Certo ci vuole coraggio per suonare questa musica con la tomba del “Kantor” lì a pochi metri. Come disegnare scene di guerra civile davanti alla Guernica di Picasso. Eppure questa pagina di Johann Sebastian Bach, che vi proponiamo per un’oasi di luce e di serenità, è stata registrata proprio nella Thomaskirche di Lipsia, la chiesa luterana per la quale Bach ha composto gran parte dei suoi capolavori, e dove è sepolto dal 1750.
Tra le infinite risorse del web abbiamo scelto questo frammento, il Christe Eleison, dalla sua Messa in si minore, BWV 232 (che sta per Bach-Werke-Verzeichnis, “Catalogo delle opere di Bach”): dedicata nel 1733 al duca di Sassonia, Friederich August II, forse sperando in una nomina come “Kappellmeister” di corte, è considerata dagli esperti il testamento spirituale del compositore. Anche se qui Bach opera nella veste più umile di “Kantor”, una figura però fondamentale nell’organizzazione ecclesiastica e scolastica al tempo di Lutero.
Spiega infatti la specialista di musica sacra Gaia Bottoni: «Al Kantor competevano varie attività: comporre cantate per ogni domenica, partecipare a matrimoni e funerali suonando all’organo musiche di circostanza, insegnare le discipline scientifiche, il latino, il catechismo, le nozioni fondamentali dell’armonia, dirigere il coro della scuola». Immaginate quindi i ragazzi d’inizio Settecento, quando il compositore aveva 37 anni e si aggiudicò il posto di Kantor alla Thomasschule di Lipsia: «Mamma, oggi ho fatto musica con un maestro nuovo». «E chi è?». «Un tale di Eisenach, Johann Sebastian Bach».
Non appena cliccherete sul video qui sotto, ascolterete l’attacco del Christe Eleison dalla Messa in si minore interpretata da Herbert Blomstedt, direttore svedese, noto specialista di Bach: dal 1998 al 2005 è alla testa della Gewandhaus Orchestra di Lipsia, ensemble sinfonico tedesco, formazione tra le più antiche e prestigiose. Qui guida il Coro da Camera di Lipsia e l’organico previsto dallo stesso Bach in partitura: due soprani, contralto, tenore, basso, coro, due flauti, tre oboi, due oboi d’amore, due fagotti, corno, tre trombe, timpani, archi e basso continuo.
Di quest’opera si è molto discusso a proposito della sua presunta “cattolicità”: molti sono infatti convinti che la Messa sia un genere specificatamente legato alla confessione cattolica, e che quindi anche le Messe bachiane siano un omaggio alla tradizione della Chiesa Romana, una sorta di deviazione dallo spirito luterano. Ma come osserva il musicologo Alberto Basso, autore di una monumentale biografia di Bach, “tutta la produzione sacra vocale del Kantor fu scritta per le chiese di Lipsia, e spesso singole parti di questa Messa furono utilizzate in un contesto rituale evangelico”.
Il Christe Eleison, preceduto e seguito da due Kyrie Eleison – insieme con il Gloria, il Sanctus, l’Agnus Dei e il Credo – fa parte del cosiddetto Ordinarium Missae, cioè l’insieme dei canti della Messa che rimangono immutati nei vari periodi dell’anno liturgico. Altri canti, appartenenti al Proprium Missae, variano invece in base alla data e all’occasione liturgica.
E ora prepariamoci all’ascolto. Christe Eleison, in greco, significa “Cristo pietà”. Due parole: niente al confronto dei fiumi di banalità che si sprecano ogni giorno in migliaia di occasioni, in discorsi interminabili che non dicono nulla. Due parole che sul filo della musica di Bach si rincorrono, s’incontrano, poi si allontanano, si sfiorano e si accarezzano, si abbracciano e si annodano su una tela compositiva che dopo oltre 260 anni stordisce ancora per la meraviglia della linea melodica, subito fresca, intensa, luminosa, cantabile.
