lo stesso risultato.
La difficoltà di riposare e l’insonnia li opprimevano continuamente. E il corpo, per tutto il tempo in cui la malattia era al suo culmine, non si logorava, ma inaspettatamente resisteva, cosicché la maggior parte moriva dopo giorni per effetto del calore interno, avendo ancora un po’ di forza; se invece sopravvivevano a questa fase, la malattia scendeva nell’intestino e produceva forti ulcerazioni e una violenta diarrea, e così morivano in seguito, per lo sfinimento. Infatti il male, inizialmente localizzato nella testa, percorreva tutto il corpo e infine raggiungeva le estremità, fino ai genitali, alle mani, ai piedi e anche agli occhi: e molti si salvarono perdendo queste parti. Altri, fisicamente guariti, smarrirono però la memoria, e non riconoscevano più se stessi e i loro familiari.
Il morbo colpiva con una violenza maggiore di quanto potesse sopportare la natura umana, e in un particolare soprattutto esso mostrò di essere diverso dalle solite epidemie: gli uccelli e i quadrupedi che si cibano di cadaveri, sebbene molti morti fossero rimasti insepolti, o non si avvicinavano o, se si cibavano di quei resti, morivano.
Tale, dunque, era il morbo nel suo complesso. E oltre alla peste, nessun’altra malattia delle solite infieriva in quel tempo: e anche se sorgeva, andava a risolversi in questa. E gli uni morivano per mancanza di cure, gli altri anche se erano molto ben curati. Non esisteva, per così dire, nessuna medicina che si potesse applicare in generale: quello che a uno era di giovamento, per un altro era dannoso.
Nessun organismo, forte o debole che fosse, riusciva a combattere il morbo, ma la malattia portava via tutti quanti, anche chi era curato con la maggiore attenzione. Ma la cosa più terribile in assoluto era lo scoraggiamento da cui uno era preso quando si sentiva male – subito, datosi con il pensiero alla disperazione, si lasciava andare e non resisteva – e il fatto che per curarsi a vicenda si contagiavano e morivano l’uno dopo l’altro, come pecore: e questo causava la strage maggiore.
Se per timore non volevano recarsi l’uno dall’altro, morivano abbandonati, e molte case furono spopolate per la mancanza di qualcuno che prestasse le cure necessarie; se al contrario si accostavano alle persone, morivano per il contagio, e in particolar modo quelli che cercavano di agire con generosità: per un senso di vergogna infatti costoro non si risparmiavano, ma si recavano dai loro amici, poiché anche il compianto sui morenti alla fine era trascurato, per stanchezza, persino dai familiari, sopraffatti dall’immensità della sciagura. Tuttavia i sopravvissuti avevano più compassione per chi stava morendo o era malato, perché ne avevano già fatto esperienza ed erano ormai al sicuro: la malattia infatti non colpiva due volte la stessa persona in modo grave.
Oltre alla malattia, aggravava il loro disagio l’afflusso della gente dai campi; e soprattutto questi nuovi arrivati erano in difficoltà. Non essendoci case per loro, ma vivendo d’estate in baracche soffocanti, la strage avveniva nel massimo disordine e, morendo l’uno sull’altro, si aggiravano strisciando per le strade e intorno alle fontane, per il desiderio di acqua.
Anche i santuari erano pieni di cadaveri: gli uomini infatti, sopraffatti dalla disgrazia e non sapendo quale sarebbe stata la loro sorte, cadevano nell’incuria del santo e del divino. Tutte le consuetudini che prima si seguivano nel celebrare gli uffici funebri furono sconvolte, e si seppelliva come ciascuno poteva. E molti usarono modi di sepoltura indecenti, per mancanza degli oggetti necessari, dato che numerosi erano i morti che li avevano preceduti: prevenendo chi elevava la pira, gli uni, posto il loro morto su una pira destinata a un altro, vi davano fuoco; altri, mentre un cadavere ardeva, vi gettavano sopra quello che stavano portando, e se ne andavano.
Anche in altri ambiti il morbo dette inizio, in città, a numerosi infrazioni della legge. Più facilmente uno osava quello che prima si guardava dal fare per il proprio piacere, perché vedeva che subitaneo e radicale era il mutamento di sorte fra coloro che erano felici, e morivano improvvisamente, e coloro che prima non possedevano nulla e poi avevano le ricchezze degli altri. Cosicché miravano a godere quanto prima e con il maggior piacere possibile, giudicando effimere sia la vita che le ricchezze.
E ad affaticarsi per ciò che era sempre stato considerato nobile, più nessuno era disposto, poiché pensava che era incerto se non sarebbe morto prima di raggiungerlo. Quello era piacevole già nel presente e che, da qualunque parte venisse, era vantaggioso per ottenere quel piacere, tutto ciò era divenuto bello e utile. Nessun timore degli dei o legge degli uomini li tratteneva, poiché da un lato consideravano indifferente essere religiosi o no, dato che tutti senza distinzioni morivano, e dall’altro, poiché nessuno si aspettava di vivere fino a dover rendere conto dei suoi misfatti; essi pensavano che una pena molto più grande era già stata sentenziata ai loro danni e pendeva sulle loro teste, per cui era naturale godere qualcosa della vita prima che tale punizione piombasse su di loro.

