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18/09/2013

Se la nostra vita perde l'accordatura


Selezione e recensione di Pino Pignatta


Guida al film
Una fragile armonia, di Yaron Zilberman
Con Philip Seymour Hoffman, Christopher Walken, Mark Ivanir e Catherine Keener


Cinema e musica s’incontrano per raccontare il dolore e superarlo. Due espressioni artistiche al servizio di un obiettivo comune: comprendere che quando la vita diventa fragile, occorre valorizzare i legami che ciascuno ha costruito intorno a sé e non fermarsi, ma vivere sino in fondo, lottando contro la tentazione di trovare (ed è facilissimo) mille scuse per fuggire.
Regista, sceneggiatore e produttore di Una fragile armonia, Yaron Zilberman porta sullo schermo la storia di un quartetto d’archi newyorkese, che nella finzione è il celebre “Quartetto Fugue”. Protagonisti sono gli attori Philip Seymour Hoffman, Christopher Walken, Catherine Keener e Mark Ivanir. Il film mette presto in scena il risvolto più amaro: alla vigilia della nuova stagione operistica, nel 25° anniversario del quartetto, al violoncellista Peter Mitchell (Christopher Walken) sono diagnosticati i primi sintomi del Parkinson. Durante un incontro di rifinitura del repertorio, una mano comincia a dare segni di cedimento. All’inizio quasi impercettibile, poi via via più marcato. Medico, esami, diagnosi. E alla fine la verità viene rivelata agli altri membri del quartetto.
La volontà di Peter è che la stagione concertistica imminente, e per la quale stanno già provando, sia anche la sua ultima. E questo pone gli altri tre colleghi davanti a un bivio. A poco a poco, rivalità personali e pulsioni incontrollabili minacciano di far deragliare anni di amicizia e collaborazione. Robert Gelbart (Philip Seymour Hoffman), secondo violino, annuncia il proprio desiderio di voler alternare il suo posto con quello del primo violino Daniel Lerner (Mark Ivanir), non essendo più disposto a sacrifici e pacificazioni per il quieto vivere del gruppo. La moglie di Robert, la violista Juliette Gelbert (Catherine Keener) trova particolarmente difficile affrontare la tragica diagnosi: Peter non rappresenta solo un collega, ma una figura paterna, sin dalla sua infanzia. Quando Juliette rivela di non condividere le scelte del marito, il loro matrimonio attraversa una tensione palpabile che non può essere ignorata né evitata, e mina lo stesso ensemble cameristico. L’intrigo trascina anche la figlia Alexandra (Imogen Poots), violinista talentuosa: come il padre, anche lei decide di agire seguendo i propri desideri.
“Una fragile armonia” è innanzitutto un film di qualità recitativa, di prove d’attore, e non poteva essere altrimenti vista l’abbondanza di primissimi piani, di dialoghi serrati, di riprese quartettistiche dove la macchina da presa scruta volti e stati d’animo. Per rendere possibile l’esecuzione, Christopher Walken, Philip Seymour Hoffman, Catherine Keener e Mark Ivanir hanno imparato anche alcune brevi battute su strumenti veri, circa 30 misure di pentagramma, proprio quelle di Beethoven. A ognuno di loro sono stati assegnati almeno due maestri. E si nota da come muovono l’archetto, le dita sulle corde, nel linguaggio del corpo con gli strumenti. E’ davvero tutto molto realistico.
Per sua stessa ammissione, Yaron Zilberman ha la musica da camera nel cuore, sin da quando era adolescente. Racconta: «Una volta un amico mi diede una musicassetta jazz. Finito di ascoltare la prima parte, automaticamente scattò la registrazione del secondo lato, sul quale erano incisi alcuni terzetti pianistici. Restai folgorato. M’innamorai subito della cameristica e ben presto mi resi conto che i quartetti erano la forma per me più potente, specialmente quelli di Beethoven». Spiega ancora: «Volevo che il mio film fosse un dramma sulle relazioni più intense, che esplorasse i legami essenziali e complessi esistenti tra genitori e figli, tra parenti, tra coppie sposate da tempo. E ho pensato che gli stretti legami nelle dinamiche di un quartetto fossero ideali allo scopo: individualmente ognuno ha il potenziale di realizzarsi come solista, ma il successo dipende dalla capacità di mettere da parte i propri egoismi e completarsi a vicenda, nonostante le differenze e le avversità».
