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19/09/2012

La lezione di Eluana che c'interroga e ci scuote


Selezione e recensione di Pino Pignatta


Guida al film
Bella addormentata, di Marco Bellocchio
Con Toni Servillo, Isabelle Huppert, Alba Rohrwacher, Michele Riondino, Maya Sansa


Un film ricco di pathos, buon ritmo, bravi attori. Ma anche, secondo alcuni, una grande confusione che travisa la realtà dei fatti. E ancora: la dimostrazione di quanto sia difficile per un giudice esprimersi su situazioni che lambiscono il senso ultimo del dolore e della vita. Una questione scientifica controversa, con medici neurologi che oggi non parlano più di “stato vegetativo irreversibile”, ma di “stato di minima coscienza”. E poi un’occasione perduta per fare chiarezza, i cattolici ridotti a macchietta, l’eccessiva aggressività dei fautori di una libertà assoluta di decidere del proprio destino, l’incognita se l’opera d’arte debba essere solo bella o anche provocatoria.
È tutto questo Bella addormentata, il film del regista Marco Bellocchio sul caso di Eluana Englaro, presentato alla recente Mostra del Cinema di Venezia e ora nelle sale italiane. Rimasto a bocca asciutta come premi, mentre l’intero cast nutriva legittime aspettative, e tuttavia capace di generare dibattito, di entrare in circolo nei social network, di suscitare accese polemiche.
La storia racconta una serie di vicende personali che si sviluppano intorno a un fatto di cronaca, la morte di Eluana – per alcuni considerata un caso lampante di eutanasia – decisa dalla sentenza di un giudice proprio in assenza di una legge sul “fine vita”. Un episodio che tanto ha fatto discutere gli italiani nel 2009, dividendo politica e opinione pubblica. Tutto si svolge in vari luoghi d'Italia, in sei giorni, gli ultimi di Eluana Englaro. La vicenda della ragazza, però, sta sullo sfondo. Non si tratta di un vero docu-film: la triste parabola della figlia di Peppino Englaro è il pretesto per dibattere sui temi dell’eutanasia, dell’accanimento terapeutico, dello stato vegetativo, del fatto che sia concesso o meno di porre fine alla propria vita se non si trova dignitoso portare avanti una situazione di estrema sofferenza o dolore. Il regista Bellocchio usa la finzione cinematografica per indurci a ragionare su questi temi, assai sofferti per la coscienza di ciascuno, spostando la macchina da presa su storie inventate, che comunque nella loro drammaticità ci riportano sempre all’epilogo di Eluana.
Ecco dunque l’intrecciarsi delle storie. C’è il senatore di maggioranza richiamato a Roma per votare, insieme con i compagni di partito, la legge urgente per salvare Eluana nonostante la sentenza del giudice. Un politico che si scopre però in contraddizione con la propria coscienza e con una figlia, attivista per la vita, che va a Udine per manifestare davanti alla casa di cura dove hanno portato Eluana per “staccare la spina”. Figlia religiosissima che s’innamora del manifestante invece convintissimo di dovere sostenere la libera scelta di morire. Dunque, con una lezione dentro la lezione: e cioè che spesso l’amore scompagina anche le convinzioni più radicate e spazza via le barriere ideologiche. C’è una celebre attrice che vive reclusa nella sua villa pregando e lottando perché la figlia, in coma vegetativo (il personaggio più direttamente collegato a Eluana) possa risvegliarsi. E c’è un giovane medico che si tuffa nella redenzione di una tossicodipendente che vuole farla finita a tutti i costi. Ogni brandello di storia rispecchia un punto di vista, è uno stimolo di riflessione.
Straordinarie le prove degli attori, tutti capaci di calarsi nei panni di personaggi che, mentre sui media si consuma il caso Englaro, vivono altre situazioni parallele. Fra gli altri, Toni Servillo, che interpreta la parte del politico costretto a prendere una decisione cruciale per la sua vita e per la sua coscienza. Isabelle Huppert è l’attrice un tempo osannata: una donna che si distacca da tutto ciò che è terreno, dagli affetti, per espiare una presunta colpa che l’ha condannata a vedere una figlia in coma irreversibile. E per far vivere la figlia muore lei, ogni giorno un po’ di più. Michele Riondino interpreta il ruolo di Roberto, il manifestante che sostiene la libera scelta di morire, e ricambia l’amore della cattolica Maria, che sta dall’altro lato della barricata, su posizioni religiose intransigenti. Maya Sansa interpreta il ruolo di “Rossa”, tossicodipendente, incarnazione del malessere e dell’autodistruzione, che desidera togliersi la vita. Ancora una volta il tema della sofferenza e della morte, i cui confini sono sempre più labili, del diritto di porre fine alla propria esistenza, tema delicato e universale.
