Fondazione Alessandra Graziottin onlus - per la cura del dolore nella donna Fondazione Alessandra Graziottin
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31/10/2012

Una storia triste ma leggera come la speranza


Selezione e recensione di Pino Pignatta


Guida al film
Amour, di Michael Haneke
Con Emmanuelle Riva e Jean-Louis Trintignant, e con la partecipazione di Isabelle Huppert


Un’ora e un quarto di dolore puro. O se volete di tensione attorno al dolore, di paura e inquietudine per quando, e per come, e per chi, e per quale ragione il dolore si materializza all’improvviso e ti entra in casa, sconvolge la tua vita, ne fa un’appendice di lontani ricordi di serenità, di vite vissute nella pienezza e nella dignità, quando invece è proprio la dignità che di colpo qui viene a mancare e suggerisce pensieri strani, autodistruttivi, di solitudine e abbandono. E’ questo che ha raccontato il regista Michael Haneke nel suo ultimo film “Amour”, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes. Un cineasta austriaco che aveva già conquistato il primo premio alla Croisette tre anni fa con “Il nastro bianco”.
La storia che gli ha regalato il secondo prestigioso successo internazionale mette in scena due vecchi coniugi, entrambi musicisti in pensione, Anne e Georges (interpretati rispettivamente da due leggende del cinema francese, Emmanuelle Riva e Jean-Louis Trintignant), entrambi ultra ottantenni (nella vita e nella finzione) che dopo essere stati professori al Conservatorio vivono una vecchiaia serena, ricca di complicità culturali e affettive, con un’unica figlia, anche lei musicista e spesso all’estero per concerti – e qui nel ruolo c’è un’altra stella francese del grande schermo, Isabelle Huppert, attrice amatissima da Haneke – con un matrimonio un po’ disordinato e un rapporto fatto soprattutto di lontananza dagli anziani genitori.
Di colpo tutto cambia, tutto è sconvolto: la quotidianità, i gesti più banali, le serate a teatro, i sorrisi, le confidenze, l’amore tenero di una coppia anziana ma ancora innamorata. Anne viene colpita da un ictus, inizia a non essere più presente a se stessa, in breve si aggrava, ha una semiparesi, finisce in ospedale, la operano, ritorna a casa, ma nulla sarà più come prima: ogni piccolo gesto ne esce sconvolto, ogni abitudine spazzata via dal peso della malattia, due vite di felicità e di arricchimento reciproco rivoluzionate all’improvviso, e in modo irreversibile, dalla sofferenza, dal lento scivolare verso la disabilità e l’immobilità. In quei momenti, sequenza dopo sequenza, seduti sulla poltrona del cinema, si percepisce un’angoscia crescente attraverso la magnifica recitazione di Emmanuelle Riva e Jean-Louis Trintignant, anche se soltanto chi ha avuto o sta vivendo in famiglia il dramma di una malattia così rapida e debilitante, con un declino fisico inarrestabile, può comprendere davvero la disperazione dei due protagonisti.
Tutto questo viene raccontato, con mano leggera ma profondità di dettagli, senza risparmiare nulla allo spettatore, anche i gesti più crudi e sgradevoli, come soltanto un maestro può fare. Haneke firma una sceneggiatura e una regia di forte impatto emozionale, con il ritmo del cinema grazie al montaggio ma con l’eleganza e i dialoghi di una pièce. La cinepresa non esce mai da un elegante appartamento di Parigi, non ci sono riprese esterne tranne la sequenza iniziale a teatro, tutto è giocato tra le mura di casa, a partire dall’inquadratura che “accoglie”, dall’interno dell’alloggio, i due protagonisti che rientrano dopo la serata al concerto. Da quel momento la storia diventa intima, le riprese si rincorrono da una stanza all’altra, tra libri e spartiti, dettagli della cucina e della camera da letto, dialoghi fitti (e ben scritti), tenerezze, racconti, confidenze. E con una colonna sonora sapientemente calibrata, che accarezza la sofferenza e la tiene a distanza: gli Improvvisi Op. 90 di Schubert, una Bagatella di Beethoven, un Corale di Bach/Busoni. A riprova che la musica riesce facilmente a entrare in empatia con l’angoscia, a rivestirla almeno di dignità.
