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02/04/2014

Nella magia delle parole la fuga dalla sofferenza


Selezione e recensione di Pino Pignatta


Guida al film
Storia di una ladra di libri, di Brian Percival
Con Geoffrey Rush, Emily Watson, Sophie Nélisse, Ben Schnetzer, Nico Liersch


Il meccanismo narrativo scelto, dobbiamo essere sinceri, mette un po’ i brividi. Perché uno dei personaggi centrali di questo bel film diretto dal regista inglese Brian Percival entra subito in scena ed è una di quelle situazioni, soprattutto al cinema, in cui ci ritroviamo a commentare: «Caspita, cominciamo bene!». Sì, perché stiamo parlando della Morte: è lei il “narratore onnisciente” che accompagna, presentandosi in prima persona, tutta la pellicola, cioè “Storia di una ladra di libri”, con le sue caustiche riflessioni sulla condizione umana. Ma l’impressione negativa, inquietante, dura lo spazio di qualche attimo: bastano poche battute per comprendere che si tratta di un “narratore” in realtà brillante e arguto, che sfodera una serie di considerazioni umoristiche e in fondo condivisibili. E’ talmente leggera come Morte, eterea, potremmo dire “mozartiana” nella sua luminosità e nell’assenza di cupo terrore e di paura, che è persino più lieve del dolore acuto che prende alla gola una ragazzina di 11 anni rimasta sola al mondo, con il fratellino morto di freddo e di stenti e una madre che l’ha abbandonata. E’ anche spiritosa, questa Morte: «La mia politica è evitare gli esseri viventi... Beh, tranne qualche volta in cui non riesco proprio a trattenermi… mi assale la curiosità… Liesel Meminger mi ha intrigato… e mi sono interessata a lei».
Liesel è la “ladra di libri” che sta al centro di questo film appena uscito nelle sale. Ladra perché ruba letteralmente i libri, i quali nella sua infanzia deturpata dal dolore diventano fuga dalla realtà e antidoto contro le sofferenze più atroci, contro la guerra, i bombardamenti, la malattia, la povertà, la devastazione. Siamo nel 1938-39, nella Germania di Hitler, in pieno clima di propaganda e di retorica. Protagonista è appunto Liesel (interpretata da Sophie Nélisse), una vivace e coraggiosa ragazza. Sua madre, incapace di mantenerla in condizioni di sicurezza perché comunista, la dà in affido ad Hans Hubermann (interpretato da uno strepitoso Geoffrey Rush), di professione imbianchino. Liesel arriva dunque in una nuova famiglia, nella nuova casa di Himmel Strasse (di una città d’epoca magnificamente ricostruita), ma fatica ad adattarsi, sia per le maniere dure, sbrigative e scorbutiche della nuova “mamma”, sia perché non sa leggere e a scuola viene derisa dai compagni di classe.
E la ragazza dà qui la prima lezione a tutti noi: nonostante la soffocante certezza che la madre naturale non tornerà più, con tutto il carico di dolore che questa consapevolezza porta con sé, si capisce subito che intende dare una svolta alla propria vita e trova un alleato nel papà adottivo che, nel corso di lunghe notti, le insegna a leggere il primo libro. Il nuovo papà solidarizza subito con il suo desiderio di immergersi nella lettura, legge pazientemente con lei il libro che la ragazzina aveva raccolto per terra, al funerale del fratello, e di lì inizia a lavorare con Liesel per creare un dizionario personale fatto di parole e definizioni da scrivere sul muro della cantina. Commenta l’attore Geoffrey Rush: «Liesel inizia ad amare il linguaggio per il potere segreto che custodisce, in contrapposizione alla retorica politica che la circonda. Insomma, la “mia” bambina trova una via di fuga, un rifugio spirituale nella magia dei libri e delle parole».
