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30/05/2012

Ritratto di famiglia con desolazione


Selezione e recensione di Pino Pignatta


Guida al film
Sister, di Ursula Meier
Con Kacey Mottet Klein (Simon) e Léa Seydoux (Louise)


Cinema del dolore, quello vero, che spacca lo stomaco e lascia estraniati e vuoti. E che sembra superare in una drammatica gara a chi racconta la vita nel modo più vero e duro, persino il già durissimo e verissimo cinema dello spagnolo Almodovar il quale, per esempio in “Volver”, ha piazzato la telecamera in una Spagna decadente post-movida, in un paese della Mancha dove il tessuto sociale sembrava già abbondantemente allo sfascio, e dove una figlia uccide il padre per via delle molestie e la madre ciondola in un negozio di parrucchiera abusiva. Eppure nel cinema di oggi l’abisso finisce per essere anche più profondo di quello di Almodovar. E più la realtà, quella autentica, si fa tragedia e fatica, e dolore in tutte le sue forme, più ci pare che i film nuovi la raccontino con una realtà di celluloide che compete con l’attualità più stringente, con dettagli amari e angoscianti, senza nulla tralasciare nel dipingere il male di vivere di questi tempi.
E così vediamo bussare prepotentemente a Cannes, attraverso la vittoria della “Palma d’oro”, un film che più dolente non poteva essere: Amour, del regista Michael Haneke, con uno stellare Jean Louis Trintignant, dove una coppia di vecchi coniugi è travolta all’improvviso dalla crudeltà della malattia che s’insinua nelle loro esistenze serene e colme di complicità; e sempre da Cannes vedremo nei prossimi mesi altre storie di tormento come Like someone in love del maestro iraniano Abbas Kiarostami, o l’intenso Mud girato dal trentacinquenne Jeff Nichols, in cui la sofferenza sta nel tumultuoso passaggio all’età adulta di due adolescenti.
Ne avremo, nei prossimi mesi, film sul dolore e del dolore da vedere insieme. E’ mai stata così cruda la sofferenza al cinema. Come in questo Sister, di Ursula Meier, nelle sale italiane dall’11 maggio, presentato il 15 febbraio scorso in prima mondiale al Festival di Berlino, da cui è uscito con un “Orso d’argento”. Abbiamo visto Sister appena sbarcato a Milano e siamo usciti con la sensazione cupa di dolori che non finiscono mai di stupire, che vanno in scena intorno a noi e non vediamo, o facciamo finta di non vedere. Che colpiscono duro e a volte rendono il cammino impossibile, in una trama di relazioni, di luoghi, di sentimenti e di asprezze esistenziali per le quali è difficile non soltanto vivere, ma anche solo sopravvivere.
Sister è un ritratto a tinte forti di un’umanità sfilacciata, di poche speranze, ambientato in una Svizzera cattiva, cinica, girato e ambientato tra palazzoni di periferia, una squallida periferia, che in Svizzera non t’aspetti, e che invece c’è, e stringe alla gola per il vuoto di altruismo e solidarietà di cui è capace. Il film è la storia di un ragazzo di 12 anni, Simon, e di Louise, 27 anni, sua sorella, che in un certo senso è l’autentica protagonista del film: perché se è vero che la sceneggiatura, e di conseguenza l’obiettivo della regista, si soffermano su quanto combina il ragazzo, sulle sue scorribande e sbandate, è la sorella, maggiorenne, con forti responsabilità di tipo relazionale (all’inizio del film non si capisce bene che fine abbiano fatto i genitori, ma dopo sarà chiarissimo), l’unica donna adulta di riferimento, in un’aridità assoluta di sentimenti, che tiene in mano il bandolo della vita di entrambi. E dunque l’unica – proprio perché donna, e perché relazionalmente più prossima – a stringere o espandere il dolore acuto di entrambi, in una “fisarmonica” esistenziale fatta di briciole di serenità e di una tavola invece riccamente imbandita di cadute all’inferno e miserie umane.
