Il centro di accoglienza per persone colpite dall’AIDS che si trova nel Québec è una struttura originale, di cui non abbiamo l’equivalente in Francia, dove i poteri pubblici si sono sempre opposti alla creazione di luoghi specifici per le persone che hanno contratto il virus. I motivi addotti sono sempre gli stessi: niente sanatori per i malati di AIDS, niente luoghi di esclusione! Pertanto i progetti di case di accoglienza, come quelle sorte in Canada, sono stati fino a pochissimo tempo fa sistematicamente respinti, mentre potrebbero essere dei luoghi di rara umanità... Jocelyne, la suora che dirige il centro, è venuta ad aspettarmi all’arrivo del pullman che mi porta da Montréal. L’ho già incontrata diverse volte, e la sua bontà radiosa mi ha colpito profondamente. Non c’è nulla in lei della suora attaccata al suo dogma, bigotta e compassata. No, lei sprigiona vitalità e generosità. E’ semplicemente una donna disponibile alla sofferenza degli altri, buona e discreta. Del resto, gli ospiti del centro Marc-Simon non hanno dubbi: la amano.
«La aspettavamo con gioia», mi dice. E io sono sensibile a quel suo modo di aprirmi le porte. La sua piccola auto si è fermata davanti a una villa familiare del tutto banale, circondata da un piccolo giardino. Siamo arrivate.
Il centro dispone di dieci stanze distribuite su due piani. Al pianterreno, una grande cucina attigua alla sala da pranzo, che è in pratica la stanza più frequentata. Saluto Lise, una giovane donna graziosa che è incaricata dei pasti. Sta preparando un dolce al cioccolato e si sente un odore delizioso. È evidente che quello che fa le piace. Il salone dà sul giardino. Saluto un ragazzone sprofondato in una poltrona, con una coperta sulle gambe. Sembra molto debole, ma ha sul volto quell’espressione calma e serena che mi commuove tanto nei giovani condannati. Un uomo più anziano, che potrebbe essere suo padre, gli sta parlando piano. Sono impressionata dalla tenerezza che emana dal loro colloquio... Jocelyne mi fa visitare la casa, presentandomi agli uni e agli altri. Incontrerò anche i residenti – è cosi che vengono chiamati i malati –, le famiglie, i volontari che si danno il cambio, regalando un po’ del loro tempo e della loro presenza.
La prima cosa che mi colpisce è l’atmosfera familiare. Qui non c’è alcuna traccia del mondo della medicina. Si finisce perfino per dimenticare la malattia. E’ un’impressione che si accentua ancor più al momento dei pasti. Uno dopo l’altro, i residenti scendono e si accomodano intorno al tavolo. Arriva un uomo che a stento riesce ancora a stare dritto sulla sedia a rotelle. Ma vuole venire a tavola. Sembra un giovane invecchiato. Tocca appena la purè che Lise gli ha messo nel piatto. Non importa, per lui conta essere lì, con gli altri. Con i suoi grandi occhi attenti segue la conversazione. Lise ha appena portato una zuppiera fumante. Un residente che è qui da quasi due anni ed è visibilmente il decano, mi fa osservare quanto quella zuppiera rappresenti per loro tutto ciò che amano in questa casa, la convivialità, l’atmosfera calorosa...
Noto anche che Lise ha tenuto conto dei gusti e delle preferenze di ognuno. Prepara ogni giorno un’infinità di piattini, decorandoli con cura, attenta a soddisfare gli occhi, perché molti non possono più mangiare, ma continuano a venire a tavola per nutrire soltanto gli occhi e il cuore. Si intrecciano con naturalezza discorsi, a volte seri, a volte leggeri, fra gli esseri umani che vivono qui i loro ultimi momenti. Capita che ci siano dei silenzi, che non sono pesanti, si sente semplicemente che sono necessari. Nessuno cerca di colmarli scioccamente. E’ un luogo dove si vive, si vive davvero.
Mi alzo da tavola commossa, attonita. Dopo cena, mentre sembra che tutti siano andati a dormire, chiacchiero con Lise, che sparecchia. Mi dice che questo è un luogo di miracoli quotidiani. I residenti si sostengono gli uni con gli altri, e lei riceve ogni giorno lezioni di vita e di solidarietà. E’ ancora molto commossa dalla morte di un certo Jean, avvenuta la settimana scorsa. Ha voglia di parlarmene. Ci sediamo al tavolo ormai deserto della sala da pranzo, con un caffè. Mi racconta: «Jean era un ballerino. E arrivato qui con un Kaposi gravissimo [1], che gli aveva invaso le gambe e tutto il basso ventre. Certo, riuscivamo a procurargli sollievo con la morfina, ma faceva uno sforzo enorme per venire a tavola. E una volta qui, ci raccontava delle storie, ci faceva ridere. Aveva una forza morale incredibile. Sono sicura di una cosa: ha dato coraggio agli altri. Diceva: “Andiamo, ragazzi, i nostri corpi se la battono, ma la nostra anima è libera”. Aveva tanta gioia di vivere.» Ascolto Lise, e penso a Patrick, a Louis, a tanti altri che ci insegnano l’essenziale.
«Poco prima di morire, Jean ha chiamato il suo amico. Gli ha chiesto di tenergli le mani e di ballare con lui. Voleva restare fino all’ultimo il ballerino che era. Jean si teneva leggermente sollevato, e con tutta l’anima faceva oscillare le braccia con l’aiuto del suo amico, che piangeva tutte le lacrime di cui era capace. “Balla, balla”, ripeteva il suo amico, mentre si dondolavano con le braccia allacciate. E poi Jean ha sorriso, un sorriso magnifico, sublime, prima di crollare sul cuscino. È spirato danzando...».
«Nella stanza c’erano alcuni residenti, anche loro prossimi ad andarsene. Hanno detto che la morte di Jean aveva cancellato ogni inquietudine su quello che sarà la loro stessa morte. Sanno che se saranno circondati da molto amore e da molta tenerezza, le cose andranno come devono andare, semplicemente, forse anche come loro stessi desiderano».
«Sono questi momenti straordinari che ci danno la forza di continuare a lavorare qui. Perché il compito è comunque difficile, molto difficile e logorante. Vederli declinare, indebolirsi e lasciarci. A volte vengono le vertigini, questa sfilata interminabile di giovani che deperiscono fino alla morte! Non si fermerà mai! Quando sono veramente allo stremo, quando dubito dell’utilità di quello che faccio, apro la scatola delle consolazioni, una scatola dove mettiamo le lettere delle famiglie che ci ringraziano di quello che abbiamo fatto, oppure scritti che fanno bene, al cuore, all’anima!».