Zilberman ha scelto l’innovativo Quartetto Op. 131 di Ludwig Van Beethoven, uno dei preferiti dal compositore, che concepì sei mesi prima di morire, la sua pagina forse più complessa ed enigmatica tra gli ultimi lavori, per molti studiosi il più grande quartetto mai scritto. E’ il cuore della pellicola, che attraversa non tanto come colonna sonora ma come parte integrante della sceneggiatura. Una partitura segnata da lampi rivoluzionari: per esempio, è stata scritta in sette movimenti quando lo standard era quattro, con dicitura “attacca” posta accanto all’indicazione di tempo, perché Beethoven voleva che l’opera fosse eseguita priva di pause, circa 40 minuti di musica senza soluzione di continuità. Ma suonando di seguito per quasi 40 minuti è inevitabile che gli strumenti perdano l’accordatura, ognuno in modo diverso. Che cosa deve fare dunque il musicista? Fermarsi per accordare lo strumento? Oppure trovare il modo di adattarsi alla tonalità mutevole, individualmente e in gruppo, e resistere sino all’ultima nota?
E perché porre al centro di un film sulla malattia, che compare all’improvviso e devasta la vita, proprio un quartetto messo in crisi da una diagnosi di Parkinson? Perché nelle intenzioni del regista americano – che vive a New York, è diplomato al Massachusetts Institute of Techonology e ha una laurea in Fisica – questa è una metafora perfetta delle relazioni che vacillano, o delle esistenze serene che all’improvviso sono sconvolte da qualcosa di terribile, nelle quali è inesorabile trovarsi in difficoltà, nel panico. Spiega ancora Zilberman: «Volevo parlare anche dell’importanza dell’arte nella vita, come mezzo per superare avversità, dubbi, sofferenza, dolore, tristezza; veicolo di bellezza e cultura; e di come essa trascenda i problemi di ogni giorno, e del modo in cui possiamo utilizzarla come fonte spirituale per elevare la nostra essenza emotiva. Per esempio, abbiamo ospitato sul set molti pazienti affetti realmente dal morbo di Parkinson, per comprendere meglio la malattia e il modo in cui determina un cambiamento motorio e psicologico».
La speranza più immediata, più “musicale”, del regista statunitense è che il pubblico di questo film maturi un diverso punto d’osservazione sulle relazioni umane, e ovviamente sulla bellezza del repertorio da camera, come i quartetti scritti da Beethoven in tarda età, dove il compositore esprime liberamente (quindi senza i vincoli formali dell’epoca) i propri pensieri, a volte leggeri, altre disperati, tuttavia sempre vivi. Ma ciò che davvero Yaron Zilberman comunica allo spettatore è che alle sventure, alle armonie improvvisamente fragili, occorre reagire liberando le emozioni, le passioni, in modo che queste dominino la vita e non che ne siano dominate.
Alla fine i quattro musicisti del Quartetto Fugue, con la nuova violoncellista che prende il posto del vecchio compagno appesantito dal Parkinson, ma sempre vitale, affrontano il concerto chiudendo lo spartito e correndo il rischio di suonare a memoria, cioè senza appigli sicuri: ed è questa forse la metafora più intensa del film, perché nella vita non ci sono prove generali, si va in scena una volta soltanto, non si ripassa dal via, non ci sono infinite chance di rifare tutto da capo. Bisogna “suonare” lo spartito che c’è. Senza paura.

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Parole chiave:
Cinema - Crisi esistenziale - Morbo di Parkinson - Musica da camera

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