Marco Bellocchio racconta tutto questo con l’occhio di un laico, non certo con visione di parte, confessionale, vittima di pregiudizi morali o religiosi. Secondo noi la forza del regista italiano è questa: «Avere cosparso – come ha scritto il critico cinematografico Maurizio Turrioni – la storia di dubbi, dove ogni brandello di storia può rispecchiare un diverso punto di vista, essere stimolo di riflessione, lasciando a chi guarda libertà di giudizio su un tema arduo come il fine vita. Tanta lacerante incertezza è segno di un profondo rispetto morale».
Eppure, com’era prevedibile, non mancano le critiche al regista da parte, per esempio, di Lucia Bellaspiga, scrittrice, giornalista del quotidiano “Avvenire”, che accusa il regista di aver fornito un’immagine di Eluana completamente sbagliata: «Bellocchio mette in scena una ragazza bionda, con gli occhi azzurri, quasi una bambola di porcellana. E’ la figlia della diva Isabelle Huppert. Ha gli occhi sbarrati, attaccata alle macchine. Ma le persone in stato vegetativo, com’era Eluana nella realtà, non sono attaccate a nessuna macchina, respirano autonomamente. Eluana, inoltre, non soffriva di alcuna malattia né tanto meno era in uno stato terminale. Verso di lei non c’è stato alcun accanimento terapeutico. Era una disabile come tante altre. Per ottenere la sua morte bisognava provocarla tramite eutanasia».
Proprio la comprensibile e inevitabile altalena d’emozioni e di dichiarazioni è la dimostrazione che Bellocchio ha centrato l’obiettivo, evitando di entrare a gamba tesa su temi incandescenti e lasciando allo spettatore la possibilità di decidere con la propria testa. D’altronde, il regista ha aspettato un paio d’anni prima di scrivere la sceneggiatura, era necessario far decantare la vicenda reale. Ovviamente, sotto la filigrana del film s’intravede, certo, che Bellocchio ha una posizione a sostegno del padre di Eluana. Che però non è sbandierata in modo fazioso, nonostante il regista sia stato accusato anche per la caricatura del mondo cattolico, là dove la madre della ragazza in coma passeggia su e giù recitando il rosario con le suore, o là dove i volontari della Comunità Papa Giovanni XXIII sono dipinti come una folla di pazzi isterici che urlano preghiere. La sensazione che si ricava dalla pellicola è che Bellocchio non abbia sfruttato né la realtà né la finzione per condizionare lo spettatore, ma che abbia invece: primo, rispettato il dispositivo della sentenza e la volontà del padre di Eluana; secondo, creato più spunti per chi guarda e s’interroga. Non c’è pregiudizio, soltanto l’attesa di suscitare un dibattito.
La pellicola, in conclusione, pone l’accento su due argomenti: il valore della vita e la fine della vita. Ed è lo stesso Bellocchio che invece, laicamente, quasi per anticipare i suoi detrattori, in coda al film suggerisce che l’esistenza va difesa, anche quando non la si vuole più, come nel caso del suo personaggio, la “Rossa”, la tossicodipendente che cerca il suicidio ma trova la ferma opposizione del medico: “Pallido” glielo impedirà, non per moralismo ma per umanità. Tornando, alla fine, con una scena che certo non vi raccontiamo, a porgerci il dubbio che davanti a questioni che ci scuotono così nel profondo non c’è una strada unica, un “pensiero unico”. Ognuno decide in una fase della propria vita in un modo e poi magari cambia idea; può pensare in un frangente di farsi del male e in un altro farsi convincere dall’amore a tenere duro. O viceversa. Scoprendosi di volta in volta tormentato in un senso o nell’altro.

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Parole chiave:
Accanimento terapeutico - Cinema - Dipendenza e dipendenze - Eutanasia - Libertà - Religione - Testamento biologico - Vita e morte

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