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Biografia

Tucidide nacque ad Atene fra il 460 e il 455 a.C., in una delle più aristocratiche famiglie dell’Attica. Stratego nel 424, non riuscì a salvare la città di Anfipoli dall’attacco spartano: accusato di alto tradimento, fu molto probabilmente condannato a morte, ma evitò l’esecuzione capitale andando in esilio per oltre vent’anni. In quel lungo periodo compose l’opera storiografica che lo avrebbe reso famoso: “La guerra del Peloponneso”, un resoconto profondo e analitico del conflitto che dal 431 al 404 a.C. oppose Atene a Sparta per il dominio sul mondo greco. Nel 404, dopo la resa di Atene, fu richiamato in patria con un decreto speciale che revocava la condanna. Morì poco tempo dopo, in circostanze mai chiarite.
Nel cosiddetto “secondo proemio” del suo racconto, Tucidide afferma: «Per quel che riguarda le azioni compiute in guerra, non ho ritenuto di scriverle informandomi dal primo che incontrassi, ma sia quelle che vidi io stesso, sia quelle che seppi da altri, le ho passate in rassegna con la maggior esattezza possibile. E fu un’indagine faticosa, perché i presenti a ciascun avvenimento non riferivano su di essi le stesse cose, ma secondo i propri ricordi, o la benevolenza che ciascuno aveva per una parte o per l’altra».
Sono parole di importanza incalcolabile per lo sviluppo della scienza storiografica successiva. Tucidide scrive di eventi contemporanei, ma sa bene che anche informarsi su questi è complesso e difficile, perché i resoconti dei testimoni oculari non sono quasi mai del tutto attendibili. E non si accontenta di allineare versioni differenti dei fatti, come faceva solo pochi decenni prima uno storico come Erodoto, lasciando al lettore la libertà (e la responsabilità) di scegliere, ma giudica egli stesso i documenti che raccoglie, ed esercita su di essi il suo spirito critico. Tucidide inoltre bandisce dal suo racconto ogni elemento fantastico e mitico, e si concentra sull’analisi dei comportamenti umani, i soli che – ripetendosi secondo leggi sempre uguali – consentono allo storico di sviluppare un’analisi utile ai fini non solo culturali, ma anche e soprattutto politici.
La sintassi di Tucidide è ardita, di impronta non di rado poetica, e a volte lo sforzo di esprimere un concetto denso con il minor numero di parole genera asprezze e oscurità. Ma il suo stile è vigoroso e sostenuto, e lo pone anche letterariamente fra i più grandi e influenti scrittori di tutti i tempi.

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Parole chiave:
Epidemia - Guerra - Indifferenza - Letteratura - Malattia - Paura - Solidarietà - Vita e morte

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