Questo film ci mostra sostanzialmente due risvolti: la guerra e l’Olocausto visti da una prospettiva femminile, di una giovane donna che nell’arco del film passa dagli 11 ai 17 anni; e la bellezza nascosta e quindi la salvezza («La bellezza salverà il mondo», scrive Dostoevskij) che l’arte, la cultura e la conoscenza sono in grado di regalare persino nei luoghi e nei momenti più bui. E questa era un’epoca di buio estremo, pericolo e malvagità, non solo sugli uomini, ma anche sul pensiero, sulla possibilità di “leggere” la realtà e quindi di ribellarsi. Con l’ascesa del partito nazista la libertà di espressione fu ferocemente repressa: i libri erano bruciati in piazza. Ma nonostante la guerra e la repressione, Liesel, imparando a leggere, conquista la capacità d’essere creativa, di ragionare con la propria testa. E va a recuperare i libri dal rogo, va a “rubarli” anche lì, a salvarli dal fuoco, dunque dall’oblio. “Storia di una ladra di libri” parla proprio di questo: della capacità di recuperare la bellezza nelle situazioni più orrende. Hitler distrugge la mente delle persone imponendo le sue parole folli e bruciando le parole “scritte”; mentre Liesel, imparando a decodificare le parole “lette”, ribalta la prospettiva, lenisce le ferite, si ribella al dramma.
Nel frattempo, un nuovo elemento s’innesta nella vita della ladra, grazie all’amicizia con un ebreo di nome Max (Ben Schnetzer), che gli Hubermann nascondono nello scantinato e che condivide con lei la passione per i libri. Max è gravemente malato e braccato dai nazisti. Per Liesel diventa presto una ragione di vita: entrambi sono lontani da casa e senza una famiglia. Si crea un legame forte. L’amore comune per i libri diventa fondamentale per la loro sopravvivenza, tanto quanto il cibo, il riparo o le medicine. Da Max, Liesel non impara solo ad affinare le proprie capacità di lettura: lui le insegna a usare le parole in modo creativo. Nel seminterrato buio e freddo degli Hubermann, Max spalanca a Liesel un mondo nuovo. Lui non si può muovere di lì, deve rimanere nascosto. Lei allora diventa il suo tramite con il mondo esterno: anche le descrizioni delle cose quotidiane, come il colore del cielo e il tipo di nubi che lo solcano, diventano poetiche grazie al potere descrittivo del linguaggio che Liesel apprende da Max.
E mentre il film si snoda, sequenza dopo sequenza, il nostro narratore onnisciente continua implacabile a cucire i destini dei protagonisti. L’artificio della Morte che racconta “fuori campo” è anche il meccanismo letterario alla base del libro da cui è tratto il film: “La bambina che salvava i libri”, dello scrittore australiano Markus Zusak. Pubblicato per la prima volta nel 2005, il libro ha venduto otto milioni di copie nel mondo ed è stato tradotto in oltre trenta lingue. Spiega il regista del film: «Tutti dicono che Morte e Guerra sono ottime amiche e quindi chi può raccontare una storia ambientata durante la Guerra meglio della Morte stessa?». Ma nella versione cinematografica la riflessione si allarga a speculazioni più filosofiche. Spiega Percival: «La morte è in ognuno di noi, non c’è scampo. Tuttavia il sentimento più forte, dopo aver letto il romanzo, è che non sia necessariamente qualcosa di cui dobbiamo aver paura. Questo non significa accoglierla con gioia, ma nemmeno che debba essere un’esperienza terrificante». 
Delicata è anche la colonna sonora, elemento “narrativo” imprescindibile in una storia come questa. E’ stata scritta da John Williams, uno dei compositori americani oggi più affermati. Ha composto e diretto la musica per più di cento pellicole, tra cui tutti e sei i film di Guerre Stellari, i primi tre film di Harry Potter, Superman, JFK, Nato il quattro luglio, Schindler’s List, Lo squalo, Salvate il soldato Ryan. Williams e Percival erano d’accordo nel ritenere che gran parte della colonna sonora del film dovesse prescindere dalle grandi orchestrazioni: «Le immagini del film riflettono l’innocenza e la modestia della storia che stiamo raccontando», conclude il regista. «Sarebbe stato sbagliato adottare una partitura che avesse fatto passare in secondo piano le vite semplici delle persone comuni di Himmel Strasse. Così John ha scritto una partitura perfettamente in linea con questo approccio, fatta di suoni tenui, di carillon, di melodie minimaliste, di poesia. Mi ha commosso sino alle lacrime».

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Parole chiave:
Cinema - Guerra - Libri e lettura - Vita e morte

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