Su tutto si staglia la sontuosa prova d’attore di Jean-Louis Trintignant. Emmanuelle Riva è bravissima a interpretare una donna anziana, anzi una musicista intellettualmente vitale sino all’ultimo, erosa via via dall’ictus e dal dolore, non solo fisico ma psicologico, dallo sconforto morale per la coscienza della progressiva disabilità. Ma Trintignant è stellare: è su di lui che ruota tutto il film, è lui che da solo si prende cura della moglie, lui che si spende con devozione per la donna della sua vita, lui a lavarla, a cambiarla, a prepararle il pranzo, ad accarezzarle le mani, a raccontarle storie per farla calmare. Ed è lui che prenderà la decisione più estrema.
Ma ciò che è davvero incredibile, osservando un attore che si consuma sullo schermo per una donna irrimediabilmente malata, è pensare al Trintignant della giovinezza: l’avevamo conosciuto con il vento tra i capelli, su una Lancia Aurelia B24 guidata da Vittorio Gassman, nel “Sorpasso” di Dino Risi. Era bello, sorridente, felice, mentre correva a tutta velocità verso il futuro. E la sua parabola personale è forse anche il motivo per cui Michael Haneke l’ha voluto a tutti i costi per questo film: alcuni anni dopo il “Sorpasso”, mentre Trintignant era sul set del “Conformista” di Bernardo Bertolucci, la sua secondogenita, Pauline, è morta in culla. E proprio quando la vita dell’attore sembrava aver ripreso un sereno cammino, l’anziano Trintignant, ormai nonno di quattro nipoti, è stato ancora una volta straziato dal dolore: anche la sua prima sua figlia, Marie, è morta, ammazzata di botte dal marito, cantante di un gruppo rock alternativo francese. Eppure Trintignant ha deciso ancora una volta di resistere, di tenere duro, e ha raccontato tutto in un libro, “Alla fine ho deciso di vivere”.
Un Trintignant, dunque, da vedere assolutamente al cinema, un attore che colpisce anche per la lettura che dà al suo stesso film: «“Amour” racconta una storia triste, ma la pellicola non è triste. Non si esce con il peso della vecchiaia, della morte. C’è una speranza, la vita è bella». Sì, perché è raro che un film racconti una storia d’amore così tenera e veda un uomo così impegnato, sin quasi ad annullare se stesso (anche per proteggere il resto della famiglia e una figlia in carriera e il suo matrimonio traballante, questo sì è un paradosso) per stare accanto alla moglie, per accudirla, per prendersi cura di lei in uno stato di disabilità via via più grave e disperante.
«Io vivo un po’ la stessa storia del film», ha confidato Trintignant con finissima e amara ironia in un’intervista, «ma piuttosto nel ruolo che nella storia è interpretato da Emmanuelle Riva, cioè nella vita di tutti i giorni mia moglie è più giovane e si occupa di me, quindi ho compreso bene il senso della sceneggiatura. E poi si dice che i vecchi sono inariditi, che non provano più amore, ma non è vero, io sono ancora innamorato di mia moglie che ha 70 anni, la trovo bella, credo d’essere più innamorato ora di quando avevo trent’anni ed ero preoccupato da tante cose e dovevo lavorare, farmi spazio nella società. Ora non ho che questo amore, vivo di cose semplici. Essere attore mi ha aiutato anche nella vita. Mi sento meglio, adesso: nel corpo così così, ma nella testa mi sento bene, più forte. Non ho vissuto la giovinezza quando ero giovane, la vivo un po’ ora».
E c’è ancora una volta, in questa dichiarazione, tutta la forza dell’arte.

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Parole chiave:
Amore coniugale - Cinema - Coraggio di vivere - Cure palliative - Dolore - Musica

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