Simon e Luise vivono in una casa popolare a valle di St. Moritz. Lei lavora saltuariamente come donna delle pulizie nelle ville di montagna, alternando lavoro a disoccupazione e passando da un uomo all’altro. Mentre il ragazzo la mantiene, nel vero senso della parola, rubando di tutto ai turisti sulle piste. Organizzatissimo, ogni giorno sale in montagna e porta via sci, guanti, zaini. Ovviamente, non ruba per soddisfare dei bisogni di “bambino”, ma per la sopravvivenza sua e della sorella.
Il film mette a confronto due realtà opposte, l’opulenza di St. Moritz, e l’indigenza di chi vive nei palazzoni delle case popolari in pianura, ai piedi delle montagne. Racconta del rapporto tra due persone, ambientando la vicenda tra le piste da sci e il “non paese” sottostante: anzi, di più, un “non luogo” di disarmante freddezza. La storia che si svolge tra le vacanze natalizie e quelle pasquali, svela anche una montagna inedita, diversa da quella che normalmente siamo abituati a vedere: quella dei lavoratori stagionali. Un mondo duro, reso ancora più aspro dalla spietatezza di certi rapporti di lavoro. Prima d’iniziare le riprese la regista, insieme con gli sceneggiatori e il direttore della fotografia, hanno approfondito anche i retroscena dell’industria del turismo.
Il film corre via su questo sfondo. In pianura, dove c’è solo desolazione, Louise delusa e amareggiata dalla vita sopravvive, senza tentare neppure un riscatto. In montagna, con la funivia, Simon sale ogni giorno osservando e derubando le ricchezze altrui. Affamato e bisognoso di affetto, cerca disperatamente di comprarlo con i soldi che riesce a “guadagnare”, vendendo la merce rubata non solo ad altri ragazzi come lui, ma pure a un ricettatore adulto. Da bambino, in momenti di dialogo drammatici per squallore umano, cerca persino di comprare l’affetto di Louise: «Se ti do il denaro, posso dormire accanto a te?». E qui la responsabilità della sorella nell’amplificare il dolore di entrambi è evidente, perché accetta il denaro e lo brucia anche in poche ore di divertimenti, lasciando il bambino a casa da solo e allo sbando. La regista Ursula Maier, nata in Francia, ma anche di cittadinanza svizzera, ha ricordato un avvenimento che le era accaduto davvero durante l’infanzia. Cresciuta ai piedi del Massiccio del Giura, ricordava che quando andava in montagna, c’era sempre un ragazzino solo che sciava molto male. Aveva poi scoperto che era stato bandito da tutti i ristoranti perché derubava i clienti. E questo ricordo ha colpito la sua immaginazione in modo permanente.
Sister, insomma, è un film che tratta di disperazione, miseria, pochezza. L’umanità è spietata, intrisa di una solitudine che avvolge i due protagonisti. Entrambi soli, poveri, cercano, ognuno a proprio modo, di sopravvivere, chi elemosinando l’affetto dell’unico familiare esistente, chi cercando un amore comprensivo e generoso. In tutto questo deserto, l’unica speranza che rimane, si scoprirà, è l’affetto che hanno l’uno per l’altra. Louise è interpretata da Lea Seydoux: aspetto misterioso e sfuggente, brusco, a tratti sprezzante. Sembra nasconda qualcosa, che ci sia una zona d’ombra. E infatti, a metà di questo film, arriva il colpo di scena che cambia tutto: una botta tremenda, che amplifica il dolore, fortissimo, sul volto del ragazzo, in una delle ultime sequenze. All’improvviso si comprende a quali profondità possano arrivare l’abbandono e la degradazione sociale. Naturalmente non vi sveliamo quale sia questo colpo di scena: andate a vedere il film, da non perdere. Tuttavia, come in tutte le storie finemente raccontate, la speranza è l’ultimo protagonista a entrare in scena.

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Parole chiave:
Cinema - Disperazione - Povertà - Rapporti familiari

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