Provate a immaginare Bach – un uomo vissuto a cavallo tra Seicento e Settecento, padre di 21 figli avuti da due mogli, che fu operato agli occhi da un chirurgo inglese di passaggio, e fu anche licenziato per aver tardato al lavoro dopo un viaggio da Arnstadt a Lubecca, 400 chilometri a piedi, per ascoltare l’organista Buxtehude – seduto davanti al foglio vuoto del pentagramma: senza Internet, senza computer, senza iPhone, senza televisore al plasma, senza luce. Solo inchiostro e candele. E giudicate voi se questo straordinario pellegrinaggio musicale, costruito su due semplici parole, dopo quasi trecento anni riesce ancora a strapparvi il cuore.
Se al primo ascolto non riuscite a percepire la trama portentosa del basso continuo che soffia come un mantice per sostenere la linea degli archi, allora affidatevi alle due cantanti soliste: un soprano e un contralto (la più grave delle voci femminili) impegnate nell’avventura vocale che il Kantor ha loro dedicato, dipanando sulle parole “Christe Eleison” un florilegio spirituale che è una delle più emozionanti invocazioni mai indirizzate a Dio. D’altronde era lo stesso Lutero che credeva nel doppelt betet wer Singt, e cioè “il canto come preghiera due volte detta”. Provate dunque a seguire, e a inseguire, le voci protagoniste; poi concentratevi sull’unisono dei violini; poi di nuovo sul canto a due del Christe Eleison, per poi tornare sul ritornello orchestrale, intrecciando, dopo qualche ascolto, i vari piani del discorso musicale in un’unica esperienza sonora.
Cristo, pietà. Solo questo, null’altro, ancora e ancora, a perdifiato: sembra non abbia fine, l’implorazione al Dio luterano del Kantor. Se seguite l’intreccio di meraviglia delle due voci, che prima cantano all’unisono e poi in contrappunto, poi di nuovo all’unisono, e ancora in contrappunto, perfette nell’intesa musicale; se lasciate che questo intreccio vi conquisti e vi abiti nel profondo, allora le due voci e la magia del Christe Eleison vi porteranno dritti verso il cielo, come l’architettura spirituale di una cattedrale gotica.
Ed è proprio lassù che intende accompagnarvi Bach. In fondo è questo che ha fatto tutta la vita: comporre musica per ringraziare il suo Dio e avvicinarsi a lui. La sua musica, soprattutto quella scritta per le occasioni religiose, è sempre verticale, punta in alto, è un’ascensione, tende lo sguardo verso l’Alto. Ha scritto il filosofo rumeno Emil Cioran: «Quando ascoltate Bach, vedete nascere Dio. La sua opera è generatrice di divinità. Dopo un oratorio, una cantata o una passione, è necessario che Egli esista. Altrimenti tutta l’opera del Kantor sarebbe una straziante illusione».
E che siate o meno credenti, sentite come Bach chiude il Christe Eleison, come lo “risolve”: la musica sale fino all’ultimo, poi smette di crescere, si raggruma, sembra morire in uno spasmo di bellezza, e rimane sospesa. Termina con un rallentando, ma non ci lascia nell’angoscia, nel buio, non è un discorso che si chiude, non c’è disperazione, non è la fine. Già s’intravede un messaggio di speranza, che prima si apre al Kyrie, poi alla bellezza accecante del Gloria, che scoprirete ascoltando la Messa completa.
In fondo il corpo del Kantor è lì, sotto il pavimento della Thomaskirche. Non ci sono gli ori e gli stucchi dei principi che commissionavano le sue opere; siamo pur sempre in una chiesa luterana, spoglia ed essenziale. C’è scritto “solo” Johann Sebastian Bach. Ma la sua musica è salita davvero lassù, arrampicandosi sulle vette dell’arte.
Buon ascolto.